martedì 27 luglio 2010

Ai confini del mezzo


Tre Eisner Awards non sono uno scherzo. David Mazzucchelli se li è guadagnati in souplesse con un'opera che sembra fatta apposta per far discutere. Asterios Polyp rinnova il topos molto americano della "second chance" con un lavoro di cesello che frulla insieme archetipi junghiani, musica, letteratura greca, architettura e molto altro ancora. L'artista un tempo noto come quello di Batman: Year One guida questa macchina con una lucidità, una finezza e una meticolosità di fronte alla quale non si può che rimanere ammirati.
Ma per dirla alla Mario Brega, che è fumetto questo?
La domanda ci sta. Insieme con la sensazione che buona parte del fumetto adulto attualmente disponibile sia altro da sé. Che nasca più come balsamo per l'ego che per la volontà di raccontare. Albi a fumetti come prototipi da collaudo, come opere concettuali, come capi da sfilata: irraggiungibili per il lettore medio, condannato a smarrirsi in un mondo che dei fumetti ha mutuato solo le nuvolette e la griglia, rinunciando a ogni pretesa di intrattenimento, evasione, consolazione. Splendidi oggetti nati per quelle élite che possono permettersi di capirli, apprezzarli, esporli come conversation piece o per le pagine culturali dei quotidiani a grande tiratura.
Nel frattempo, il gap con il fumetto popolare si allarga. E chi fino a qualche decennio fa poteva contare su un mondo che riusciva a far convivere senza troppi sforzi ansie autoriali e sano intrattenimento, oggi si ritrova schiacciato sul confine opposto del fumetto art-house: quello di Tex, Diabolik o Cornelio. Con pochissime eccezioni, in gran parte mutuate dal mercato francese.
Il giardino in cui Pratt, Magnus, Battaglia & C. coltivavano delizie, oggi, è un deserto sterminato. Gran peccato, perché la terra potrebbe dare ancora buoni frutti. Se solo qualcuno ci lavorasse un po'. In primis, gli editori.

5 commenti:

CREPASCOLO ha detto...

Cui prodest ? chiederebbe Angelo Infanti. Lo ha fatto davvero. Una splendida serata di mezza estate, cena in piedi, la terrazza di Vittorio Storaro, in giorni in cui era popolare Sabrina Salerno.
L'argomento era la corsa alla luna dei primi anni sessanta. Che senso aveva raccogliere un ciottolo del ns satellite in giorni in cui il frigor era diffuso, ma molti non potevano riempirlo?
Brega guardò Angie da sotto in sù, sporgendo le labbra come un Nero Wolfe de noantri, e disse che la sperimentazione in assenza di gravità ci aveva portato al brevetto del gel-effetto-bagnato-scolpisci-i-tuoi-capelli.
Sabrina aggiunse che spesso nei suoi videos era richiesto una atmosfera sexy-umida e tutte quelle docce non erano un toccasana per la cervicale.
Infanti non era convinto: tutti quegli ex nazisti reimpiegati nella progettazione di razzi gli sembravano uno schiaffo in faccia al tour operator Mossad che era tanto efficiente nella tratta Buenos Aires -Tel Aviv.
Brega, punto sul vivo, replicò che non erano poi molti i mad doktors che aveva arruolato per conto della NASA e che, in ogni caso, avevano un contratto a termine.
Sabrina a quel punto si perse in un pistolotto sulla precarietà del lavoro ( decisamente ante-litteram ), ma non era del tutto disintessata: i maggiorenti della sua casa discografica non volevano approvare il budget per una rock opera in cui si celebravano le gioie di una terra incantata in cui le ragazze scoppiano di salute e Silicon Valley è rimasta sullo spartito.
David Mazzucchelli, come al solito, se ne era rimasto in un angolo - un supplì nel piattino di plastica - ad ascoltare, cogitabondo. Erano giorni in cui stava decidendo se trasferirsi in Giappone a studiare i mangaka o nel Salento per migliorare la sua Pizzicata. Stewart Copeland scelse di scendere nelle Puglie e Dave non lo poteva vedere perchè l'ex batterista dei Police sosteneva che lo sguardo della infermiera di Born Again era preso da una sua performance nel video di Walking on the moon. E non era vero. La monumentale assassina era il clone di carta del gufo saggio di un vecchio commercial sulla euchessina, ma sto divagando e non è da me.
Credo che quella sera segnò l'artista della Città di Vetro. Vide una volta di più le interconnessioni. Capì che la vera cifra stilistica - un'altra chiave di vetro infrangibile - dell'universo è il grottesco, la corda tesa tra un supplì umidiccio ed un piccolo passo per una umanità fragile - e cambiò temi e modi. Chiamò l'Astorina e cancellò il suo contratto per alternarsi a a Zaniboni sulle pagine di Diabolik e partì per Osaka. Prima del decollo chiese al suo amico Mario B. di spedire a Copeland un calendario della Salerno - un viaggio inizia sempre levandosi la vecchia pelle - ma Brega sbagliò l'indirizzo e spedì il tutto a simon wiesenthal. Stewart continuò con la sua musica per elite, ma Simon aveva un altro sorriso quando infilava l'ennesimo fuggiasco in un baule.

Andrea V. ha detto...

Sono molto cogitabondo.
Praticamente, cogitabbondo.

Filippo ha detto...

D'accordissimo, ho pensato le stesse cose (ma espresse peggio) leggendo Brooklyn Dreams di JM DeMatteis

smoky man ha detto...

Non so perchè ma ho lasciato a metà il volume di Mazzucchelli. Sarà la vita... Ma ci torno e lo finisco, sicuro... Tomo splendido, disegni funambolici... ma la sensazione era quella di un freddo virtuoso esercizio di stile. La sensazione dei film di Greenway... non so, non so...
Certo sui "vecchi" autori che facevano Fumetto qualche decennio fa e ora sono considerati, giustamente, dei Maestri hai perfettamente ragione. E se poi penso che il buon Toppi se gli dici "Maestro" ti guarda torvo come se lo insultassi...

smok! :)

Andrea V. ha detto...

Non tutti i maestri riescono col buco.