giovedì 3 dicembre 2015

Trappola in alto mare




Sembra scritto da un maestro d'ascia, At the heart of the Sea - Le origini di Moby Dick. Ma pur zavorrato dalla stessa pedanteria didascalica di un vecchio sceneggiato Rai, il nuovo film di Ron Howard arriva in porto. Merito del regista, più discontinuo del solito ma comunque abile a ribaltare in faccia allo spettatore le suggestioni action dello script con un racconto che liquida ogni baldanza nella prima mezz'ora per poi virare verso il dramma survivalista e proletario. E merito dei membri del cast, per dirla con Zoolander troppo figosi e ovviamente condannati alla bromance, ma comunque capaci di incarnare il succo di un lungo viaggio per mare - il freddo, la fame, la solitudine, la disperazione, l'abiezione, la follia. Il limite autentico di questa nuova storia di sopravvivenza di Howard semmai sta nel suo essere pura maniera, nella confezione regalo da grande racconto universale però costretta a infrangersi contro la corrente avversa di un cinema che ormai ha saputo trascendere le trappole del genere, e in pochi decenni ci ha regalato i fumetti abissali di Gore Verbinsky, gli oceani inconoscibili di Peter Weir, i mari nerissimi di Spielberg. E che nella sua algida prevedibilità da spettacolone digitale a vocazione global, paradossalmente rinuncia subito a ogni pretesa di resilienza, per consegnarsi all'effimero. Finché stai dentro il film, intendiamoci, tutto bene. Ma appena usciti dalla sala, il senso della storia evapora, come il miraggio della Balena Bianca, o le vanterie di un vecchio pescatore in una bettola di Nantucket. Visti da qui, Apollo 13 e Rush sembrano lontanissimi. Ci sta.

sabato 14 novembre 2015

(Non gli anni, ma i chilometri)


E anch'io che non ho mai avuto il motorino alla fine mi ritrovo cinquantino.

martedì 10 novembre 2015

Per focaccia



Film decisamente per cinni questo Pan di Joe Wright. Non quelli ini ini ini, che di fronte alle provocazioni edipiche disseminate qua e là nella pellicola potrebbero portarsi a casa qualche suggestione di troppo. Però, via, dai dieci anni in su, va bene. Negli USA, dove il film si è scontrato con The Martian-il sopravvissuto uscendone con le ossa rotte, il saldo è ampiamente negativo, a dimostrare che la Warner sembra avere un talento speciale nell'abortire franchise multimilionarie al di là di quelle legate a property a prova di bomba come Batman o Harry Potter. Qui nella vecchia Europa, la speranza è che il nuovo Peter Pan porti a casa qualche soldino in più, complici il cotè British del romanzo originale e il mesetto buono che ci separa dal nuovo Star Wars, che dopo non è n'è più per nessuno. Detto questo, un'occhiatina questo giocattolo da trecento milioni di dollari la merita. Non solo per la sfacciataggine nell'accostare materiali pop pescati da James Barrie, ma anche dal James Cameron di Avatar, dal Peter Jackson di King Kong e addirittura dall'ultimo Mad Max, che a vedere certe scene uno pensa che nelle pause sul set Wright corresse a vedersi le dailies di Immortan Joe e soci; ma anche e soprattutto per una magniloquenza visiva degna di un trip del Calvin di Watterson, con più effetti ottici e meccanici di quanto un essere umano normodotato possa sopportare è un 3D funzionale alla vertigine narrativa di un copione bucherellato, ma non peggio di quelli tanto cinema ad altezza ragazzini. Vero è che man mano che si procede verso il finale lo spettacolo pirotecnico messo insieme dal regista inglese si fa via via sempre più manierato e melenso; vero è che il ragazzino protagonista, Levi Miller, non è un mostro di simpatia e le performance di qualche membro del cast sono un tantino legnose, come impone la regola dei set fantastici; ma vedere un duello aereo fra uno stormo di spitfire è un galeone a vele spiegate, o sentire Hugh Jackman che canta Smells Like Teen Spirit dei Nirvana sospeso a cento metri da un coro dickensiano di minatori in braghe corte, fa comunque allegria. Basta per dire che trattasi di un film imperdibile? Diciamo di no. Ma come incentivo, può servire.

giovedì 5 novembre 2015

Videoburrito criminale





La Tracalosa de Monterrey dimostra che il precariato fa brutto veramente.

lunedì 2 novembre 2015

mercoledì 28 ottobre 2015

Topolinismi

The End

Nelle bibbie per gli sceneggiatori, li chiamano "topolinismi". Sono quegli espedienti narrativi che, appunto, funzionano a meraviglia ovunque l'asticella della sospensione dell'incredulità sia bella alta. Qualche esempio: un personaggio cammina su una spiaggia frequentata da centinaia di persone, inciampa su un mucchio d'alghe e trova un tesoro. Oppure, si ritrova in tasca solo un petardo, e con quello riesce a scatenare una esplosione che spazza via un intero edificio. O ancora, ha bisogno di un fusibile per rimettere in moto un sacramento che altrimenti niente, e guarda un po' che fortuna lo trova per terra.
Cose così, succedevano solo nei vecchi fumetti di Topolino. O negli albi Marvel della Silver Age, dove quando serviva c'era sempre a disposizione un Nullificatore assoluto®. O per dire, nei Bond Movies fra gli Anni 70 e il nuovo millennio.
Cui questo 007 Spectre, per molti versi, somiglia parecchio.
Intendiamoci, il nuovo Bond della premiata ditta Sam Mendes - Daniel Craig è la logica prosecuzione dei tre film che l'hanno preceduto, e a livello puramente formale un autentico manuale di cinema con i quattrini. Regia e montaggio sono impeccabili, e fra le scenografie stilizzatissime di Dennis Gassner e la fotografia di Hoyte Van Hoytema, il DP di Interstellar, c'è da riempirsi gli occhi. Craig, finalmente affrancato dall'ombra dei Bond precedenti e da quella ancor più ingombrante del "suo" Bond più umano, fragile e dark, gigioneggia ma sempre nei limiti di un personaggio che ormai gli calza come un guanto.
I limiti, invece, stanno tutti nel copione sciattissimo dei pur esperti Logan, Wade e Purvis per tacer di Butterworth: agnizioni e colpi di scena telefonati con anticipo biblico, tonnellate di quattrini bruciate in WTF?! plateali, luoghi comuni su luoghi comuni in quella che vorrebbe essere una festa citazionista ma alla lunga finisce per somigliare a uno stucchevole replay di cose già viste riviste straviste in tante vecchie pellicole, per giunta senza un briciolo di humour. E troppi, troppi finali per due interminabili ore e mezza di film. Per carità, non siamo allo zenit del ragionamento mongoloide di La morte può attendere. Ma nonostante l'eleganza della confezione, 007 Spectre dà l'impressione di uno di quei Bond che stanno lì, nel mucchio, una botta e via, senza nulla aggiungere e nulla togliere alla leggenda della spia di Ian Fleming. E soprattutto, è un film che fa tabula rasa del paziente lavoro di decostruzione e ricostruzione del mito operate nell'ultimo decennio e apre la strada a una restaurazione all'insegna dell'iperbole e dell'effettaccio ancorché aggiornati all'epoca dei vari Bourne, Kingsman eccetera: un'operazione da cui non a caso Craig pare orientato a volersi smarcare.