martedì 21 maggio 2013

Porte chiuse

O' Ray in action, circa 1970

"This is the end, my only friend". Anche per l'organettista Ray Manzarek, che ora trascina il suo Vox su per le scale del Paradise, mentre per l'aere si spande il robusto e scoppiettante effluvio del cannone di benvenuto a base di erba delle Grandi Praterie testé appizzato da mr. Jim Morrison. Prosit.

lunedì 20 maggio 2013

Videoburrito con intenzioni serie



Alla larga dalle donne di facili costumi: ce lo conferma "Amor Express" di Sergio Lizàrraga e la Banda Sinaloense MS. Special guest: l'orrendo caffè Andatti di Oxxo, qui evidentemente abbassato a temperatura sopportabile agli esseri umani per esigenze di copione.

venerdì 17 maggio 2013

Figl Collins



Chi sarà quel tizio che sembra un po' Phil Collins, pesta sui tamburi un po' come Phil Collins e canta un po' come Phil Collins?
Centro: si chiama Simon Collins, e di mestiere fa il Collins. Dopo qualche esperienza solista non malaccio, Simon si è messo insieme a baldi giovani come John Wesley (Porcupine Tree), Hanna Hobart (Wishing Tree) e Dave Kerzner (Giraffe) per portare una ventata di aria freschetta al mulino del prog. Il disco si chiama Dimensionaut, sa di Space Rock e dai primi assaggi suona di brutto, anche grazie alla produzione levigata e frillosa di Nick Davis. Qui il sito ufficiale della band. Tante angurie.

Getting a little Gatsby


Era inevitabile, prima o poi, che Baz Luhrmann riuscisse a mettere le mani addosso a Francis Scott Fitzgerald. Tutte quelle entrature nella New York bene degli Anni 20, e poi feste indiavolate a base di sesso droga e ragtime, le storie di corna e di malaffare, i personaggioni più grandi della vita... Tanta roba - e tutta irresistibile - per l'ultimo grande autore di melò del cinema anglosassone.
Peccato che Il Grande Gatsby, nel senso del romanzo, col melò non c'entri granché.
Sì, la liaison tormentata del protagonista con la svampita Daisy c'è anche nel libro.
Ma lì è solo McGuffin, puro pretesto per il viaggio nel vuoto cosmico delle bella gioventù di Long Island, che nella realtà lo scrittore e sua moglie Zelda avevano visto da vicino e con cui avevano condiviso noie, languori, tic sbronze ed eccessi. I soldi e l'apparenza come faro e come dannazione.
E il Gatsby letterario è snello, asciutto, amarissimo, esistenzialmente tragico nell'accezione più nobile del termine, come un Flaubert o un Conrad fuori tempo massimo. Tutto il contrario del blockbuster firmato dall'australiano, che sostanzialmente ne fa un remake meno outrageous e per questo molto più normale di Moulin Rouge. Molta maniera nell'uso fuori contesto della musica tunza, nei ralenti insistiti esasperati, nell'uso dello schermo come bloc notes digitale a uso e consumo di Nick Carraway, qui promosso ad alter-ego di Francis Scott stesso.
Ma è proprio il fantasma di Fizgerald a salvare in corner la soap di lusso della Warner: sua la citazione che chiude il film, sue le stille di veleno che imballano lo stomaco, sua la malinconia che scava dentro e scatena la voglia di rileggere l'unico e solo Gatsby the Great ancora e ancora e ancora.
3D totalmente inutile, sfruttato solo per aumentare la profondità di campo, buio e a volte davvero troppo kitsch: meglio senza.

mercoledì 15 maggio 2013

The return of the zozzones


La prima puntata di "Spartacus" l'avevo già vista due mesi fa su TNT, ma sentire un trace parlare in inglese sottotitolato in spagnolo era un po', come dire, straniante.
Quindi: secondo giro.
"La guerra dei dannati" racconta la fine della storia, cioè come andò a finire fra Spartaco and his spartachistas e le legioni romane guidate da Crasso, già in odore di triumvirato con Caio Giulio Cesare e Gneo "che cazzo di nome, Gneo" Pompeo.
Occupy Campania, dunque, con grandi sbudellamenti in ralenty, amicizia virile a go-go e buongiorno, sono il testosterone palestrato.
Squadra che perde non si cambia. Tutti i martedì alle dieci su Sky Uno in versione casta. Per quella uncensored con tette, culi e sbocchi di sangue c'è il venerdì notte. ma cui prodest?

lunedì 13 maggio 2013

Mi ricordo Carpinteri


Ogni tanto, a guardare nello specchietto retrovisore della propria collezione di fumetti si notano dei dettagli interessanti.
Tipo che qualche giorno fa mi casca l'occhio sullo scaffale dei giurnalètt anni ottanta e mi accorgo di non avere niente dei valvolinici. Niente. Un po' di roba del prima, per es. Mattioli, ce l'ho. Un po' di roba del dopo, per es. Cyborg, che è un po' l'evoluzione naturale di quell'esperienza, ce l'ho. Ma dei valvolinici themselves, niente. Lo zero assoluto. il vuoto.
Tiro indietro l'orologio di trent'anni, e ricordo il senso di questa voragine: gli è che in quei giorni, i valvolinos mi stavano un po' qua. Se la menavano quanto Paz Scòzzari Liberatore & soci, ma al il mio occhio astigmatico-pasdaràno di diciottenne non pareva producessero altrettante squisitezze. Surfavano l'onda elettro-glam degli Anni ottanta con compiacimento irritante: comics come tagli di Orea Malià, come sfilate di Vivienne Westwood, come dischi dei Propaganda, come mobili del gruppo Memphis. Stravolgevano le regole del fumetto d'avanguardia anche nel format: per colpa LORO, Alter-Alter trasformossi in un accrocchio mezzo giornale mezzo poster che leggerlo senza farlo a brandelli e capendoci qualcosa era una bella impresa. Per fortuna. inseguito dai vaffanculi dei fruitori di quella memorabile stagione, l'esperimento sarebbe durato poco. Ma ormai il danno era fatto, e la mia bile montava come panna acidissima.
Dopodiché, dalle parti dei primi Anni 90, finalmente mi presentano Daniele Brolli, e scopro con un senso di vago stupore che se la tira molto, ma molto meno di quanto pensassi. Dopodiché, dalle parti dei primi Anni 90, Mattotti molla i fumetti, e diventa Mattotti. Dopodiché, per fortuna, anch'io a suon di bastonate finalmente cresco e smetto un po' della mia spocchietta.
Il buco resta, ma io, lentamente, dimentico.
Dopodiché, oggi, Coconino ti ristampa uno dei pièce de resistance dell'epoca, Polsi Sottili. La nuovissima ediz. dell'opera di Carpinteri conta il fumetto prodotto a suo tempo, più una storia che non ricordo di aver mai letto, più una gustosa intro con tante foto Anni 80 in cui i valvolinici sembrano gente normale, proprio come noi. Rileggo, e finalmente comprendo l'ampiezza della mia giovanile pirlaggine e della voragine nella mia libreria: perché al netto dell'esprit du temps, o forse proprio per quello, questa storia fra Orwell, mutanti Marvel, Futurismo e New Wave funziona. funziona come esercizio estetico. funziona come favola noir futuribile à la Alex Proyas prima maniera. Funziona come oggetto di arredamento. Funziona come narrazione di un'epoca che a suo tempo sembrava futile, leggerina, disimpegnata e invece aveva dentro un sacco di enzimi che, oggi, averceli.
L'unico limite di questa ricca, curatissima e giustamente cara edizione cartonata con rilegatura in tela e pelle umana di Coconino sta nell'assenza di bonus cartacei: a riguardarli oggi, i fumetti di Carpinteri, vien voglia di appenderli subito al muro. Quindi, direi che Coconino ci deve una litografia.
Firmata.
Per il resto, ventiquattro euro da spendere benissimo.

venerdì 10 maggio 2013

Heshkatologia


Pare arrivato fresco fresco dai rutilanti e frigidari Anni ottanta Ryan Heshka, raffinato illustratore canadese con un curriculum che va da Vanity Fair al New York Times a Playboy: tempere acriliche, più reminescenze di vecchie glorie dell'iconografia dark pop come John Willie e i rotocalchi di fantascienza tazzorra fra forties e fifties, più un sense of humour in punta di pennello: un mix geekissimo cui è molto, molto difficile dire di no. E a dirla tutta, pure di sì: a scoraggiare sono i prezzi delle sue deliziose favole surreali, una più bella e quotata dell'altra. Però nell'apposito shop ci si può portare a casa una stampa firmata e numerata a un prezzo accettabile. E per lustrarsi le pupille e le papille c'è il sito ufficiale. Buon pro.