mercoledì 23 luglio 2014

Alla rivoluzione con l'Ape

Apesritivo
Un maschio adulto di scimpanzé pesa circa ottanta chili. E rispetto a un uomo normale, ha una forza pari al triplo. Se ci aggiungiamo la dentatura, oltre a un sistema operativo più affine a quello di King Kong che ai pagliaccetti pelosi dei vecchi film con Johnny Weissmuller, capire i potenziali production values del nuovo Il pianeta delle scimmie - Apes Revolution di Matt Reeves viene piuttosto facile. E infatti, al di là di una trama tanto lineare e shakespeariana da sembrare profilata su tutti i box office del pianeta, Revolution funziona a livello di puro stomaco, di conflitto fra dionisiaco e apollineo, di opposti estremismi post-moderni, di scene di lotta di classe alla City Hall. È subito intrattenimento familiare old school, insomma: roba più sporca e viscerale dei vecchi film di Franklin J. Schaffner e dal brutto remake di Tim Burton e un bel po' più manichea del reboot di Rupert Wyatt. Un Balla coi lupi con le scimmie nude nel ruolo delle giacche blu e i primati nel ruolo dei pellirosse, dove l'effetto speciale distopico e straniante sta tutto in una condizione umana ormai irrimediabilmente minoritaria e loser.  Nel gran varietà cavernicolo e cavernoso della Frisco futuribile, tutto si tiene: la famigliola nucleare che sembra scappata dal set di Falling Skies, la suddivisione tranchant fra belli/buoni e brutti/cattivi, la comune tensione verso l'obiettivo borghese di una vita fatta di commodities - cibo, energia, armi, utensili, un tetto sulla testa, magari gli antibiotici…roba che in altri tempi avremmo considerato stucchevole, ma che in un mondo massacrato dal turbocapitalismo fa ancora la sua porca figura. E sì, al finale non troppo happy ci si consola pensando che da questa parte dello schermo le cose non vanno ancora così male. Poi apri i giornali, e la scimmia sale, sale, sale.

martedì 15 luglio 2014

Cane da caccia (leggi: "da cacciare")


Per chi coltiva il sogno di fare fumetti, o di leggerne di belli davvero, ci sono storie che non c'è verso di lasciarsi scappare. Opere paradigmatiche per l'inventiva o l'efficacia dei testi o dei disegni. Avventure che non invecchiano, perché nella narrativa come nella vita le macchine perfette non si scassano mai.
In questo senso, i primi 59 numeri del Ken Parker di Berardi e Milazzo sono un'autentica miniera d'oro. Qualità media alta, spesso sopra le media del periodo, almeno per una collana popolare. E una decina di numeri indimenticabili, da leggere e rileggere e ancora e ancora e ancora perché ogni volta è come la prima volta.
Così, questa settimana, vale la pena di correre in edicola a procurarsi il numero 13 della serie. Come tutte le storie migliori di Ken, Lily e il cacciatore è una storia che frulla insieme tanti generi, dal fantasy alla commedia al western revisionista, al romance. E riesce a farlo attraverso gli occhi di una cagnetta, che fin dalle prime vignette ruba la scena al protagonista (putativo) della serie. Citazioni da Battaglia, flashback "a matrioska" e un racconto in due atti che sarebbe piaciuto a Jack London o Fenimore Cooper e che riesce nel miracolo di far convivere respiro epico e intimismo, panza e cervello, coraggio e terrore: tutti gli estremi della condizione umana, scritti e disegnati benissimo. Godimento doppio per chi ha un quattrozampe in casa. Ma non è un requisito minimo di sistema, sempre che il cuore batta al ritmo giusto.

venerdì 11 luglio 2014

L'allenatore nel pallore

Farlo sbagliato

Al cuore narrativo di Dragon Trainer c'era l'ossessione del geniale Chris Sanders per le love story marginali. In Lilo & Stitch, quella fra la piccola protagonista e l'alieno a forma di Koala, e nel Bolt originale quella fra il titular character e un intero bestiario di animaletti schizzati e radioattivi (poi, va detto, debitamente sedati dalla Disney nella versione finale del film).
Ovviamente, sviscerato il tema della bromance fra il vichingo e il drago la Dreamworks avrebbe potuto e dovuto spostare la storia un po' più in là, magari tirando in ballo Cressida Cowell, autrice del romanzo How to Train Your Dragon che ha ispirato il film, o lo stesso Sanders. Invece, Sanders figura solo come produttore. E il Dragon Trainer 2 di Dean DeBlois consegna al pubblico uno spettacolone action tanto ricco di salse e spezie dal punto di vista visivo quanto precotto dal punto di vista dello storytelling. Con in più il problema di un rating che obbliga a continue dissonanze fra le aspirazioni "adulte" della trama e il look and feel caricaturale dei personaggi e delle soluzioni narrative.
Intendiamoci, anche così siamo sopra la media di tante recenti pellicole animate, da Frozen a Planes a Kung Fu Panda 2, non fosse altro per il character design, la spettacolarità (fotografia di Roger Deakins, mica cotiche) e una manciata di virtuosismi di regia che denotano grande mestiere e capacità di tocco. Ma la magia del primo episodio, be', quella resta irripetibile.

sabato 5 luglio 2014

Drive Out

Porco il mondo che ci ha sotto i piedi


Peter Gabriel ha perso un sosia, noi un tipo strano ma simpatico. Tristezza.

mercoledì 2 luglio 2014

Videoburrito povero ma onesto





Altro che Renzo e Lucia: con Y te quede claro La Arrolladora Banda El Limon prova senza ombra di dubbio che dove lo Stato sociale latita, la solidarietà compie milagros.

Però il dutùr quei soldi lì non li doveva aceptàr: Brega Massone docet.

venerdì 27 giugno 2014

Aprire le orecchie

AAAHHH, la nostalgia
Io, a pensarci, vado subito in confusione: difficile scegliere fra Selling England e The Lamb dei Genesis, In the Court e Red dei Crimson o, per dire Acquiring the Taste dei Gentle Giant. E le chicche Anni '80 fra Marillion IQ e Twelfth Night, le vogliamo buttare? E dischi della madonna come Kid A dei Radiohead o Deadwing dei Porcupine Tree non contano?
Com'è, come non è, qui è possibile votare i 100 dischi progressivi più importanti di sempre. La musica, intendo, perché per la cover più bella non ci sono cazzi: è questa qua sopra. E se ci riuscite, dimostratemi che sbaglio.

giovedì 26 giugno 2014

Quando si spira, si spira. Non si parla





Una delle migliori battute del miglior cinema di sempre varrà pure uno strapuntino nel fantastico regno dove ci si lava nella tinozza, pardon ci si lavazza? Noi, lapalissiani, si pensa che sì. Grazie di cuore, Eli Wallach, e che la tostatura ti sia lieve.