sabato 13 febbraio 2016

caffè scorretto



Se n'è andato Renato Bialetti, l'omino coi baffi. Sembra facile, e invece no.

mercoledì 10 febbraio 2016

Le nouveau Closeau



Ci si chiedeva: sarà possibile, a tre lustri di distanza, replicare il gioco di prestigio messo in scena da Ben Stiller con "Zoolander", disgraziatamente arrivato in sala all'indomani del fatidico nove-slash-undici, subito scomparso e rapidamente assurto allo status di cult demenziale dopo l'approdo in home video? Ce la farà lo sceneggiatore Justin Theroux a tirar fuori dalla sua testolina irta di dreadlocks sequenze all'altezza della leggendaria sfilata a due o del ritorno di Zoolander al paesello natio? E come bissare il succo tutto satirico del primo film, i birignao, le invenzioni linguistiche, le Magnum e le Blue Steel?
Domande, domande. Ma la risposta è una sola: Zoolander 2 (meglio: N°. 2), in sala da questa settimana, il sequel che mantiene quello che promettevano i primi trailer e quindi, sostanzialmente, fa ridere. Privi dell'effetto sorpresa che sosteneva quasi in toto il primo film, Stiller e soci hanno messo da parte qualsiasi tentazione di satira sociale puntando tutto sull'action comedy, con un plot che sdogana definitivamente il buon Derek come ubermensch fighetto, una sorta di Jacques Clouseau modaiolo e totalmente impermeabile alle leggi della logica e della fisica. Al centro della storia, come da copione, c'è una nuova cospirazione ordita dal cattivo Mugatu per far fuori il titolare dell'espressione definitiva, quella capace di spazzar via il ricordo di tutte le faccette da copertina in circolazione... Che, guarda caso, è proprio il Zoolander N° 2., e più non dimandiamo. In una scala da zero a JJ Abrams, le strizzate d'occhio ai fan dell'originale valgono un buon trenta per cento, e ça va sans dire sono il ventre molle del film; a compensare provvedono i valori produttivi, decisamente superiori a quelli dell'originale, il ritmo scurrile e politicamente scorretto delle gag, la cura del dettaglio demenziale, un cast affiatato e un esercito di "guest star" sparse per il film come paillettes su una giacca di Versace. Autopromozione o satira che sia, chi se ne frega. A chi sentiva la mancanza di Derek sembrerà che il tempo si sia fermato. Per tutti gli altri, c'è sempre l'estremo nord del New Jersey: un luogo cupo, desolato, perfetto per immusonirsi in solitudine.

venerdì 5 febbraio 2016

Earth, Wind e basta



Il grande coro celeste accoglie Maurizio Bianco, fondatore degli EWF. Groovy!

martedì 19 gennaio 2016

Macho e Orso



L'avesse firmato Mel Gibson, Revenant-Il redivivo, tutti subito giù a dargli del grandguignolesco zozzone, del misogino criptochecca, del Milius de' noantri. Per fortuna, l'ha girato l'autore di tanti film magari non sempre perfettamente a registro ma comunque memorabili come Amores Perros, Babel o Birdman. E se quest'ultimo ci aveva convinto che un uomo potesse volare, Revenant-Il redivivo ci riporta giù, sulla terra, a strisciare fra neve, fango e torrenti ghiacciati, come in un cammino di penitenza schiacciato da tutte le ossessioni del regista - l'indissolubilità dei legami familiari, la condizione umana come faticosa lotta per la sopravvivenza, il sogno come rifugio e come condanna, l'ossessione per una meta irraggiungibile... Il limite del film sta nella sua ansia di essere altro e di più rispetto a quello che effettivamente è, cioè un onesto remake revisionista del revisionista Uomo bianco, va' col tuo Dio (1971), a sua volta ispirato all'odissea autentica del trapper Hugh Glass, ridotto in fin di vita da un grizzly dalle parti del 1820, mollato dai compagni e costretto a sorbirmi una interminabile traversata del deserto per riuscire a salvare la pellaccia. Al netto delle parentesi messianiche e documentaristiche, il film sarebbe bellissimo, con un incipit fulminante in quanto ad azione e brutalità e un finale rotondo, giustamente enfatico, degno del l'arco narrativo che precede. Ma le citazioni dello Jodorowsky di Santa Sangre e dal Kurosawa di Dersu Uzala e i momenti contemplativi suonano forzati, il montaggio ha sul gobbo una ventina di minuti di troppo e Tom Hardy si magna Di Caprio con il suo Fitzgerald, un personaggio che pare il fratello vigliacco e subdolo del Bill the Butcher di Gangs of New York. Ciò detto, siamo comunque di fronte a un signor film, che dovesse portarsi a casa qualche statuetta non ci sarebbe proprio niente di male, anzi.
Sarà che i franse' ci fanno la figura degli stronzi, e qualunque film in cui i franse' fanno la fig. degli stronzi è un mezzo capolavoro in automatico.

sabato 16 gennaio 2016

Il mago e l'accattone



Due mostri sacri in un giorno solo: mo' Rickman e Citti stanno proprio bene.

mercoledì 13 gennaio 2016

Dalle stelle alle Stallone



"Creed" di Ryan Googler racconta come meglio non si potrebbe la Hollywood di oggi: una macchina tirata a lucido, fisicamente imponente, perfettamente oliata e sempre pronta a menar le mani, ma allo stesso tempo debole di cuore e capace di vincere solo aggrappandosi al passato. Così, come con le Guerre Stellari di JJ Abrams, siamo nel territorio del remake/reboot fatto per chi si fosse perso le puntate precedenti per motivi anagrafici, con la immancabile, faticata scalata al cielo del giovane pugilator cortese costretto a fare i conti con un nome ingombrante, gli avversari scorretti, le donne e tutto il resto. Un esercizio di stile, con il giusto bilanciamento fra cazzotti, scene madri e vita proletaria. Ma alla settima portata della saga interpretata da uno Stallone ormai ridotto a comparsa di lusso, si sperava in qualcosa di più: non il nichilismo di Aronofsky o il crudo realismo di un David O. Russel, magari, ma una scintilla di vita purchessia, che so la deriva gaia con il secondo che si strugge a bordo ring o il picchiatore extraterrestre molto extra e poco terrestre di cui per breve tempo si favoleggiò dalle parti di Rocky IV. E invece nada, niente, nix, dritti come fusi dentro una storia che è sempre quella, ad aspettare un finale già ampiamente annunciato, a sussultare sulle poltrone malgrado tutto per l'immancabile vittoria morale, a commuoversi per un senso di inadeguatezza che somiglia molto a quella di una industria culturale dal braccino irrimediabilmente corto. A stupirsi, perfino, perché tutto, dalle performance degli attori al montaggio alla regia è così perfetto, così levigato, così consolante. "Creed", insomma, è un po' come andare a farsi prendere a cazzotti dalla nonna. Il piacere delle mazzate, senza i lividi.

martedì 12 gennaio 2016