venerdì 19 gennaio 2018

La forma dell'acqua: e naufragar m'è dolce

Glubblubblubb
Era attesissimo per chi non ha avuto la fortuna di vederlo a Venezia, questo La forma dell'acqua di Guillermo Del Toro. Aspettativa pienamente ripagata: come i migliori film del regista di Guadalajara, Shape è una meravigliosa favola dark. Dove "meravigliosa" sta per "intrisa di infantile sense of wonder", "favola" sta per "deliziosamente telefonata" e "dark" sta per "inadatta ai più piccoli" (remember, è Del Toro, un fottuto cara de nopal che non teme sangue né altri umori corporei).
Se qualcuno si stesse chiedendo quale potesse essere l'Edward Mani di Forbice di questa generazione, be', qui abbiamo un signor candidato. A questo giro l'estetica freak è tutta al femminile, in quello schianto di Sally Hawkins, piccolo mostro di bravura e imprevisto sex appeal alle prese con l'amore per il diverso sia esso alieno, gaio o negro che si porta sulle spalle tutto il film con un'interpretazione da baciarle i piedi. E se l'antagonista di turno è un Michael Shannon ormai prigioniero del solito copione da questurino nazista, pazienza: a rimescolare le carte provvedono i personaggi secondari che affiancano la protagonista nella sua avventura, dal "mostro" (Doug Jones, e chi se no), al vicino imborghesito, alla collega di buon cuore.
Nelle mani di Del Toro, lo script universale scritto dallo stesso regista insieme con Vanessa Taylor fila via veloce e sicuro come una creatura in una laguna nera, ben sostenuto dalla fotografia sinth-pop di Dan Laustsen (John Wick) e dalla colonna sonora di Alexandre Desplat, strano, levigatissimo e inscalfibile oggetto cinematografico che frulla insieme birignao visivi in stile Amelie, Monster Movie Anni '50 e citazioni da Charlie Chaplin.
Non per i bambini o almeno non per tutti, si diceva. Ma tutti quelli abbastanza grandi da aver provato l'emozione di un sogno che si avvera quando ormai non ci speravi più, unghie nei braccioli e lucciconi sono una garanzia.

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