
È possibile che uno che si è fatto le ossa sul fumetto d'azione riesca a riciclarsi come autore drammatico a tutto tondo?
È possibile sì. Ma non è detto che la ricerca di un maggior peso letterario porti per forza più ciccia.
In Europa, dove il fumetto d'autore è di casa dagli Anni 60, certi cambi di passo non hanno comportato particolari sofferenze ai lettori: non c'è di fan di Pratt Moebius o Mattotti che abbia fatto un be' di fronte ad avventure che di anno in anno si facevano sempre più scarne, sempre più essenziali, sempre più metafisiche. Altro è il caso degli Stati Uniti, dove il fumetto problematico è esploso con Art Spiegelman, che Crumb e Bodé e Shelton erano troppo sui generis e troppo genuinamente lisergici per le ambizioni salottiere. Da quelle parti, un passato mainstream genera gli stessi sensi di colpa di una patacca di ragù sulla cravatta. Quindi, niente evoluzione, solo rimozione.
Così David Mazzucchelli, passato dallo spettacolare espressionismo hard-boiled dell'accoppiata con Miller all'espressionismo astratto di
Asterios Polyp.
Così anche il canadese Stuart Immonen, che in coppia con la moglie Kathryn ha rinunciato a una carriera da onesto mestierante del superomismo in calzamaglia per tentare il colpo gobbo del romanzo grafico in levare con
Moving Pictures (Nicola Pesce editore, 14 euro e 90). Una pièce teatrale a fumetti ambientata nella Parigi occupata dai nazisti, tutta giocata in spazi claustrofobici, sui dialoghi e su un montaggio alternato che alterna passato remoto e passato prossimo mescolando i vizi privati di una esperta d'arte costretta a una tipica liaison vittima/carnefice con un nazi con quelli pubblici della
Endlösung. Il gioco funziona nell'unità di tempo e di luogo dell'interrogatorio che fa da fil rouge a una narrazione volutamente allusiva e non lineare: testi e disegni scorrono s'intersecano si affastellano come le correnti di un fiume sotterraneo, sempre uguali e sempre diversi, e tanto di cappello ai coniugi Immonen per le infinite variazioni sul tema del parlarsi addosso. L'attenzione per il dettaglio, però, fa a cazzotti con l'ambizione dichiarata di inscrivere le storie minuscole dei protagonisti nella Storia maiuscola: così, nonostante la gelida eleganza formale, i diversi affluenti del dramma faticano a unirsi nella corrente lenta e solenne di un melò con i controcazzi.
Con un editing più puntuto e rigoroso, poteva uscirne un gioiellino.
Così, non si va oltre una aurea mediocritas giustificata dal taglio inconsueto della vicenda e da un lavoro certosino figlio, forse, dei sensi di colpa degli autori. Che altro? Non tutte le coperte riescono col buco. Nemmeno alla Top Shelf.