mercoledì 15 aprile 2015

Herb Triste



Se ne va un grande artigiano dei super-eroi: Herb Trimpe, il primo penciller di un certo mutante con i pugni (e gli artigli) nelle mani.

martedì 14 aprile 2015

Castelli in aria


Il Buon Vecchio Zio Alfy non sembra prendere mai niente troppo sul serio.
Il che tradisce la serietà con cui affronta il suo mestiere, il suo approccio alla scrittura, la sua sottile malinconia. Una malinconia che forse dipende dai 50 anni di fumetti, o forse chissà.
Come tutti gli autori di fumetti che conosco, il Buon Vecchio Zio Alfy vive in una bolla spazio temporale a sé, lontanissima dalla nostra realtà, ma regolata da leggi precise.
La prima è non prendere mai niente troppo sul serio.
A parte questo, ci sono: rimandare gli impegni sgradevoli sine die con scuse degne di un feuilleton  ottocentesco, sapere tutto di fumetti dei quali il novantanove per cento del mondo ignora l'esistenza, inventarsi ogni tanto un format nuovo e la nobile arte di scoraggiare gli aspiranti sceneggiatori di Martin Mystère dallo scrivere le storie del suddetto.
Che tu arrivi lì pensando a un'idea pim pum pam su Martin Mystère e lui ti dice stai manzo, che Martin Mystère è un Piero Angela biondo un po' più più logorroico.
Senza mai prendersi troppo seriamente, chiaro.
Io al Buon Vecchio Zio Alfy lo stimo un casino.
Un po' perchê scriveva i fumetti che leggevo da ragazzino, tipo gli Aristocratici e l'Omino Bufo e Mister No.
Un po' perché mi ha lasciato scrivere Martin Mystère, che a pensarci ogni tanto a pensarci mi dò dei pizzicotti per vedere se è vero e accidenti, sembra proprio così.
È un po' ci voglio bene perché anche se non fosse ancora chiaro non si prende mai troppo sul serio.
Ecco, invece in questi giorni il buon vecchio zio Alfy ha organizzato una roba da prendere molto sul serio. Tre serate dove si parlerà di cosa sono, come si fanno e come si spacciano i fumetti. Con un sacco di special guest e di sorprese.
Secondo me, vale la pena passarci.


lunedì 13 aprile 2015

Vitamina!

Venite venite parvulos

È una buona notizia a metà l'uscita di Vitamina.
Da un lato, infatti, ogni nuovo tentativo di rivista per bambini ini ini andrebbe accolto con i proverbiali 15 minuti di applausi registrati. Dall'altro, si tratta di una localizzazione - quella della rivista francese J'aime lire, 2 milioni e passa di lettori in terra d'oltralpe.
Ma nell'attesa che anche nel nostro bistrattato Paese mille fiori fioriscano (basterebbero anche un paio di carciofi, eh, niente de che) tocca fare il conto dei pischelli di casa a includere figli nipoti e amici di amici, e fulminare in edicola a cercare questo pocket. Costa poco, due duri e novanta, ma promette piuttosto bene. Non è una spesa: è una piccola scommessa sul futuro.

mercoledì 8 aprile 2015

La Storia siamo lui




Vent'anni passati ad aspettare la fine di una leggenda in un mondo che nel frattempo ha cominciato a danzare su ritmi diversi, più prevedibili, più avari di grazia e autentica leggerezza.
Non è più tempo di farfalle nello stomaco. E infatti, i sogni hanno ceduto il passo al pragmatismo primordiale dei liberisti puri. Non è nemmeno più tempo per gli eroi problematici. Quelli dei decenni passati, come Corto Maltese, Lo Sconosciuto o Mister No, sono usciti di scena da un pezzo e le loro avventure meravigliose e potenti oggi incombono sulla scena come eredità scomode, manieri preziosissimi e sconfinati difficili da aprire a un pubblico barbarico, impossibili da adattare a contesti più micragnosi e onerosissimi da gestire. In un altro tempo, in un'altra realtà, tutti potevamo permetterceli. Ma oggi, sono diventati un lusso. Un elefante nel tinello. Un ideale adolescenziale da superare. Per arrivare con Emily Dickinson fin dove arriva il mattino.
Berardi e Milazzo hanno rimandato il viaggio finché hanno potuto, forse consapevoli della difficoltà improba di regalare a questo eroe così normale e così straordinario un'uscita di scena degna della sua storia editoriale. Serviva un coup de theatre capace di risarcire i tanti orfani di Ken degli anni passati rimpiangendo gioielli come La Ballata di Pat O' Shane, Lily e il cacciatore o Sciopero. Serviva un ritorno all'essenziale della serie, quel misto di ineluttabilità, antispettacolarità e furore elegiaco cui gli autori genovesi ci avevano abituato. E infatti, andiamo a parare proprio lì.
Chi ha orecchie per intendere, l'avrà già capito: alla fine di questa cavalcata non ci sarà nessuna ricompensa, nessuno scioglimento dell'intreccio, nessun finale compiuto. Solo l'unico intrinsecamente sensato rispetto all'irripetibile parabola narrativa di Lungo Fucile. La strada verso il sole che sorge è stretta, ripida e aspra, senza ombre di cameratismo o comic relief. Ogni pagina di questo capitolo finale anticipa una catarsi perfettamente imperfetta e totalmente rispettosa dello spirito della serie, un finale non finito che nel suo rigore risulta quasi insopportabile. Non c'è mai stato spazio per le anime belle, nel West dei vecchi dagherrotipi e delle storie di frontiera che Ken replicava con trasporto sulla carta. E a maggior ragione, non può esserci nemmeno in questa cinquantesima uscita.
Come accennato più su, non è più tempo di eroi problematici. Con o senza un certo scout, sembrano dirci quei meravigliosi figli di buona donna di Berardi e Milazzo, i fumetti continueranno a uscire, il mondo continuerà a girare, il sole continuerà ad alternarsi con la luna, le persone continueranno a vivere e morire. La Storia, insomma, continuerà a fare il proprio corso, con la sua logica mastica e sputa. Ecco, più che alla Dickinson, arrivati all'ultima pagina dell'avventura il pensiero corre al finale tremendamente umano buio e vertiginoso del bellissimo romanzo omonimo di Elsa Morante: "Si dice che in certi stati cruciali davanti agli uomini ripassino con velocità incredibile tutte le scene della loro vita. Ora nella mente stolida e malcresciuta di quella donnetta, mentre correva a precipizio per il suo piccolo alloggio, ruotarono anche le scene della storia umana (La Storia) che essa percepì come le spire di un assassinio interminabile. (...) Tutta la Storia e le nazioni della Terra s'erano concordate a questo fine". So long, Ken. Ci mancherai un sacco.

giovedì 2 aprile 2015

Avanti, c'è posto


Trasporto pubblico al estilo mexicano: ne avevamo già parlato qui.
Vale la pena di tornarci sopra per segnalare che Internacional, la automotive company preferita dai conducenti di peseros, ha messo on line a gratis un magnifico volume fotografico sul mondo dei microbus. Belle foto, bei mezzi, belle facce, bei viaggi da fare sfogliando il proprio tablet. Non proprio come essere là, ma quasi. Il libro si chiama Subale, Hay Lugares. In carrozza, qui.


mercoledì 1 aprile 2015

Chappie ch'el gh'è




Il vero mistero dietro Chappie sta nella scelta di Sony di distribuire nell'arco di poco più di un anno una specie di Robocop.
Guarda caso, quello di Blokamp è il film più piacevole dei due. Ma oltre al flop platinato del remake dello sbirro cibernetico, qui c'è da scontare l'ulteriore aggravio delle stroncature piuttosto ingenerose già patite negli Usa. Nonché di un titolo magari più badass di quello originale al gusto cibo per cani, ma terribilmente melò.
Al sodo, quella di Chappie e né piú né meno la fiaba collodiana di un burattino di titanio che sogna di diventare un bambino vero e che nel corso di questo proletario e futuribile bildungsroman deve sobbarcarsi un master in crudeltâ umana con i controfiocchi. Con tutti gli sfracelli del caso. Presente il classicissimo e sgangherato Pinocchio Super-Robot di Bunker & Chies? Eccaallà.
I limiti del film stanno tutti nella scrittura, che rispetto al precedente-monstre di District 9 fatica a far convivere l'anima lieve e le aspirazioni gravi di Chappie, pardon Humandroid. La sintesi è un giocattolone dichiaratamente disomogeneo nel mix di generi come il thriller, la commedia e il sentimento, un tantino teen nelle scorciatoie e nel character design, ma impattantissimo sul piano visivo. Un b-movie piuttosto accattivante, che con un po' di cinismo à la Verhoeven sarebbe potuto diventare un cult e oggi, purtroppo, rischia più per inflazione fantasy-robotica che per demeriti intrinseci. Certo, poi da Blokamp è lecito aspettarsi ben altro: ma chissà che il ritorno al genere alieni bavosi non gli giovi.

lunedì 23 marzo 2015

Giocando in casa




Non c'è niente di particolarmente innovativo, in Home - A casa, il lungometraggio animato della Dreamworks che segue di pochi mesi il flop I pinguini di Madagascar.
Ma al netto delle scelte rassicuranti sul piano della trama e della caratterizzazione, la trasposizione in film del best seller di Adam Ray è un film irresistibile, toccante, disneyano nella senso migliore del termine, cioè nell'equilibrio fra sorriso e melò, molto vicino nello spirito a bei film per famiglie come E.T. - L'extraterrestre o Lilo & Stitch pur nella sua distanza dalla poetica di Spielberg o Chris Saunders o nel riciclo un po' cheap di certe soluzioni narrative (quel capitano Smek così simile a tanti altri re sbruffoni di casa Dreamworks...).
E insomma, è un peccato che il film arrivi sugli schermi solo poche settimane dopo l'annuncio del pesante ridimensionamento degli studios di animazione californiani, con il licenziamento di centinaia di animatori e il drastico ridimensionamento dei film in lavorazione. Perché la storia scorre che è un piacere, il conceptual design del film oscilla piacevolmente fra Magritte, Roger Dean e la scuola di Metal Hurlant, i tempi comici sono il più delle volte azzeccati, la scrittura agile. E pazienza se il finale del film suona scontato come quelli di tanti filmetti per famiglie: a compensare l'eccesso di zuccheri c'è la simpatia weirdo fra il polipetto gommoso Oh e la sua best buddy umana. Una strana roba insinuante che cresce nella panza man mano che il film procede, e insieme a quanto sopra lo eleva diversi gradini più in alto di tanti compitini in CGI arrivati sugli schermi negli ultimi anni.