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sabato 26 settembre 2015

Notte e nebbia


Vivos se los llevaron y vivos los queremos: così, a un anno dalla scomparsa, i 43 studenti sequestrati e giustiziati nello stato messicano di Guerrero continuano a chiedere giustizia per bocca di amici e parenti.
Troppo fastidiosi, troppo colti e politicamente orientati questi studenti della Escuela Normal Rural di Ayotzinapa, troppo attivi nel denunciare le connivenze fra le alte cariche del governo e dell'esercito e le mani invisibili che come nei fumetti di Tex armano mani criminali per cacciare i contadini da terre troppo ricche di petrolio, gas o metallo giallo.
E la punizione esemplare di quel 26 settembre 2014 è stata peggio della morte, è la versione 2.0 del decreto hitleriano Nacht und Nebel, niemand gleich: la sparizione forzata. Un destino di non esistenza che parte dall'assenza di un cadavere per cancellare il crimine. E trasformare il trauma di una morte presunta in una paura di cui non ci si può liberare, in un lutto che non si può superare, in un sortilegio che paralizza voci e coscienze.
Perciò, il 26 settembre, hay que seguir la lucha. in Messico, con la grande manifestazione che oggi riempirà lo Zocalo, la grande piazza di Città del Messico. In tutto il mondo, con l'arma del ricordo, attraverso libri e inchieste bellissime e necessarie come "Ni Vivos, ni Muertos" di Federico Mastrogiovanni o "Silencio" di Attilio Bolzoni e Massimo Cappello. Perché parafrasando il sermone citato da Brecht, qualcuno deve pure restare a far casino prima che vengano a prenderci tutti.

giovedì 2 aprile 2015

Avanti, c'è posto


Trasporto pubblico al estilo mexicano: ne avevamo già parlato qui.
Vale la pena di tornarci sopra per segnalare che Internacional, la automotive company preferita dai conducenti di peseros, ha messo on line a gratis un magnifico volume fotografico sul mondo dei microbus. Belle foto, bei mezzi, belle facce, bei viaggi da fare sfogliando il proprio tablet. Non proprio come essere là, ma quasi. Il libro si chiama Subale, Hay Lugares. In carrozza, qui.


venerdì 13 giugno 2014

C'era una volta in America La vita è bella





Kitschissimo, disuguale, sgangherato, ma anche scorrevole e accattivante. Instructions Not Included è il maggior incasso messicano dai tempi de Il labirinto del fauno. E come il film di Del Toro, è una pellicola che gioca tutto sul campo (sassoso) dell'infanzia violata. Nello specifico, quello di una bimba di sette anni che si ritrova contesa fra una madre assente e un padre per caso puttaniere e infantile. La star della Tv messicana Eugenio Derbez si rifà alla lezione clownesca del nostro Benigni alternando disinvoltamente risate e lacrime, humour fracassone alla Blake Edwards e derive da telenovela, spunti social e animazione stop motion. Ne esce un curioso oggetto cinematografico che nonostante i limiti lascia addosso il retrogusto contrastante ma gradevole dei migliori piatti etnici. Certo, Jodorowsky e Inarritu sono un'altra roba: Ma dopotutto, ogni buon mariachi deve saper variare un po' il repertorio, no?

venerdì 14 marzo 2014

Le due Frida

Il perturbante
Una è a Roma, dal 20 marzo al 30 agosto. L'altra, a Genova, dal 20 settembre al 15 febbraio del 2015. Ognuna delle due mostre dedicate a Frida Kahlo racconta un lato dell'artista: quella alle Scuderie del Quirinale, il rapporto turbolento con artisti messicani come Orozco o Siqueiras o quello frizzante con i surrealisti; quella a Palazzo Ducale, la storia d'amore picaresca e tormentata con Rivera, marito fedifrago, pigmalione e punto di riferimento irrinunciabile per una vita troppo densa, avventurosa e complicata per i confini di un corpo fisico gracile e torturato. E quindi: dipinti insostenibili come La maschera o Unos quantos piquetitos, foto bellissime realizzate nella quiete labirintica della Casa Azul di Coyoacan da Nickolas Murray, storie à la Ballard di corpi oltraggiati o assassinii politici. Il tutto, illuminato dai colori acidi allegri e violenti del Messico. Nutrimento spirituale al gusto lime più mais più chile de arbol, per crescere più fusti e robusti che mai.

sabato 13 aprile 2013

E dopo Diego, Frida.

La Casa Azul.
La guida ci dice che per visitarla mezz'ora basta e avanza, perché è poca roba.
In effetti, escluso il patio, gli spazi interni non superano i trecento metri quadri. Non molto, considerando che oltre a Frida la casa ha ospitato papà Guillermo, fotografo ufficiale del porfiriato, più mammà, più le sorelle Cristina, Matilda e Adriana, più un sacco di altra gente che capitava qui per dipingere, bere tequila, fumare, mangiare, dormire, cazzeggiare, discettare di magnifiche sorti e progressive.
Le camere di Frida e Diego sono sorprendentemente spoglie. Letto, armadio, qualche suppellettile, le maschere della tradizione e le sculture si cartapesta colorata, le campiture immacolate delle pareti sporcate solo da qualche dedica in rosso che incornicia i soffitti. La cucina con la tavola, le piattiere e le brocche. Eccentricità da artisti, neanche a parlarne. Una classica casa borghese, con qualche tocco di colore in più, ma senza eccessi. Una casa che accoglie, nasconde, abbraccia. Una casa museo che non sembra un museo, ma una casa.
Lo studio è al secondo piano, un corridoio di una quarantina di metri quadri con una vetrata che dà sul patio. A sinistra, contro la parete, una libreria. Saggi, reference, cose così. Al centro, un lungo ripiano, e gli attrezzi del mestiere. Il cavalletto, le risme di carta, i pennelli, le scatole con i pastelli a cera, le boccette di colore o diluente, le spatole, qualche piccola tela non troppo impolverata.
Le cose di Frida la raccontano molto meglio di tante biografie. Materassi piccolissimi, più di quanto immaginassi. Il letto a baldacchino con lo specchio che usava per gli autoritratti. Il guardaroba fitto di scialli e costumi coloratissimi per le quotidiane recite a soggetto. La vetrinetta stipata di biglietti, miniature di terracotta, scatole di cerini, rossetti, ditali, libriccini, portapillole, altri libriccini, forcine, braccialetti, specchietti, sigarette. C'è anche un minuscolo kitschissimo cessetto posacenere, che sembra ispirare la retorica indignazione del ritratto di Lenin che sbiadisce appoggiato sopra il piccolo mobile.
I busti. Sembrano scomodissimi. Ne conto quattro o cinque. Cuoio, metallo, cinghie e poi le coppe del decolleté. Accarezzo con lo sguardo la curva di un seno che mi sembra troppo florido da occultare sotto un abito maschile, come aveva fatto a suo tempo Frida per riuscire a iscriversi alla "Prepa", scuola riservata ai maschi. La vista della protesi che le era toccata dopo l'amputazione della gamba si porta via ogni eventuale tentazione maliziosa. Anche lì, però: la scarpa della protesi è rosso fuoco, con una discreta zeppa. La prima gamba finta sexy mai vista in vita mia.
Finalmente, i quadri. Non molti, per la verità, e neanche uno dei più famosi, che sono tutti al museo Dolores Olmedo, a qualche chilometro da qui. Un piccolissimo autoritratto realizzato colorando a olio una fotografia. Un paio di nature morte. Qualche ritratto di famiglia. E un autoritratto che non avevo mai visto: una Frida languida, serena, quasi sorridente, molto lontana dall'icona dolente e militante della tradizione.
Un'immagine troppo intima per essere condivisa, e forse lasciata lì incompiuta proprio per questo. Un fantasma, bellissimo, che mi porto via.

venerdì 12 aprile 2013

Bagno di folle

Era brutto, Diego María de la Concepción Juan Nepomuceno Estanislao de la Rivera y Barrientos Acosta y Rodríguez. Non bruttarello né poco attraente né insegnificante. Proprio brutto brutto, senza sconti, senza compromessi. Un corpaccione gelatinoso che si faceva prima a saltarlo che a girarci intorno, con una faccia che sembrava quella di un rospo impiastricciato di brillantina. In più, peggio mi sento, era pure comunista: una posizione politica che alle autorità messicane dell'epoca non piaceva granché, e che il presidente Gustavo Diaz Ordaz avrebbe brillantemente affrontato dieci anni dopo la morte del nostro con una bella fucilazione di massa in quel di Tlatelolco.
Torniamo a noi: se madre natura ti ha creato attraente quanto una stella del circo Barnum, come puoi fare a colmare il gap? semplice: come i ciechi, sfrutti tutto quello che ti resta. Il tuo ego. Le tue qualità. La tua forza d'animo. Le tue mani. Così, quando scopre di avere un minimo talentaccio per il disegno, Diego María de la Concepción Juan Nepomuceno Estanislao de la Rivera y Barrientos Acosta y Rodríguez prende e dal Messico se ne va in Europa a cercare l'ispirazione. Non la trova, ma in compenso si diverte. Trombando a casaccio, facendo da modello a Modigliani, fissando l'occhio pallato sulle opere dei grandi.
Poi, nel 1922, torna in Messico. E diventa Diego Rivera. Quello che si sposa Frida Kahlo. Due volte. Quello che ospita Trotsky prima che Ramon Mercader gli ficchi una piccozza da ghiaccio in testa, e poi si dimette da compagno. Quello che prima accetta i soldini di Rockfeller per un murale, e poi lo sfancula perché il committente non accetta di ritrovarsi un ritratto di Lenin nel salotto buono del capitalismo. Quello che si mette a copiare l'horror vacui e le simmetrie perfette dei maya, e ti riassume cinquecento anni di storia in una parete.
Era brutto, Rivera. Brutto, grasso, contraddittorio. Ma per dirla con il Walt Whitman di "Canto di me stesso", conteneva moltitudini. Avercene, di racchi così.


venerdì 5 aprile 2013

Mexico City Blues

Stasera dalle parti delle sette e mezza, in Calle Francisco Madero, una strada che mi è sempre piaciuta, a maggior ragione adesso che è pedonale. Il ritocco è quello che è, ma al ritorno a casa posso fare di meglio. Per ora, godiamoci il riverbero del sax, o meglio del sex. Que viva Mex.

giovedì 4 aprile 2013

Ritorno alle origini

Cinque mesi nello stato meno interessante del Messico.
Il che, per avere una bambina, è una bella contraddizione.
Ma è solo una delle tante vissute in questi centocinquanta giorni di corse frenetiche, tensioni pazzesche, emozioni fortissime, coincidenze surreali, esistenze incrociate intorno a questa strana bellissima famiglia che abbiamo cominciato a metter su. E ammazza che gran viaggione.
L'inizio di tutto, ovviamente, non finisce qui. Da stasera, los tres Voglinos estan al Distreto Federal. Perché prima di saltare sull'aereo per l'Italia restano da riempire ancora più o meno una quindicina di giorni di scartoffie assortite. Arrivederci a Mexico City, quindi. E adelante - ovviamente, con juicio.

martedì 2 aprile 2013

Guadalajara diabolika!

Un bel murales visto con la coda dell'occhio dal finestrino del bus e preso al volo dalle parti del numero 3000 della calle José Maria Morelos. Dedicato alle sorelle Giussani, a Mario Gomboli e a Diego. Un pelo fuori fuoco, ma ci sta: Diabolik, come è noto, è inafferrabile. O quasi.

giovedì 28 marzo 2013

Foto di famiglia

Burocrazia messicana.
Una roba in stile modulo A38 di Goscinny e Uderzo. Una roba che, in confronto, anche l'Italia - l'Italia! - sembra la Svizzera.
Pensavo fosse tutto parte del grande e assai discutibile stereotipo sui messicani fancazzisti, e invece no. È tutto vero.
E se a Guadalajara le adozioni filano abbastanza lisce, basta uscire di tanto così dalla Perla dell'occidente per restare incastrati nel sacro terrore dei funzionari pubblici, nessuno escluso, per i traffici di bambini o presunti tali.
Riassumo qui i passaggi fondamentali del discorso a beneficio dei non iniziati:
Uno: si presenta la domanda di adozione al Palacio Federal
Due: Le autorità federali esaminano l'incartamento e lo passano al tribunale dello stato di pertinenza, che controlla il tutto e gira il malloppo al tribunale municipale competente
Tre: il giudice del Tribunale competente convoca in udienza il minore interessato, e chiede il suo parere sulla nuova famiglia, l'eventuale trasferimento in Italia, papà e mammà in generale ecc. (in tutto ciò, i genitori o aspiranti tali sono CCNCUC)
Quattro: il giudice emette sentenza
Cinque: il pubblico ministero e il Consiglio statale della famiglia convalidano la sentenza entro un tempo utile di dieci giorni, ovviamente lavorativi. A quel punto il giudice notifica la sentenza.
Sei: si producono i documenti utili per il ritorno della pratica al tribunale federale, quello di Città del Messico (atto di nascita pre-adozione, atto di nascita post-adozione, articolo 17 e documento d'identità del minore, che però va firmato dal capo supremo del Consiglio Statale della Famiglia, creatura mitica del folclore locale, soprattutto in tempi di spoil-system post-elezioni).
Sette: si gira la sentenza al Tribunale supremo per la convalida finale
Otto: si vola a Città del Messico per richiedere articolo 23 (don't ask) passaporto della creatura, visto d'ingresso per l'Italia e nulla osta all'ingresso del CAI, comitato adozioni internazionali della Presidenza del Consiglio dei Ministri
Nove: si torna a casa. dove, in virtù della Legge Bossi-Fini, si viene accolti con la stessa ospitalità riservata a una coppia di scafisti - solo per dirne una: obbligo di denuncia del minore straniero in questura entro 48 h dall'arrivo, per non parlare della altre scartoffie.
Giunti che fummo al punto sei, ci hanno fatto la foto ricordo. I sorrisi un po' tirati sono frutto di una giornata di ordinaria follia passata a pregare in nahuatl i funzionari del Registro Oficial e quelli del Dif di farci avere i documenti subito, perché altrimenti avremmo dovuto trattenerci a Guadalajara e dintorni un altro mese, il sesto e mezzo. Però, davvero, siamo felici: un po' perché siamo quasi alla fine. Quasi. E un po' perché adesso, causa elezioni e altri incidenti, Per le coppie che vogliono adottare in Messico la faccenda si farà un bel po' più articolata. Una cosa, se non altro, l'abbiamo capita: senza un Danny Trejo nei dintorni, mettersi a discutere con i messicani sbagliati è sempre un problema.

venerdì 8 marzo 2013

Fine livello

L'adozione internazionale vista dal Messico è un po' come certi videogame a 64 bit di inizio Anni 80: trama lineare e cast proletario. Una litania di piccoli ostacoli da scalzare o schivare puntando tutto sulla pratica e sui riflessi, interrotta solo dai boss di fine livello, che a ogni passaggio si fanno più ingombranti, più fastidiosi, più insistenti. L'avvocato, paziente, mi spiega che non c'è da sorprendersi se la nostra permanenza nel Jalisco stia durando tanto a lungo. Ogni tramite de adopcion deve passare goccia a goccia dalle autorità federali, a quelle statali, a quelle municipali, per poi sfidare le leggi della fisica e risalire la corrente, dal tribunale del singolo Paesino che conclude l'adozione a quello del "Deèfe" di Città del Messico.
Per portare a casa il risultato, tecnicamente ci vogliono minimo un paio di mesi, massimo tre. La fam. Voglino, però, è qui da quattro, e qui rimarrà ancora varie settimane. Perché il conto di cui sopra tiene conto solo dei giorni lavorativi, cui tocca aggiungere i fine settimana e le eventuali festività, che nell'arco di otto, dieci settimane possono allungare il brodo. E perché è una formula da laboratorio nata al riparo dall'attrito, dall'estro del funzionario di turno, dal fatto che l'adozione avvenga dentro o fuori Guadalajara, dalla capacità di moral suasion dello studio legale, dall'interessamento di eventuali divinità precolombiane di passaggio, dai postumi di una posada particolarmente allegra, dal famo a capisse, dall'elasticità del calendario haab. A queste latitudini, la parola "domani" ha un significato tutto suo. Se domani capita di lunedì, diventa martedì, mercoledì. Se è giovedì, son dolori, perché stando a ridosso del week-end può rifilarti tre, quattro giorni di anticamera in più. E questo non è un rischio: è una costante. Ottenuta la sentenza, tecnicamente noi dovremmo essere in dirittura d'arrivo. Ma tocca aspettare che il Pubblico ministero e il Consejo Estatal de la Familia firmino il loro assenso per presa visione. Poi dovremo produrre atti di nascita pre e post-adozione di nostra figlia, l'articolo 23 di conformità alla convenzione dell'Aja, le copie certificate della sentenza. Poi i documenti andranno apostillati. Poi, finalmente, potremo tornare a Città del Messico per passaporto e visto. Poi, forse, casa.
"Falta molto?", ci chiede nostra figlia in perfetto itagnolo. "Yo me quiero andare a Italia".
Falta un tot, quanto non si sa. E citando un caro amico, direi che ormai anch'io mi sento valido per l'espatrio. E un tantino scisso.


lunedì 4 marzo 2013

Ti presento il Mamey

Nome scientifico: Pouteria Sapota.
Nome volgare: Mamey.
Nome de' noantri: quella roba che sembra un kiwi, ma molto più geosso.
La buccia è spessa, ruvida come carta vetrata, ispida, pelosetta. Sotto, la polpa compatta e saponosa è di un bell'arancio carico, a immagine e somiglianza della papaya, e racchiude un seme simile a quello dell'avocado. Il gusto è dolce, vellutato, avvolgente, con sentori di dattero fresco e caco, senza neanche un'ombra di asprigno. Irresistibile da solo, perfetto nella macedonia. In Italia è introvabile, porcaccia. Casomai le piramidi le città coloniali i mariachi e il tequila non bastassero, ecco un altro ottimo motivo per fare un salto in Messico. Perché il Mamey è un prodotto tipico Dop Igp ulp.

sabato 16 febbraio 2013

Huuummmeeerrr

Se n'era già parlato qualche post fa, della viabilità di Guadalajara. Codice della strada modellato su "Carmageddon", con le frecce ridotte a puro blink blink estetico e i passaggi pedonali a sfide sui 50 metri piani. Più patenti per tutti, anche per gli under 15, e limiti di cilindrata affidati ai danèe. Benza a 50 centesimi al litro. E una unanime tendenza al multitasking, con il conducente medio che durante l'esercizio delle sue funzioni si scaccola, telefona, beve il cappuccino vanigliato schifido dell'Oxxo, legge El Informador, si rifà il trucco, naviga sul web, guarda la tele. Unico baluardo dei pedoni, le Topes - cunette artificiali sparse ad minchiam lungo le strade, invisibili fino a un metro di distanza e progettate per rallentare solo i veicoli sotto il metro e mezzo di altezza, quei pochi riservati agli amanti dell'understatement. I portatori sani di scatolette come Matiz Chevy o Platina ci stanno attentini, dato il rischio di lasciare per strada marmitte, coppe dell'olio e alberi di trasmissione. Tutti gli altri le prendono a sessanta all'ora, saltandole come canguri cigolanti.
Dato il tasso di mortalità dei pedoni, il taxi è praticamente un medicinale salvavita. Le auto pubbliche sono gialle uovo con il tettuccio nero, e spiccano nel traffico come isole nella tempesta. Fermandoli per strada si spendono cifre abbordabili, intorno ai dieci pesos a chilometro. Prenotando la corsa, il prezzo raddoppia. Il vantaggio è che se il tragitto è breve, su una vettura da cinque si può salire anche in diciotto, ergo il prezzo della corsa è tosto ammortizzato. I vecchi, romantici e scassatissimi maggioloni Anni 70 del Messico che fu sono diventati una rarità. Adesso, la preferita dai tassinari è la Nissan Tsuru, una tre volumi funzionale ma bruttissima che i più tentano di ingentilire con rosari da concistoro vaticano, foderine in pelo di vero finto orso polare, diorami della revoluciòn, autoradio zaurissime con luci cangianti che pulsano a ritmo ecc. ecc. Accompagnamento musicale, l'onnipresente musica da banda: sezioni fiati da quaranta elementi più testi sul genere "Mamma, mamma/son contento di essere un pischello/fossi nato donna/starei in un bordello".
A Guadalajara, le berline messichesi sono tutte molto americane, molto grosse e molto accessoriate. Le mamme non girano con la Almera o con la Mini, come da noi, ma in Dodge Journey, la sette posti che ha fatto da modello per la orrenda Fiat Freemont di Marchionne. Fra le tre volumi più apprezzate spicca la Lincoln Town Car, così chiamata per la cubatura pari a quella di una cittadina come Abbiategrasso. Pick-Up dalle cilindrate intorno ai sei litri e dai brand trucidi come Apache, Lobo e Silverado, con branchi di pitbull sbavanti sul cassone, attendono i passanti agli incroci per gli scotennamenti di rito. Altrimenti, puoi farti investire da una Buick, col suo aplomb così cavalleresco e così post-modern, o da una Mustang scalpitante, o da un Chevrolet Suburban, veicolo ideale per ospitare un intero cartel di narcos. Per salvare la buccia, l'unica è battere gli automobilisti sul tempo. Oppure, procurarsi l'arma finale nel ramo delle quattro ruote: un hhhuuummmeeerrr sbracato con tanto di bar, discoteca e scannatoio, grande come un appartamento. Come portachiavi, compreso nel prezzo, ti regalano Flavio Briatore.

martedì 12 febbraio 2013

Tel chì el Tequila

Gran bella pianta, l'agave. Robusta, che non la ammazza niente, neanche la zappa. Decorativa, con quei raggi spinosi che sembrano daghe azteche. Utile, anche: con le fibre essiccate nascoste sotto la buccia bluastra ci si fabbricano amache e sandali. Con il cuore della pianta, sfrondato, cotto a dovere e addizionato di alcool, ci si fa la tequila. Pardon: IL tequila. Quella roba che si beve con il sale e il limone, ma mica alla maniera di noi provinciali, che sistemiamo gli optional nell'incavo della mano e lappiamo via il tutto prima di sorseggiare il liquore. L'ordine giusto prevede prima il tequila, poi sale e limone. Provaci un po' e vedi come va.
Il tequila si divide in due categorie. Quello buono e quello buono per i gringos. Ovviamente, il più bevuto nel mondo è quello buono per i gringos, quindi Tequila Sauza o Josè Cuervo. Roba che sta all'autentico distillato di agave come la benzina al whisky decente. Il problema è che Josè Cuervo è un brand riconosciuto e smerciato en todos lados, mentre per il Tequila buono tocca presentarsi nel ridente Stato di Jalisco. Magari, proprio a Tequila, che ospita alcune fra le migliori distillerie del regno. È meglio scegliere un tequila reposado, cioè invecchiato almeno tre mesi, o un tequila anejo, invecchiato almeno un annetto. Li riconosci dal colore, un bel giallo paglierino che sa vagamente di vaniglia e rovere.
Nomi da segnarsi in rosso: Herradura, una delle distillerie più scafate sia per il tequila di alta gamma che per quello commerciale, venduto sotto il brand El Jimador. Don Julio e 1800, più care, leggere e meditabonde. Milagro, un tequila con poca storia ma molto carattere nato - ecco il miracolo - dalle parti di Città del Messico. Sotto i trenta-quaranta euro, il target è quello del tequila buono per i gringos. Controllare bene l'etichetta: il tequila buono non può andare sotto il 70 per cento di agave azul, il migliore arriva al 100 per 100. Se è fra i migliori, il giorno dopo ti svegli senza il mal di testa. Salud.

venerdì 8 febbraio 2013

Lavoro del piffero

Il signor Juan Ramirez prende servizio ogni sabato intorno alle otto del mattino, all'angolo fra la Juan Palomar y Arias e la glorieta di fronte alla Galeria del Calzado.
Io lo so, perché il suono del flauto del signor Juan Ramirez arriva dritto dritto fino al balcone dove in genere mi siedo a scrivere. È un motivetto facile, dal ritmo vagamente ipnotico, un Do-mi-mi-re-do-re-do, che si ripete sempre uguale a se stesso, per ore e ore, a vantaggio di tutti gli automobilisti di passaggio. Quando Il sole comincia a picchiare duro sull'armatura azteca di latta del signor Juan Ramirez, il nostro si siede all'ombra di un ficus, nello spartitraffico accanto al BanBajio, e caccia giù un refresco - in genere, aranciata.
Il signor Juan Ramirez ha sessantatré anni e un bellissmo viso largo color cuoio che il cimiero piumato gli calza come un guanto. Assomiglia stranamente a mio zio Mauro di Macerata, ma in versione india. Fino a dieci anni fa lavorava per una fabbrica di materassi a sud della città. "Poi sono diventato vecchio, e mi hanno lasciato a casa", precisa, la voce sottile affilata dal caldo che trasuda dall'asfalto e dalla stanchezza. Ancora un paio d'anni ad agitare i campanelli sulle cavigliere e fare Do-mi-mi-re-do-re-do, e poi comincerà a percepire una pensione che probabilmente lo obnligherà a replicare il suo show all'infinito, perché lo stato sociale messicano è roba da fame. Non a caso, gli incroci di Guadalajara pullulano di strilloni, venditori di cicche o zucchero filato e gli immancabili lavavetri, che però qui sono in netta minoranza. Gli artisti da strada come il signor Juan Ramirez sono mosche bianche. forse è per questo che gli automobilisti sembrano rispettarli. O forse perché anche nella capitale commerciale del Messico la memoria di un tempo in cui erano tutti più poveri è ancora vivida, e alimenta il rispetto per chi si fa il mazzo per mettere insieme pranzo e cena.
Alle due, quando il sole comincia a martellare le tempie, il signor Juan Ramirez si siede sotto una pianta in pausa pranzo. Un panino e un'aranciata, come si diceva più su. Terminato il pasto, sistema accuratamente il suo costume da nobile azteco in uno zainetto grigio, e si dilegua fra le auto. Lo guardo sciogliersi nel traffico, in abiti borghesi, e penso che nella realtà gli eroi in costume mostrano rughe più marcate che sui fumetti.


giovedì 31 gennaio 2013

Polanquito

Vedere un bambino di sette, otto anni trotterellare via barcollando a destra e sinistra sotto il peso di un paccone di sette, otto chili di derrate alimentari non capita tutti i giorni. Succede a Polanquito, una verruca di miseria nera sulle natiche sode palestrate e depilate di Guadalajara. Qui, le vetrine di Tommy Hilfiger, le insegne minimal-chic di Starbuck's e gli scampanellii dei trenini panoramici delle Plazas sembrano lontanissimi. Qui, il panorama prevede case sbilenche, per lo più molto maltrattate, vecchie Lincoln con il logo a croce calcinato dal sole, vite da strada pasoliniane. E grazie al cielo, un po' di cooperazione. Al centro di tutto c'è un brutto edificio giallo costruito a ridosso di una piccola chiesa prefabbricata. Una volta al mese, grazie all'impegno di due onlus italiane, si prova a dare una risposta ai bisogni molto concreti di un centinaio di bambini problematici. Ragazzine gravide o con figli ancora in fasce, adolescenti semianalfabeti, ragazzini handicappati, piccoletti maltrattati, abusati o solo privi dei più elementari mezzi di sostentamento si danno appuntamento qui per portare a casa la pagnotta, farsi garantire un minimo di cure o una parvenza di istruzione.
I. ha un bel viso irregolare, con occhi grandi liquidi e cigliosi da mucca, e un corpo giunonico insaccato in una tuta da ginnastica. Mi ringrazia per essere qui, e mi dice che sta studiando da infermiera "per restituire al centro di Polanquito almeno un po' di quello che ho ricevuto". A. è grande e grosso, bello stazzato, con una faccia allegra punteggiata di brufolazzi. Gira sempre in coppia col fratello, alto uguale, ma largo la metà, mani come badili e una T-shirt dei Megadeth che fa a pugni con i capelli corti con la riga, i modi educati e la faccia da fidanzatino ideale. La settimana scorsa, I vicini di casa gli hanno ammazzato il cane. Lo racconta così, sorridendo, come un fatto inevitabile: è che da queste parti c'è un sacco di gente mala, e bisogna accettare quello che arriva. F. se ne sta in un angolo, isolato dal gruppo, a giocare da solo. Isolato lo è sul serio, perché è sordomuto. Parla con la sua danza irrequieta, con gli occhi, le mani e i piedi, e sorride spesso. Da qualche mese gira con un grosso apparecchio acustico incastonato dentro un orecchio. A regalarglielo è stato uno dei medici che una volta al mese, gratuitamente, offrono i loro servizi a una comunità che non ha i mezzi per l'assistenza sanitaria. Poi c'è L., l'amichetta di nostra figlia. Stava nello stesso internado, ma un bel giorno sua madre se l'è venuta a prendere per portarla qui, fra i grossisti di pneumatci e pezzi di ricambio, le fabbriche di vernici e le friggitorie di Tortas Ahogadas di Polanquito. Ora ha smesso di frequentare la scuola primaria e campa di aiuti alimentari, però a casa ha la cable tv, e sembra felice.
Tutti, qui, impazziscono per i dolci. Li trovano nelle piñatas a forma di stella da saccagnare di mazzate durante le posadas, o negli scatoloni da dieci chili che di tanto in tanto qualche abarroteria della zona mette a disposizione dei locali. Come i pacchi alimentari, anche le manciate di caramelle toffee dure passano di mano in mano durante l'appello: nome, cognome da parte di padre e da parte di padre, e dalle file di panche sbuca qualche sorriso imbarazzato pronto a ritirare il proprio piccolo tesoro.
A gestire il tutto è una signora alta, bionda e bianca di settantacinque anni, che dirige le operazioni con disciplina ferrea. I bambini stanno lì per due, tre ore, seduti sotto una tettoia, in attesa. Prima il dovere - cose anagrafiche, o la consegna delle pagelle, o delle lettere inviate ai ragazzi dai padrinos che li hanno adottati a distanza. Poi gli avvisi: abbiamo scoperto che alcune famiglie vendono le coperte che gli forniamo. Se dovesse ricapitare, basta coperte. Oppure: le derrate alimentari verranno consegnate solo ai bambini, non ai loro genitori. Niente bambini, niente derrate. Roba così. Poi, finalmente, al momento dell'entrega, si fa l'appello, e ogni ragazzetto si fa avanti, ti ringrazia come se veramente gli importasse, e se ne va col suo prezioso carico di olio, riso, fagioli e gallette.
E tu ti senti allo stesso tempo privilegiato per aver toccato con mano una fetta di mondo che nemmeno pensavi esistesse, crudele per non averlo mai notato, impotente di fronte a tutte le Polanquito dell'emisfero occidentale. E anche un po' paternalista. Come tutti quelli che hanno avuto il culo di venire al mondo dalla parte giusta della barricata. E che qui, nelle recite di Natale, si beccano sempre le parti migliori.

mercoledì 23 gennaio 2013

Tu chiamalo se vuoi El Bebeto

"Beato te che te ne vai al Messico", scherzavano amici e conoscenti. Ah, il sole, la cerveza, i tacos, la tequila, e le piramidi Maya, e le sfumature verdonzole-barra-turchesi del Mar dei Caraibi.
Bene, giunto al giorno settantacinque di permanenza nel ridente stato di Jalisco, puoi asserirlo con cognizione di causa: da qui, il Mar dei Caraibi non si vede neanche col binocolo. Ma nemmeno la luce in fondo al tunnel. La costituenda fam. Voglino ha passato brillantemente i primi due gradi di giudizio, quello federale e quello tapatio. Ma giunta all'ultimo miglio, la macchina della giustizia si è trasformata in un tritacarne. Riassunto degli ultimi eventi a uso e consumo di chi stesse pensando che in fondo l'adozione internazionale è una specie di vacanza pagata.

- Metti che nel tuo Paese di adozione, nel senso della Nazione che hai scelto, l'Adozione sia una questione controversa, cogli sporchi gringos che i cinni se li comprano su Internette e i cattivi delle leggende urbane che li vendono a tranci su eBay. Metti che ti capiti un giudice di fresca nomina. Metti che il suddetto, all'idea di sottoscrivere una sentenza di adozione internazionale, paventi possibili strumentalizzazioni politiche. Metti che diventi maledettamente scrupoloso. E cominci a spulciare le tue trenta e rotti cartelline di documentazione alla ricerca di un refuso, un vizio di forma, un qualsiasi appiglio per Ponziopilarti un po'. Metti che lo trovi. Che cosa può fare? Tanto per cominciare, può sollecitare un supplemento di indagine, e prendere tempo.

- A quel punto, ricordi sommessamente all'avvocato assunto in loco di non essere un membro dello stesso club di Madonna, Brangelina o altri genitori adottiVip, e di avere un impiego abbastanza normale da cui hai preso un periodo di aspettativa non retribuita che temi di aver già abbondantemente sforato. Dalle tue parti, ricordi all'avv. mex.. questa si chiama giusta causa, e potrebbe costarti il posto. L'avv. sorride, paterno, e fa spallucce. Cazzi tuoi. I "massimo tre mesi" prospettati a suo tempo erano una tempistica indicativa. Se hai problemi di lavoro puoi sempre smollare qui moglie e figlia, cavalcare verso il tramonto e tornare a prenderle con comodo in un altro momento. Perché l'adozione non è scienza, ma fantasia, e gli imprevisti sono più che nel Monopoli.

- Postilla: mentre tu spendi e spandi in affitti messichi, alimenti messichi, telefonate a cellulari messichi, fotocopie messiche, taxi messichi, etc., il tuo conto in banca, al contrario di quelli di Madonna o Brangelina, si svuota più in fretta di un comizio di Nichi Vendola nel Varesotto. Questo, unitamente alle notizie sulle pagine economiche dei principali quotidiani italiani on line, non favorisce il buonumore. A bordo piscina, sotto il sole caliente dell'equatore, risulti il quarantenne con la smorfia più amara. Per fortuna, i Ray-Ban scuri occultano le lacrime. Però, non puoi fare a meno di notare che cominci a somigliare sinistramente ad Augusto Pinochet subito dopo la presa del Palacio De La Moneda.

- Nel frattempo, in Itaglia, le famiglie d'origine ci mettono del loro, e allertano la NATO, la Farnesina, il mago Demus, "Chi l'ha visto?" e la Madonna di Cerignola. Il tutto, in totale spregio di un basilare principio di realtà: quello secondo cui in un Paese straniero la legge italiana non. Gode. Di. Alcuna. giurisdizione. Quindi, cari cugini, zii, suoceri, amici vicini e lontani, è inutile che ci diciate che lo zio del nonno della sorella del prozio di secondo grado del parrucchiere sotto casa è un esperto di diritto internazionale, e non vede l'ora di chiamare l'ambasciata per fargli vedere chi siamo. Chiamasse una hot line porna, piuttosto. Godrebbe senz'altro di maggiori soddisfazioni e non rischierebbe di procurarci altri casini.

- a questo punto, uno normale finirebbe per somatizzare. E infatti, somatizzi. Una mattina ti svegli con la parte destra della faccia gonfia come un pallone. Il giorno dopo e per i tre giorni seguenti, emicrania a stecca. Poi, per non farti mancare proprio nulla, riesci a beccarti un discreto raffreddore. Ti rivolgi alla farmacia più vicina. Quando riesci a trovare il banco dei medicinali, visto che qui le farmacie sono grosse come ipermercati e vendono anche refrescos, giocattoli, biancheria intima, sigarette e un sacco di altre cose, scopri che le confezioni non prevedono il bugiardino, ma solo la lista degli ingredienti. Non disponendo di una laurea in medicina, opti per una pomata contro le emorroidi tanto per non tornare a mani vuote e ti ripresenti alla tua suite. Tua moglie, poraccia, sta messa quasi come te, con in più quei dubbi tipicamente femminili sul senso più intimo e profondo della maternità nella misura in cui a prescindere dal discorso cioè cazzo compagni. Mentre ti lavi i denti con la Preparazione H, senti che in fondo il Jack Torrance di "Shining" potrebbe essere un ottimo role model.

- Scopri con orrore che tu e il frutto dei lombi altrui che però, dai, giudici permettendo adesso in fondo è quasi tuo, non condividete lo stesso concetto di "guapo": tu pensi a Johnny Depp, Di Caprio, etc., lei all'artista precedentemente noto come El Bebeto (foto), praticamente la versione india bistrata e copyright-infringed di Jake Gyllenhall ne "La montagna dei rottinculo". Torni a indossare i Ray-Ban, e provi freneticamente la faccia alla Pinochet davanti allo specchio: per perfezionarla hai tempo ancora un paio d'anni, fino all'adolescenza.

(Continua...)



venerdì 18 gennaio 2013

Il carretto passava e quell'uomo gridava

Gelati mexican style. Un mondo a parte, in un Paese in cui il gelato vien buono anche l'inverno, perché alle nostre latitudini il tempo è clemente, e mastella di brutto. Coni e paletas, entonces, vanno sempre via come il pane. Zompiamo a pie' pari la robaccia della Unilever, che qui sfoggia lo stesso cuore stilizzato della Algida, solo con un nome diverso, Holanda (del resto, noi buongustai italiani, dell'Holanda, in altre ere apprezzammo altri e più aromatici cioccolati, e per il resto butteremmo a mare tutto tranne forse qualche birra, Edgar Davids e lo stato sociale. Ma non divaghiamo).
In Messico, ad andare per la maggiore è una via di mezzo fra il gelato industriale e quello artigianale: gli ingredienti si comprano in franchising, e son gli stessi per tutti. Poi, si va giù duro con le customizzazioni.
Cioè. Tu ti presenti tipo da La Michoacana, che è la catena più diffusa del Paese, e ti compri un cono un ghiacciolo o un sorbetto sencillo, ovvero normale, a un prezzo base. Poi, volendo, arricchisci con gli optional: il puccio nel cioccolato o nella marmellata, la panatura di smarties, noccioline tostate o biscotto, i trucioli di cocco o quello che ti suggerisce l'estro del momento. Gusti davvero per tutti, da quelli classici come cioccolato, fragola e vaniglia, a quelli tiki come ananas o banana, fino a quelli estremi, come mango e chile habanero, piccante di bestia.
O il preferito di mia figlia: il ghiacciolo al cetriolo con ripassata di salsa agrodolce al lime e crosta al peperoncino dolce. Giuro che è commestibile. Quasi, dài.

lunedì 14 gennaio 2013

Plastic Mexico

Una confezione di fiocchi di granturco da 620 grammi, lunga larga e profonda quanto una valigetta 24 ore. Un mattone di burro spalmabile da 600 grammi. Un flacone di detersivo da 7 litri con tanto di rubinetto, che altrimenti riempire il misurino è come versarsi un bicchiere di vino direttamente dalla botte. Bottiglie di Tequila da 5 litri e petti di tacchino da 5 chili. Vaschette di gelato da un gallone. E le marche: da quelle global come Zara e Benetton, a quelle locali come Scappino e Ozone, dal casual di Sportenis all'impossibile accoppiata fra gelati e patate fritte di Dany Yo. Chi vive nella beata convinzione che il Messico sia quello dignitosamente povero, ruvido e dolente dipinto da Winslow, Jannacci o Leone dovrebbe venire a schiarirsi le idee in una delle tante Plazas che costituiscono l'unica autentica attrazione di Guadalajara. Come nel sogno americano al piano di sopra, nella Plaza tipo lo struscio è metodico, il brusio ipnotico, il consumo bulimico, puro Koyaanisqatsi. E pazienza se i Macjobs abbondano e gli stipendi medi oscillano fra un terzo e un quarto di quelli italiani, fra i più depressini d'Europa. Se non hai soldi, puoi pagare tutto, anche le scarpe, in sei comode rate mensili. Già, ma per tenere aperto uno shopping mall al cui confronto i nostri iper sembrano negozietti etnici, i consumi devono girare in proporzione. Qui, solo la bolletta della luce se la gioca con quella di una piccola città. E chi ha i mezzi per riempire questi mostri, sette giorni su sette, dalle dieci di mattina alle dieci di sera? L'hinterland, mi dicono. Come Milano, Guadalajara è città di commercio, con gli abitanti di Buguggiatepec, Bustotitlan, Cinisellobalsamohuac e limitrofe che, le tasche farcite di dollari accumulati nei campi o nelle officine, tutti i giorni calano sul centro stoico come lucuste. Dieci milioni di anime spendaccione, affamate, disposte a tutto pur di somigliare almeno un po' agli americani veri, quelli che fino a ieri stavano meglio, e oggi un po' meno. E forse, sotto sotto, il punto sta proprio qui: forse, in ogni scontrino, in ogni sacchetto, in ogni camioneta stracarica che vedo entrare o uscire dai parcheggi, ci deve essere anche il piacere della rivalsa. E quello non ha prezzo.

venerdì 11 gennaio 2013

The Road (maccartismi messicani)

In Messico, i mezzi pubblici li chiamano "camion". Con l'accento sulla "o", ma sempre "camion".
Capacità limitata, intorno alla quarantina di passeggeri. Motori Mercedes con velocità regolata dalla computadora, ma non si sa intorno a quale limite, vista la media sugli ottanta all'ora. Tutti gli optional kitsch previsti dagli stereotipi sui messicani, dai pomelli del cambio a palla otto ai copri-retrovisore in finto cincillà, una sciccheria.
Si sale davanti, si scende da dietro. Il biglietto costa sei pesos, più o meno trenta centesimi di euro a cranio. Da pagare direttamente all'autista, che mentre guida dà i resti, telefona, fuma, magna churritos, controlla l'olio, legge il giornale, fa il sudoku. Abbonamenti, zerella, al massimo sconti pensionati che funzionano a coupon.
Fermate e percorsi sono a discrezione del piloto. Un po' perché qui il trasporto pubblico è privato, e conteso fra tre-quattro cooperative di tagliagole che pur di tirar su un pendolare in più ammazzerebbero la mamma. Un po' per un retaggio dei bei tempi andati, quando per rimediare un passaggio su un pesero bastava posizionarsi a un angolo di strada e tirar su il ditino. Una abitudine dura a morire, che fa a pugni con le paline e le pensiline abbandonate per la città come vecchie battone demoralizzate. L'elasticità dei percorsi e delle fermate, ovviamente, va tutta a danno dell'utenza. Chiedere informazioni al conducente sul percorso prima di salire non ha senso, perché tanto pur di staccare un biglietto in più sarebbe capace di dirti che ferma anche sotto casa tua a Milano, il che comporta clamorosi errori di rotta e relative scarpinate. Poi, a volte i bus vanno ma non tornano, o tornano seguendo altri percorsi.
Il codice della strada dello stato di Jalisco non prevede i pedoni, né l'uso della freccia, che qui è ridotta a puro orpello ornamentale, quattro luci di posizione perennemente accese che con i loro bei bagliori ambrati fanno pendant coi neon blu sotto le auto. Mi spiegano che da queste parti la precedenza non esiste, la regola è che chi ciocca contro un altro mezzo ha sempre torto e paga pegno: questo potrebbe spiegare lo stile di guida stile 24 ore di Indianapolis, con le camionetas grandi come monolocali che ti tagliano la strada da destra o sinistra, in curva, agli incroci, nella meraviglia del suono stereofonico ranchero mixato allo stridio di pneumatici e lamiere. (va be', per l'on the road ripassiamo un'altra volta).
Gli autisti di Guadalajara son gente informata. Ieri sera, di ritorno da una gita fuori porta a bordo del 51 C, il piloto mi chiede da dove veniamo. "Italia", gli dico. E lui: "Aaah, Itttalia... Mucha crisis para allà. Mejor aquì". E poi, con una strizzata d'occhio: "Berlusconi presidente. Las muchachas...".
Sono sceso, come terrorizzato dal presagio di un brujo.
Il cartello più vicino indicava Nogales.