lunedì 30 dicembre 2013

Le ultime lettere su J. Ortiz



Parole in contromano: personalmente non ero mai riuscito ad affezionarmi al suo Tex fitto fitto, polveroso e quasi caricaturale. Affezionato com'ero al segno essenziale di Letteri, Fusco o Ticci, nell'ovest davvero selvaggio e molto spaghetti-western di José Ortiz non mi ci trovavo. Però per raccontare il ranger con la camicia gialla bisogna essere proprio malati di disegno, e lui modestamente lo nacque: narrano le leggende che prima di cavalcare verso il tramonto abbia voluto concludere il suo ultimo duello con l'eroe. Che la polvere del Messico sia lieve a José Ortiz: qui lo ringraziamo per certe vecchie avventure di Ken Parker, per Burton & Cib, per quei sogni inquieti strappati alle pagine di riviste che appartengono all'epoca ormai lontana in cui gli uomini erano uomini, i cavalli cavalli, e i fumetti fumetti.

sabato 28 dicembre 2013

Mi ricordo "Gli incontentabili"



Una famiglia di scassaminchia patologici con la passione per lo shopping al soldo della Ignis, all'epoca in cui la Ignis aveva ancora un po' di danèe da investire in pubblicità. Granitico capofamiglia a due facce (di pietra): prima Gian Piero Albertini, poi zio Adolfo in arte Celi, futuro villain di Zerozerosette e inflessibile chirurgo in Amici miei. Ma l'arte imita la vita: io, un amico altrettanto esigente, ce l'ho. Non lo accompagno più a fare acquisti dal 2001. Anno in cui gli è occorsa una giornata per aggiudicarsi uno spazzolino elettrico.

giovedì 26 dicembre 2013

Navidad


Oggi, un anno fa. Trenta gradi, un panettone fatto in Perù sul bordo piscina di un residence a dodici ore di aereo da casa, le immagini slavate di familiari e amici su Skype. Un Natale che non sembra affatto Natale, nonostante il regalo di quella bambina che ci annusa, un po' diffidente, chiedendosi chi siamo, perché l'abbiamo strappata alla routine dell'internado, se prima o poi ci stancheremo di lei come quelli di prima, come sarà la nostra vita insieme.
Oggi, ieri sera. Regali aperti avidamente con ore di anticipo sul cerimoniale canonico, un'esplosione di carta e nastri colorati che riempiono la luce dorata del soggiorno di scintille verdi, azzurre, fucsia. La frenesia di chi trova in ogni pacchetto un piccolo pezzetto di mondo condiviso: le sneakers e la felpa per farsi belle con le compagne di scuola, la canzone che fa da colonna sonora alle sue giornate e un po' anche alle nostre, gli eroi di una Tv che parla una lingua meticcia mezzo spagnolo mezzo italiano che però somiglia molto a quella dei Voglinos, i gianduiotti e i torroncini che evaporano dal vassoio accanto al divano.
È di nuovo Natale, il primo a Milano.
E nonostante le incertezze di questo periodo così complesso, impegnativo, disseminato di note troppo alte o troppo basse per una vita sola, è un Natale molto vero, molto intimo, molto bello. Un Natale che sa di rinascita. Valeva la pena di sudarselo tanto, un Natale così. Auguri a tutti.

venerdì 20 dicembre 2013

Dark City

Gente allegra il Ciel l'aiuta

"Mentre il punk urlava fuori, il dark urlava dentro": motto fulminante, quello scelto da Agenzia X per presentare il volume che Simone Tosoni ed Emanuela Zuccalà hanno dedicato al piccolo popolo dalle parti degli Anni 80 contendeva le arterie della Milano da bere a emuli di Sid Vicious, paninari e metallari. Una storia di look, innanzitutto, con i visi candidi di biacca sistemati come bottoni fra le campiture corvine degli spolverini e dei capelli cotonati. Ma anche una storia di melanconie ricalcate sui pezzi migliori di Joy Division, New Order e Cure e nutrite da esperienze sofferte fra droghe, LGBT e ribellismo. E una storia di luoghi, ormai scomparsi: il Ticinese della Calusca, Inferno, Transex, la discoteca Viridis, via Torino. Sedici euri, per una epopea di oltre 300 pagine in presa diretta che racconta molto sul passato e qualcosina sul presente. Lacrimuccia da pierrot inclusa. Da acquistare qui.

lunedì 16 dicembre 2013

Ciao Pussycat

Bello era, e biondo, e di gentile aspetto

Ci siamo giocati anche Peter O'Toole. Meno male che Lawrence d'Arabia risorge dalla sue ceneri.

domenica 15 dicembre 2013

Mi ricordo "All'Onestà"

L'orrore, l'orrore

Posto tremendo a metà di via Torino, più o meno dove adesso c'è H&M. Era in fondo alla catena alimentare dei department store: chi non poteva andare alla Rinascente, al Coin, alla Standa e nemmeno alla Upim finiva lì, nel livore lisergico dei neon e del terital più pruriginoso. Maglioni gialli e marroni, camice quadrettate con colletti della medesima apertura alare di un MD-80, vestiti fiorati per donne sfiorite, jeans reazionari con la riga e la zip difettata. Monna sfiga imponeva una ampia scelta di taglie e marche per sbarbati a prezzi stracciatissimi, rinomatissime dai genitori più braccini, che di sganciare tot per veri jeans Wrangler autentiche Clarks o genuini K-Way, manco a sparargli nel culo: così, noi germogli di una semina che ci avrebbe regalato una parentesi di autentico benessere solo nel fiore dell'edonismo reaganiano giravamo griffati Dèrelicte. La vendetta, consumata freddissima, arrivò nel 2003, quando ormai di vestire così o colà non ci fregava più un cazzo e "All'Onestà" sprofondò sotto il mare dei debiti, anacronistica reliquia di un mondo in cui un stato di dignitosa povertà non aveva il potenziale ansiogeno di una maledizione azteca. Oggi, ci si traveste e ci si veste meglio.

giovedì 12 dicembre 2013

Jackson Five: danzando con il drago


Se tutti i brutti film fantastici fossero come questo secondo Hobbit, ci sarebbe da andare a vedere un brutto film fantastico a settimana. Non uno a sera, però: perché i difetti strutturali già annusati in Un viaggio inaspettato - la scrittura un tantino verbosa studiata per cucire insieme le saghe di Tolkien in un unico grande film, oltre a una certa freddezza non solo estetica di fondo - appesantiscono anche La desolazione di Smaug. Chiarito questo, il secondo episodio di questa zingarata dark inanella virtuosismi registici di fronte ai quali quelli della distinta concorrenza sembrano compitini da scuola di cinema, con un partouze elfi-orchi-nani da mascella a penzoloni, un paio di panoramiche che danno una nuova accezione alla parola "colossale" e un gran (grandissimo) finale che eleva la metafora fleminghiana del giallo metallo come merda del Diavolo ai pieni alti della scala Guillermo Del Toro, non a caso sceneggiatore anche di questa pellicola e minchia, signor tenente se si vede. Non un film autoriale travestito da blockbuster come quelli che Jackson girava a suo tempo, purtroppo: ma comunque, un bell'esercizio di stile sul tema della Terra di Mezzo, e un ottimo pretesto per investire in una sala Imax 3D a 48 fotogrammi al secondo. Una carota cruda in omaggio a chi azzecca il cameo di Peter Jackson himself a inizio film: dura un attimo, ma strappa il sorriso.

mercoledì 11 dicembre 2013

Nuvoletta a reti unificate!




Qualcuno dei miei cinquantadue hardcore fan l'avrà già notato: il manifesto on line sta cambiando pelle e carattere. È un restyling grafico e contenutistico che lascia intravedere novità piuttosto promettenti. Ma come in tutti i cantieri che si rispettino, alcune aree sono out of order. Per esempio, i blog. In via del tutto eccezionale, quindi, provvedo a postare qui la mia ultima Nuvoletta Rossa con i 12 suggerimenti 12 dei fumetti da regalare e/o regalarsi per Natale: è vero che le buone idee non scadono come mozzarelle e yoghurt, ma in certi casi un po' di tempismo non guasta.


CHRISTMAS WITH THE YOURS: DODICI FUMETTI IN ORDINE SPARSO PER UN ANNO

Unastoria
Gipi
Coconino Press/Fandango
128 pagine, € 18
Il ritorno di Gipi al fumetto: l’avventura melanconica di uno scrittore cinquantenne oppresso da visioni ereditarie della Grande guerra. Virtuosismi grafici e narrativi e silenzi che fanno rumore fra il cinema di Malick e la bande dessinnèe Anni 70 e 80 per una opera di grande potenza visiva perfetta (anche) come conversation piece.
Geppo
AA. VV.
RW edizioni – lineachiara
192 pagine, € 11,90
Il best seller della Bianconi torna in un corposo “best of” su misura per i baby boomers. Una manciata di storie realizzate da Maestri della nona arte come il creatore del personaggio, G.B. Carpi, Luciano Gatto e Giulio Chierchini. Inoppugnabile apparato critico del decano della nona arte Luca Boschi.

Dong Xoai, Vietnam, 1965

Joe Kubert
Bao Publishing
208 pagine, € 18
Il canto del cigno del più europeo degli autori americani, Joe Kubert. La storia autentica e tragica della battaglia fra i marines del distaccamento forze speciali A-342 e i Vietcong per la conquista di un villaggio vietnamita. Solo retorica? Difficile: Kubert è quello di comics antimilitaristi Anni 70 come  I perdenti e Il soldato fantasma.

L’omino bufo – l’integrale

Alfredo Castelli (con Francesco Artibani)
Panini Comics
256 pagine, € 17,91
Nato nel ’72 da un colpo di genio dell’autore come striscia tappabuchi per il Corriere dei Ragazzi, il pupazzetto-nonsense con incorporato il tormentone “Che bufo! Che bufo!” di Alfredo Castelli ha toccato il traguardo delle 378 strisce demenziali. Panini le ha raccolte in un lussuoso cartonato con sovraccoperta.

Sacro/profano
Mirka Andolfo
Dentiblù
64 pagine, € 10,20
La rivelazione di Lucca Comics anda games 2013: una raccolta di brevi commedie sexy dedicate alla liaison fra un giovane satanasso ”hot” e una morigerata cherubina. Un webcomic tutto al femminile, molto francese nella sua mescolanza di “alto” e “basso”, sgangherato ma brioso.
DKW
Sergio Ponchione
Comma22
32 pagine, € 3,50
Con Storia di Aiace, il fumettista tenace!, uscita su Gang Bang, Sergio Ponchione aveva conquistato l’ambito premio Micheluzzi a Napoli Comicon 2012. Dopo Magnus e Pazienza, ora l’autore astigiano celebra tre grandi del fumetto a stelle e strisce come Steve Ditko, Jack Kirby e Wally Wood. Vite parallele disegnate benissimo.
Il Natale di Paperino sul Monte Orso - Carl Barks © Disney
Il Natale di Paperino sul Monte Orso       Carl Barks © Disney

DC Omnibus – Quarto mondo di Jack Kirby

RW Edizioni – Lion
396 pagine, € 33,95
Un grande classico Anni 70: il primo di quattro volumi di una saga cosmica dagli accenti shakespeariani, con la lotta planetaria fra gli dei apollinei di Nuova Genesi e quelli dionisiaci di Apokolips. Puro cinema di carta fra fantascienza e psichedelia per una lettura dall’appeal eterno e universale.
 Badass
Aa. Vv.
Dr. Ink Edizioni
64 pagine, € 25
Gli autori del fulminante Come crescere un robottone felice, per il nuovissimo manuale dedicato agli aspiranti supercattivi. Consigli pratici fra dieta e look, vere interviste a finti villain, gustosi giochi cartotecnici in un volume che è allo stesso tempo esercizio metafumettistico, gioco cartotecnico e palestra creativa: guilty pleasure al 100%.

Christmas Songbook

Mina
Disney, GSU
246 pagine, € 29,99 (Libro/Cd)
12 standard natalizi interpretati dalla Tigre di Cremona, più altrettante illustrazioni firmate dal leggendario Giorgio Cavazzano, più un volume di ben 246 pagine con le grandi storie di paperi a tema natalizio, come la fulminante “Il Natale di Paperino sul monte orso” di Carl Barks (1946): in cinque parole, la strenna annunciata del 2013.

Alan Ford TNT Edition
Magnus & Bunker
Magic Press-Mondadori
986 pagine, € 14,99
Un rapporto prezzo-qualità senza paragoni, per una collana di volumi-monstre nata per riproporre ai lettori in edizione definitiva le prime 75 avventure del gruppo di agenti segreti “brutti, sporchi e cattivi” capitanati dal biondo Alan Ford. Humour caustico e proletario, oggi (purtroppo) più attuale che mai.
Il grande Belzoni
Walter Venturi
Sergio Bonelli Editore
272 pagine, € 9,50
La storia dell’esploratore Giovan Battista Belzoni è pura materia da fumetto: assurto agli onori della cronaca come forzuto da circo e successivamente votato all’archeologia, è stato un pioniere nella scoperta delle vestigia egizie. Un italiano poco celebrato che oggi rivive nel corposo romanzo grafico della matita di “Zagor” Walter Venturi.
 Uno si distrae al bivio – La crudele scalmana di Rocco Scotellaro
Giuseppe Palumbo
Lavieri Comics
48 pagine, € 10
L’irrequieto poeta lucano Rocco Scotellaro, morto a soli trent’anni dopo una vita bruciata in fretta, secondo l’irrequieto illustratore e cartoonist Giuseppe Palumbo, già autore del super-eroe masochista Ramarro, dell’erotica Tosca la mosca e di altri fumetti belli e (im)possibili. Fra diario, cahier de voyage e graphic journalism, con personalità e stile inarrivabile.

venerdì 6 dicembre 2013

È partheid


Madiba: splendidamente free.

Cherchez la femme


Undicesimo numero di Lilith. Con la nostra eroina alle prese con le campagne napoleoniche d'Egitto. More solito, Luca Enoch si conferma un narratore di razza, tanto minuzioso e lieve nel suo attaccamento alla documentazione, quanto abile nell'orchestrare siparietti "comedy" e sequenze di pura azione. La trama in sé sarebbe interlocutoria: a fare un sacco di differenza sono Il mestiere straordinario di Enoch e la complessità di un personaggio che resta un po' sullo sfondo del pantheon Bonelliano solo per la (stremante) periodicità semestrale imposta dai molti impegni dell'autore, ora al lavoro anche sull'ottima Dragonero. Interminabili attese, interrotte da fuggevoli attimi di voluttà: la coazione a ripetere di tutte le femmes fatales che si rispettino, anche in un ambiente fantasy deliziosamente disneyano e sui generis. In edicola, ora, subito.

giovedì 5 dicembre 2013

Riscoprire i classici

Fatti, non parole
A parte coppe e coppette, ogni mercoledì sera c'è un ottimo motivo per parcheggiarsi davanti alla Tv: la serie di "rockumentari" che Sky Arte sta dedicando alle icone del rock inizio Seventies. Finora sono passati Lou Reed, i Pink Floyd degli inizi-inizi (fino a Syd Barrett, tanto per capirci), più lo strepitoso Bowie alieno e androgino dello Ziggy Stardust Tour. Perché non perderli? Risposta per gli over 30: per la canonica lacrimuccia legata all'attuale penuria di enzimi art rock d'alta classifica e non parliamo dei Muse, por favor. Risposta per gli under 30: perché i classici non passano mai di moda. Collezione completa su Sky on Demand. Not to be missed.

venerdì 29 novembre 2013

Formaggio di fossa



Ci siamo giocati anche il detective Toma: thank you and Good-bye, Tony Musante.

Una Mirka tanta

Whoa, baby

Fumetti porni: bisogna saperli fare. Raviola sapeva come e punto, Scòzzari sa come, ma non ci ha più voglia, Palumbo sa come ma guadambia di più con Eva Kant che con Tosca la mosca. Poi ci sono un sacco di grandissimi artisti che la mano ce l'avevano o ce l'hanno, ma non ci hanno mai avuto, come dire: lo shining del luridume. Che so. Crepax. O Manara. O Eleutieri serpieri. femmine efebiche o giunoniche disegnate meravigliosamente, close-up da esame di ostetricia e ginecologia, cura maniacale del montaggio, ma luridume estetizzante, cerebrale o adolescenziale, quindi a livello cinque contro uno poco fruibile.
E le fumettare? Lì c'è da fare gli opportuni distinguo. Melinda Gebbie di Lost Girls? Mah. Troppa testa, troppi leziosismi, troppe api, troppi fiori. Kate Worley, la sceneggiatrice di Omaha the Cat Dancer? Oscar postumo per gli equilibrismi soap fra sesso e sentimenti. E in Italia, terra di olgettine? solo qualche Cacciatore e un po' di Casotto? What about le nuove leve?
S'avanza dal fondo Mirka Andolfo, una lunga fedina penale come colorista presso The Walt Disney Company Italia (!), recentemente assurta agli onori e agli oneri della cronaca con il Web Comic Sacro/Profano, appena stampato su pasta di celluloide essiccata e pressata da Dentiblù e in libreria da dicembre 2013. Un fumetto molto fresco, molto diretto, discretamente scollacciato, scritto e disegnato con solido mestiere. Un fumetto molto francese nell'accezione più nobile del termine, perché affronta la complicata liaison fra un diavolo perennemente in tiro e una casta angioletta con il sorriso sulle labbra, e senza risparmiare qualche salutare zampata al basso ventre. Clima analogo a quello di De Pins, Skydoll di Canepa e Barbucci o gli sketchbook di Chris Sanders, ma atmosfera più ruspante, contundente e slapstick, come in una sorta di Roger Rabbit aggiornato all'epoca del Sexting. Non un esordio da fini dicitori, certo, ma una bella promessa sì: resta da vedere se una volta adulti i personaggi della Andolfo manterranno premesse e luridume. Ma la ciccia turgida c'è. basta aspettare.

martedì 26 novembre 2013

Unarecensione

Unacopertina

L'ufficio stampa di Coconino Press/Fandango ha una missione: quella di aprirmi gli occhi su autori che di pancia tendo a sottovalutare. Era capitato qualche tempo fa con Carpinteri. E oggi capita con Gian Alfonso Pacinotti in arte Gipi, caposcuola del graphic novelism minimalista. Un gran talento da acquerellista, il Gipi, e un ancor più rimarchevole talento per le pierre, che l'ha catapultato nel giro di pochi anni da Internazionale a La Repubblica a Cinecittà.
In quei paraggi, tempo addietro, il nostro aveva dichiarato di aver smarrito un po' la vena fumettara. E di mio, avendo leggiucchiato senza troppo trasporto Appunti per una storia di guerra e avendo digerito a fatica ogni singola vignetta di LMVDM - La mia vita disegnata male per le vere o presunte affinità elettive con certe cose disegnate invece benissimo del vecchio Paz, mi sono chiesto: Gliela farò a rinnegare la mia idea preconcetta di Gipi come finto idiot savant della parrocchietta radical-chic?
E sì, a questo giro gliel'ho fatta.
Certo, anche Unastoria echeggia icone e concetti già abbondantemente saccheggiate dall'autore toscano - ombre junghiane, psicologi, psicofarmaci, belligeranze, incomunicabilità, la natura come vuoto e come minaccia, la melanconia come stato di grazia. Ma questo con una lucidità, una sintesi e una sincronia fra testo e disegno da rasentare il sublime. La lenta discesa agli inferi di uno scrittore tormentato dal diario epistolare di uno zio scampato (ma non del tutto) alla Grande guerra procede per flashback paralleli, in una narrazione frammentaria e formalmente spettacolare che rispecchia lo sgretolamento dell'io narrante in una alternanza di splash-page impastate di terre grigie e marroni e bianchi e neri volutamente asettici degni del miglior Jules Feiffer.
Come in passato, il plot in sé è poca roba. Trovarobato minimal-chic, si diceva. Ma le rughe del paesaggio e quelle umane si incrociano e si dipanano con un cuore. un controllo, una autentica volontà di potenza da spazzar via ogni sospetto di autocompiacimento o semplice paraculaggine. Così, si finisce per perdersi nella fredda bruma esistenziale di Gipi, concludendo la lettura con un percepibile senso di vertigine. E convinti che, in fondo, a pensarci bene, L'uselin de la comare non è poi tutto 'sto cabaret.

venerdì 22 novembre 2013

Scoppola


La vita è uno sbuffo di lacca.
Un grazie spettinato all'hair stylist delle dive, da oggi nell'Aldo dei Cieli.

mercoledì 20 novembre 2013

Il mitico Thorson

Se il costume è imbarazzante, figurarsi il resto
Super-eroi moderni. Gente che vive al di sopra dei limiti umani, affrontando sfide da far tremare i polsi. Come Scott Thorson, gigolò per caso, per 5 anni inseparabile sidekick del leggendario Liberace, pianista italoamericano che stava a Pollini come Freddy Bulsara in arte Mercury a Luciano Pavarotti. Fra il 1950 e il 1980, Liberace fu il despota incontrastato di un piccolo impero dannunziano pop tutto stucchi, paillettes ed eccessi, attraversando la vita come una cometa dorata. Dietro i candelabri di Steven Soderbergh racconta l'ultima parte della sua parabola attraverso gli occhi del succitato Thorson, che pur di diventare uguale uguale uguale al proprio idolo/pigmalione/mentore/bancomat arrivò a farsi una plastica facciale. Production values da vetrina, perfettamente in linea con le migliori produzioni Hbo, con Michael Douglas e Matt Damon perfettamente a loro agio anche fra le bollicine le bollicione e i bollori della grande Jacuzzi culattacchiona. Qualche dubbio, invece, sulla scrittura e sul registro del film: Soderbergh asseconda i toni vagamente agiografici della sceneggiatura di Richard LaGravenese, partorendo uno strano oggetto cinematografico, un Vizietto dalle venature faustiane ma senza la precisione analitica la lucidità e la cattiveria di uno Scorsese un David O. Russel o un Paul Thomas Anderson. Divertito e divertente, in soldoni, ma superficiale. Irresistibile però il chirurgo estetico di Rob Lowe: il miglior oggetto d'arredamento di tutto il film, la fiammella più intensa e genuinamente hot di tutti i candelabri di Leeberacci.

martedì 19 novembre 2013

Qualcosa di sinistro

Ho cominciato a vedere The Americans più che altro per pigrizia, tanto per ingannare il tempo in attesa di The Walking Dead. Il trailer, lo ammetto, denotava una certa acchiappanza: l'inno sovietico, e quella bella villetta stile suburbs con su la falce e martello erano un bel vedere. Ma, mi chiedevo: l'effetto nostalgia sarebbe bastato?
Sì, è bastato.
Perché in questo serial è proprio l'effetto nostalgia a fare la differenza. L'avessero ambientato nella stessa time zone di Last Resort o Homeland, con tutti i satelliti gli sbarlusc i cellulari i Gps e gli altri ammennicoli del caso, sarebbe venuta una roba così, anche perché il Kgb post-Putin ha più problemi in Cecenia, Ossezia e Tagikistan che in Massachussets, e ammettiamolo, per noi quei posti lì restano culturalmente un tantino fuori mano.
Ma poi. Vuoi mettere una spia che viene dal freddo e passa da Mediaworld a comprarsi il nullificatore galattico con un poveraccio che solo per sintonizzare la radiolina con l'auricolare sulle frequenze della Madre Russia deve cuccarsi mezz'ora di rumore bianco?
E quindi un sacco di modernariato Anni ottanta, una atmosfera che tira un po' dalle parti di storie tese come Gorki Park, qualche complicazione sentimentale su modello Lina Wertmuller, una regia televisiva ma furbesca e solida.
Senza contare il cattivo, cioè l'amico doppiogiochista di Truman Show nonché il colonnello infame di Super8 nonché il dottor Jenner di The Walking Dead, cioè questo qui:

Salve, sono Noah Emmerich e in genere faccio lo stronzo
Non so voi, ma per me basta e avanza.

sabato 16 novembre 2013

venerdì 15 novembre 2013

Ho fatto un quarantotto

La mia faccia da guerra

Una volta di più, un anno in più. Un anno importante, vuoi perché ormai la scadenza del mezzo secolo incombe insieme con i rischi di sbandamenti a dritta e a mancina che ho visto in tanti cari coetanei, vuoi perché la paternità fa crescere i baffi anche sul cuore.
Oltre lo specchio, al netto di qualche pelo candido, la faccia è quella di sempre. Ma dentro lo specchietto, gli anni scorrono via veloci, in un vago senso di vertigine. E visto che nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma, il passato dissolve incrociandosi con un presente fatto di urgenze, bisogni, progetti, spunti che visto il periodo a volte esaltano a volte spaventano, mai però fino al panico puro e semplice. A ben guardare, anzi, ci si rende conto di aver messo su la stessa faccia a volte sorridente a volte macho a volte un tantinello depressina degli eroi che ho imparato ad amare sui libri, al cinema, in tv, fra i fumetti, dentro tutte le esperienze che tengono ancora insieme il giovane Voglino e quello definitivamente reposado. Come il Giovanni Battista Fidanza di Conrad, come Bruce Wayne, come Berlinguer, come il Paul Foster di Ufo o il Fréderic de L'educazione sentimentale, come il Dave Bowman di 2001: Odissea nello spazio o l'Enzo Baldoni di Locombia. Come me: Andrea Voglino, quarantotto anni, uomo di parole. Con un sacco di altri caratteri vecchi e nuovi pronti da mettere in mostra. Allez.

mercoledì 13 novembre 2013

Mi ricordo "Lo scarafo nella brodazza"

Il sosia di Robert Redford

Correva l'anno millenovecentosettantasette e in radio impazzava Alto Gradimento, la trasmissione più folle ed estrema mai partorita da Mamma Rai. I Deejay molto sui generis come Renzo Arbore e Gianni Boncompagni alternavano musica ggiovane e accessi di puro delirio partoriti improvvisando con altri squinternati: c'era Giorgio Bracardi, inventore del gerarca fascista Catenacci con le sue manganelatte e del tormentone Perché non sei venutto? E c'era Mario Marenco, architetto, "sosia di Robert Redford" e un esercito di personaggi folli e geniali nella panza - dal professor Aristogitone, professore con 40 anni di insegnamento alle spalle, alla giunonica virago Sgarambona, fino all'austronauta Raimundo Navarro, abbandonato nello spazio dalla Nasa e perciò incline all'insulto ("Cabrones... cornudos..."). A un certo punto, come succede oggi con praticamente tutti quelli che godono di un minimo di airplay, trac: la Rizzoli ti tira fuori la raccolta con i migliori monologhi del suddetto Marenco. A me la regalarono gli zii, se ben ricordo. Si chiamava Lo scarafo nella brodazza, e allora mi fece lollare assai. Ma si sa come vanno queste cose: poi cresci, presti, te ne fotti, e i libri si perdono fra le pieghe della storia. Ecco, proprio qui volevo arrivare: se qualcuno di voi ha in casa la mia copia de Lo scarafo nella brodazza, ci terrei tanto a riaverla. Cabrones, cornudos.

venerdì 8 novembre 2013

Playmobilitati

Casalingo disperato


Celebrities as Playmobil Dolls: un titolo un tantino denotativo, per una pagina piuttosto divertente realizzata giocando fra religione, cinema, musica e fumetti. Non molto ricca, ma molto addictive: e comunque, il mio Playmobil preferito è quello del video di I Want to Break Free.

mercoledì 6 novembre 2013

Escher un attimo

"Perché non parli?"
"Sono uno che ama vagare fra gli enigmi. I giovani spesso mi dicono che faccio solo grafica optical. Io non so proprio cosa sia, questa grafica optical. Queste sono cose che faccio da trent'anni". Parole e Musica di M.C. Escher, nato a Leeuwarden, Olanda, alla fine dell'Ottocento e precusore di quella arte seriale che avrebbe fatto la fortuna di Walter Benjamin e Andy Warhol. Disegni che nascondono altri disegni, prospettive impossibili, e un rigore simmetrico appreso per caso fra le decorazioni moresche dell'Alhambra andalusa e le cupe vedute di Piranesi. Un globetrotter instancabile e ossessivo che nel suo strabiliante percorso artistico da criceto sulla ruota ora si è fermato a Reggio Emilia. Per una mostra assolutamente da vedere.

Nuvoletta Rrobe



The Man
Giaceva nel limbo da qualche giorno, l'intervista a Roberto Recchioni appena lanciata su Nuvoletta Rossa. Il tutto, in attesa della pubblicazione su il manifesto cartaceo di oggi. Finalmente, il pezzo è arrivato in edicola e su iPad: logico, quindi, dargli il giusto risalto anche sul web. Dove arriva in versione "Extended Play", affrancato dalla tirannia del conteggio caratteri e forte di un paio di domande in più. Chi vuole farsi una cultura sulla lettiera del gatto di Roberto, si accomodi: en passant, si parla anche di autorialità, egocentrismo, anima nerd e altre cosette.

domenica 3 novembre 2013

Hanno uscito l'uomo Plasmon


Ricordo d'infanzia: questo tipo titanico genere Maciste nella valle dei farmacisti, chiappe coperte a stento da un perizoma tarzanello, fisicata a mimare una posa plastica tafazziana con vago sentore di scalpellate sugli zebedei. E più o meno c'eravamo: perché Fioravante Palestini alias Gabriellino, questo l'alter ego dell'Uomo Plasmon, a un certo punto la martellata sugli zebedei se l'è data sul serio. Mettendosi a trafficare eroina e cocaina in Egitto, beccandosi vent'anni di galera egizia, sopravvivendo alla suddetta e ricominciando daccapo. A 67 anni suonati, uscito gratis di prigione, l'Uomo Plasmon è tornato a mostrare i muscoletti al mondo come star di una memorabile puntata di "La storia siamo noi". E si è messo in testa un'idea meravigliosa: quella di attraversare l'Adriatico sul pattino lasciandosi finalmente alle spalle possenti le sue titaniche, pardon omeriche sfighe. Tu chiamalo, se vuoi, super-eroe: l'Uomo Plasmon, fra l'altro, suona benissimo. Bonnng.

sabato 26 ottobre 2013

Giocattoli d'antan

Per soli uomini

Si chiama Toys from the Past il blog messo on line da tale Gog, un malato di collezionismo da fare invidia al cicciobombo di Toy Story 2. Al centro della scena, come da titolo graziosamente didascalico, macchinine, pupazzetti, giochi da tavolo e altre mirabilie raccattate fino agli Anni 90 negli scantinati di tutto il mondo, messe in posa, fotografate, archiviate e schedate con precisione certosina e un incredibile talento per l'aneddotica. Per dirne una, io del signore qui sopra ricordavo solo una vaga parentela con Big Jim. Gog, invece, ne conosce vita, morte e soprattutto miracoli, compresa la faccenda di quel frustino che a un certo punto è passato nelle amorevoli grinfie di Beast Man dei Masters of The Universe... Ma questa, come si dice, è un'altra storia. Fate il vostro giocattolo.

venerdì 25 ottobre 2013

In un Zuzzurro


Il colmo di ogni buon comico che muore: non avere una spalla su cui piangere. Grazie di tutto, Andrea.

Videoburrito telefonico



Saul El Jaguar dimostra che la vecchia storia del "Metti giù tu, no, dai, metti giù tu" può avere risvolti drammatici di un certo livello.

mercoledì 23 ottobre 2013

Una fine e un inizio

Huffing 'n' Puffing

Della serie "Se ne vanno sempre i migliori" (e dai!): Conversazioni sul fumetto chiude i battenti. Sarebbe una gran brutta notizia, viste la competenza e la passione infusa nel sito dal collettivo capitanato da Andrea Queirolo.
A mitigare il lutto, la notizia che tutta la vecchia squadra è passata armi e bagagli a Fumettologica.it, un magazine digitale più ricco, più patinato, più colorato, e altrettanto interessante. Cui, di mio, auguro tutta la fortuna possibile: a un sito che apre le danze fra uno special sul Ditko "pauroso", un reportage fotografico da casa Bacilieri e i Fumetti al telefono del Diego nazionale senza filtro non si può che volere un sacco di bene a prescindere.

martedì 22 ottobre 2013

Non gioca più

Canti da riporto


E adesso si scriveranno un mare di Parole parole parole per questo signore vagamente David Niven che ha messo classe, palle e anima in dozzine di canzuncelle nazio-pop quando ancora il nazio-pop aveva una sua porca dignità, diciamo prima del crollo della cortina di Ferrio. Poi la Mina è scoppiata, e tutto e cambiato. Grazie lo stesso, Gianni.

(A questo giro, mi pare che se ne stiano andando un po' troppi migliori, ultimamente.)

lunedì 21 ottobre 2013

Mal francese



Poi è arrivato Lupin III, ma Georges Descrieres è sempre stato un inarrivabile Lupin primo. Nonché, mi piace pensare, l'incarnazione in carne e ossa del conte Oliver di Magnus & Bunker, con cui condivideva eleganza, stile e ineffabile faccia tosta. Grazie di tutto, e adieu: ora, di sicuro, non lo acchiappa più nessuno.

giovedì 17 ottobre 2013

Nuovi mostri a Napoli!

Paura, eh?
Joel Peter Witkin: chi era costui?
Fotografo. Statunitense di pura schiatta Melting Pot, un po' italiano di Broccolino un po' Mitteleuropa. Tecnica analogica, preistorica, con gran lavoro di repro, nitrati d'argento, collage, graffi, interventi pittorici. Risultato: piccoli capolavori a metà fra presente e passato, pezzi unici dal fascino spiazzante, fotografia come racconto gotico postmodern fra eros e tèratos (non thanatos). Dove: Annàpule, precisamente PAN. Chi può vada sereno, che ne vale la pena.

mercoledì 16 ottobre 2013

Caro Luigi

Severo, ma giusto

Nell'ambiente del fumetto stava sul cazzo a parecchia gente, Luigi Bernardi.
Forse per quella sua tendenza a fiondarsi prima e meglio su fumetti che piacevano anche agli editori con cui collaborava, e portarseli a casa lui, quando poteva.
Così con Crying Freeman, soffiato a un editore specializzato capitolino dalle spalle molto larghe. Così con Give Me Liberty, invero bruttarello a rileggerlo con il senno di poi, ma sfilato a una primaria casa editrice milanese con un occhio ai super-eroi colti quando bastava strillare in copertina Frank Miller o Dave Gibbons per portarsi a casa sette-ottomila copie di venduto.
Un corsaro dell'editoria. Che ha il merito di aver fondato una delle case editrici più interessanti mai apparse sulla scena, la Granata Press, e di aver pubblicato quella che a detta di molti è stata la miglior rivista antologica mai uscita in Italia: Nova Express. una testata dove è passato tanto buon fumetto americano ed europeo.
Ora Bernardi se n'è andato a ruminare fumetti su una nuvoletta, e qui ci si sente tutti un po' più miseri, almeno fra quelli che apprezzavano il suo talento e la sua creatività. Quindi, caro Luigi, ti sia lieve la terra emiliana. Io stasera mi riguardo bene quella bella cover di Baldazzini ispirata a Tokyo Decadence che ho lì appesa al muro: sospetto che la tua idea di paradiso sia un po' quella. Enjoy.

Io sono quello che lavora bene. Tu devi essere l'altro.

Quello che lavora bene

"Sono stato avvi­sato di non essere obbli­gato a dire alcun­ché, a meno che io non voglia farlo, e che ogni cosa che dirò sarà messa per iscritto e tenuta in evi­denza. 

Nel gen­naio 1941 fui asse­gnato allo Stato mag­giore del Tenente colon­nello Kap­pler, in via Tasso, a Roma. Il mio lavoro con­si­steva nel far da col­le­ga­mento tra i ser­vizi di poli­zia tede­schi ed ita­liani. Nel pome­rig­gio del 23 marzo 1944 mi tro­vavo nel mio uffi­cio di via Tasso quando appresi che un certo numero di sol­dati tede­schi era stato ucciso in un atten­tato dina­mi­tardo, in via Rasella, a Roma. Ritengo che il Tenente colon­nello Kap­pler e il capi­tano Schutz, avendo appreso dell’incidente, ave­vano lasciato gli uffici per recarsi sul posto. Io rimasi tem­po­ra­nea­mente al Comando, in via Tasso. 

Quella sera il Tenente colon­nello Kap­pler tornò pre­sto in uffi­cio e chiamò tutti gli uffi­ciali e i sol­dati. Ci parlò dell’incidente dicen­doci che ci sarebbe stata una rap­pre­sa­glia con­tro gli ita­liani nel rap­porto di un tede­sco con­tro dieci ita­liani. Io ritengo che quest’ordine fosse stato dato dal Gene­rale Kes­ser­ling. Ci fu detto di effet­tuare una ricerca in tutti i regi­stri dell’Ufficio al fine di rin­trac­ciare tutte le per­sone con­dan­nate a morte dai tri­bu­nali tede­schi per reati con­tro le truppe tede­sche, al fine di ucci­derle. Tutta la notte cer­cammo tra i regi­stri, ma non riu­scimmo a tro­vare un numero suf­fi­ciente a rag­giun­gere un numero richie­sto per l’esecuzione. 

Non essendo riu­sciti nell’intento, facemmo un’ulteriore ricerca nei regi­stri per vedere se ci fos­sero per­sone non ancora pro­ces­sate, ma che erano state arre­state per essere o coin­volte in offese con­tro truppe tede­sche, o tro­vate in pos­sesso di armi da fuoco ed esplo­sivi, o alla testa di movi­menti clan­de­stini. I loro nomi ven­nero aggiunti all’elenco. Non riu­scimmo, tut­ta­via, a tro­vare per­sone suf­fi­cienti, per cui, credo, che venne chie­sto al Que­store Caruso di for­nire per­sone suf­fi­cienti a costi­tuire il numero di tre­cen­to­venti. 

Il giorno seguente, verso le ore 10,00, Kap­pler chiamò di nuovo tutti noi uffi­ciali, dicen­doci che il Coman­dante del reg­gi­mento di Poli­zia, i cui sol­dati erano stati uccisi, si rifiu­tava di met­tere in pra­tica l’esecuzione capi­tale, e che i sol­dati del Quar­tier gene­rale in via Tasso dove­vano essere gli ese­cu­tori. Ci disse che que­sta era cosa orri­bile da fare e che tutti gli uffi­ciali per mostrar ai sol­dati che ave­vano il soste­gno degli uffi­ciali, avreb­bero dovuto spa­rare un colpo all’inizio e un altro alla fine. 

Verso mez­zo­giorno del 24 marzo 1944, circa ottanta, novanta sol­dati dei Reparti III e IV anda­rono alle Cave Ardea­tine. All’arrivo vidi i pri­gio­nieri nella cava. Tutti ave­vano le mani legate die­tro la schiena, e quando i loro nomi veni­vano chia­mati si incam­mi­na­vano all’interno della cava in gruppi di cin­que. Erano pre­senti dieci o dodici uffi­ciali, tra i quali Kap­pler, i capi­tani Schutz, Cle­mens, Wet­jen e Koe­hler, i Mag­giori Domiz­laff e Hass, i Tenenti Tunath e Kah­rau, e altri del reparto III. Io entrai con il secondo o terzo plo­tone e uccisi un uomo con un mitra ita­liano. Verso la fine uccisi un uomo con lo stesso mitra. 

Le ese­cu­zioni ter­mi­na­rono la sera, quando stava calando l’oscurità. Nel corso della serata arri­va­rono alcuni genieri tede­schi e dopo l’esecuzione le cave furono fatte sal­tare. Non so se fu Kap­pler, Mael­tzer o Kes­ser­ling a ordi­nare di far esplo­dere le cave. In quel periodo a Roma c’era uno stato d’emergenza, seb­bene non fu pub­bli­cata alcuna dichia­ra­zione sull’effetto, poi­ché quasi ogni notte c’erano azioni con­tro le truppe tedesche".

lunedì 14 ottobre 2013

Orfani: la recensione

Orfanotrophy
Prima di tutto, William Golding, col pattuglione di preadolescenti traumatizzati che uniti da improvviso cataclisma maturano anzitempo, smarrendo parte della propria umanità. Poi, tante suggestioni da film e videogame Sci-Fi più o meno recenti: le astronavi di Aliens - Scontro finale e Avatar, l'arsenale di Starship Troopers - Fanteria dello spazio, i costumi di Star Wars e Halo. Per finire, i dialoghi sparsi e il montaggio tipici dei comic book supereroistici. Il tutto, incastrato nella gabbia a sei vignette dei classici albi Bonelli, stavolta nella meraviglia del technicolor. Ha tutte le carte in regola per fare ballare l'occhio  Orfani, la maxiserie che segna la definitiva consacrazione di Roberto Recchioni nel gotha del fumetto italiano dopo una lunga e talvolta succulenta gavetta come autore "indie". E se John Doe e David Murphy 911 traboccavano di consapevoli inchini a una platea sempre in sintonia con le derive citazioniste dello sceneggiatore romano - ma meglio evitarli, certi termini: lui si sente un nerd adulto e consapevole, non un post-modernista - qui l'approccio appare più elegante e ambizioso, con un plot frammentato nei mille rivoli di un cast magari non sempre dentro le righe però eterogeneo e interessante, e un approccio narrativo e grafico che il segno essenziale di Emiliano Mammuccari e il colore insaporiscono con lampi di dinamismo cristallino, puro cinema stampato. Per cogliere l'ampiezza dell'affresco, tocca aspettare: come tanti altri "numeri uno" arrivati in edicola in questi mesi, Orfani non concede al lettore che un grande fuoco d'artificio e piccoli indizi sul senso o sulla direzione che prenderà la storia da qui in poi, chiudendo su una foto di gruppo con vista sul futuro. In the big picture, l'impressione è che lo sforzo meritorio degli autori sia quello di voler fare scouting in fasce di pubblico che ai tempi di Tex o Dylan Dog erano di là da venire, e sono passate direttamente da Topolino alla PlayStation 3 alle app dei cellulari. Una generazione perduta (solo fumettisticamente?) che, coi giusti stimoli, potrebbe dare nuova linfa all'asfittico parco lettori italiano. Il rischio calcolato è che i lettori storici del Ranger dalla camicia gialla e di tutti i suoi colleghi di scuderia nati fra gli Anni 60 e 90 non siano tipi da Orfani. Ma dopotutto, è un po' come quando i dinosauri del Prog hanno dato un taglio al passato per cominciare a sfornare levigatissime produzioni pop: l'aria rarefatta dell'alta classifica, il successo commerciale, il piacere di un cambio imprevisto di scenario valgono bene qualche sopracciglio alzato. Anche in uno scenario (solo apparentemente) conservatore come quello di via Buonarroti.

venerdì 11 ottobre 2013

Gualdoni a corte

Digennarrazione


Nel merdaviglioso mondo del fumetto, talvolta capita di infilare qualche topica. E siccome che siamo in Itaglia, in quel frangente succede quello che succede nel mondo dello show business, in politica, nello sport, ovunque ci sia un minimo garantito di visibilità: chi sbaglia viene sbertucciato molto al di là dei propri demeriti. Vizietto tipicamente nostrano, quello di scodinzolare festanti attorno a un pirlantonio finché è in auge, per correre in tutta fretta a pisciare sulla sua tomba a feretro ancora caliente. È la critica ai tempi del social, bellezza. Il che ci porta a Giovanni Gualdoni. Che al di là di quanto fatto in questi ultimi anni come (odiatissimo) curatore di Dylan Dog, resta uno che i fumetti li scrive discretamente. Un indizio, casomai ce ne fosse bisogno: Il moschettiere di ferro, numero 13 di LeStorie, disegnato da Giorgio Pontrelli su testi dell'innominabile. Un luna park piuttosto dark che aggiorna i romanzi cappa e spada di Dumas padre e figlio alle atmosfere cyberpunk già intraviste in precedenti lavori dello sceneggiatore di Busto Arsizio, uno su tutti Wonder City. Niente scienza, per carità, ma solo fantascienza sui generis, con un protagonista automatico dall'anima elegantemente espressionista che impazza per la Francia fra Sei e Settecento e una narrazione leggera, agile e briosa come un colpo di fioretto. Avventura come canone, come balocco, come spettacolo. Senza dimenticare un po' di dumasiana malinconia. Touchè.

venerdì 4 ottobre 2013

Biancaneve? Fa la manager

Favole amare

Poi uno controlla per scrupolo a quando risale l'ultimo post sui fumetti e vede che sono passati due mesi. A stare di manica larga e contare dall'ultima Nuvoletta sul De Chirico della Coconino, uno. È che uff, diciamocelo, alla fine non è che di cose per cui valga la pena di sprecare quattro righe ne escano proprio tutti i dì. Non mancano, però, le eccezioni. Un esempio: Fables, la storica serie Vertigo di Bill Willingham e soci ereditata dalla RW Lion dopo i fasti di Magic Press e Planeta. Ecco, lì di ciccia ce n'è tanta. Lo spunto iniziale rievoca un'altra genialata di Willingham, Ironwood: lì si trattava di una serie fantasy-umoristica, un po' stile Compagnia della Forca, per intenderci, irrobustita da un bel po' di sesso esplicito - una rarità, per il fumetto a stelle e strisce. Qui, si parte da un assunto simile aggiornato al mondo delle fiabe classiche. Così, Biancaneve diventa una specie di Sandra Bullock in Ricatto d'amore, il Lupo Cattivo un detective spiegazzato à la Dashiell Hammett, il Principe Azzurro un clone del Conte Max e via discorrendo. Roba già vista in serie Tv come C'era una volta, scritta non a caso da due ex pupilli di Willingham. Che però, senza i limiti di budget imposti dal mezzo cinematografico e con il valore aggiunto della straordinaria misura narrativa dell'autore virginiano e dei suoi disegnatori Len Medina e Steve Leialoha, sui fumetti funziona molto meglio. Di suo, Lion ci ha aggiunto l'astuzia della pubblicazione low-cost in formato Bonelli Mee-Too da quattro episodi a botta per novantasei pagine: a due euro e novanta a numero, e nonostante il sacrificio di qualche cm in altezza e in larghezza, il rapporto prezzo-qualità resta impareggiabile. Niente di nuovo per chi ha letto Fiabe in esilio e le altre Fables al momento del debutto, nel 2002. Per tutti gli altri, consigliatissimo.

martedì 1 ottobre 2013

Houston, abbiamo un blockbuster



Guarda mamma, sono figa

Gravity è il primo film di fantascienza vera da un bel po' di tempo a questa parte. E per coincidenza, anche il primo blockbuster originale da un bel po' di tempo a questa parte - non prequel né sequel né riavvio né superhero movie o tentativo di franchise. Gravity è un film dove gli effetti speciali sono al servizio del racconto, e non viceversa. Tanto è vero che le astronavi non sembrano disegnate da Philippe Starck, ma dalla Bialetti. Gravity ha dei momenti che tolgono il fiato. Nel senso più autentico della metafora. Gravity ha un cast stellare che qui diventa minimale perché nello spazio, sotto lo scafandro, nessuno può sentirti urlare "Guarda mamma, sono figo". Gravity ti fa venire voglia di fare l'astronauta, e poi te la fa passare. Gravity trasforma il ripassino di fisica in una ripassata, dimostrando per di più che Legge di Murphy batte teorema di Archimede dieci a zero. Gravity ha il sapore vagamente metallico-omogeneizzato delle merendine da astronauti, però minghia quante proteine. Gravity offre il miglior spogliarello spaziale da quello della Sigourney in Alien, che sembra ieri ma son passati trent'anni. Gravity è più retorico di Forrest Gump e Apollo 13 messi insieme, però anche la retorica nel vuoto pesa meno. Gravity ha un finale alla Nolan che quando esci dal cinema stai lì per mezz'ora con i pensieri in bilico fra happy end e (altro). Gravity è un film tutto forma che però a livello registico offre anche quintalate di virtuosistica spericolata sostanza. Gravity va visto. Se capita, in Imax, dove dà il meglio di sé.

L'uomo da ridere

Marcello Bello

"Chi va con lo zoppo, impara il twist": una cazzata secca, cinica, fulminante, come nella tradizione dei grandi battutisti. E Marcello Marchesi un grande battutista lo era davvero: suoi i calembour più spericolati di Totò, come pure le sferzate più urticanti dei film di germi o i dadaismi appiccicosi di Carosello. Suoi anche i volumi pubblicati fra gli Anni 60 e 70 da Rizzoli, e ora meritoriamente riportati in libreria in una nuova veste editoriale da Bompiani: monologhi al delirio come "il malloppo" o raffiche di chicche ridanciane come "il dottor Divago". Classici intramontabili della risata matura e consapevole, pieni di scoperte meno sciocchine del previsto. Una a caso fra le tante? "Quando la parola volgare non avrà più senso, saremo tutti uguali". Se non è preveggenza, questa.

venerdì 27 settembre 2013

Barley Arts

Ooopsie

La brasserie che non ti aspetti è nell'angolino in basso a destra della Sardegna, in un paesino che ha un nome che sembra uno scioglilingua, Maracalagonis. Qui, i baldi giovani della Barley producono una decina di birre da degustazione. Si va dalle "classiche" Friska, Sella del diavolo e Toccadibò - una bianca, una rossa e una golden strong ale - a ibridazioni più ardite e intriganti a base di ingredienti 100% made in Sardinia come il vincotto locale, la sapa, o il miele.
E per quanto l'idea non sia male, per gustare al meglio una Barley non serve nemmeno farsela fino in Sardegna: Come si vede qui, l'Itaglia tutta pullula di concessionari delle fuoriserie prodotte a Maracalagonis. Tutti al banco, e cin cin.

mercoledì 25 settembre 2013

Il buono è brutto e cattivo

"Come sarebbe, aveva scritto anche «Commando»"?

Luciano Vincenzoni, sceneggiatore degli spaghetti western di Leone, più le commedie di Germi, i buddy movie di Corbucci e molte altre cosette interessanti, al suo rientro in Italia dopo la lunga parentesi hollywoodiana):

Lì i miei amici erano Wal­ter Mat­thau, Frank Sina­tra, Kirk Dou­glas, Billy Wil­der… Le donne erano la figlia di Sina­tra, le attrici… Sono venuto in Ita­lia e per voi un attore è Aba­tan­tuono. Mi ricordo, ero appena arri­vato a Roma e un mio col­lega, Ser­gio Donati, con cui ho fatto molti film, mi ha por­tato al cinema: vieni a vedere, c’è un film in via Cola di Rienzo. Era un film con Aba­tan­tuono: dopo venti minuti ho detto, torno in Ame­rica. Mi è pas­sata la voglia di scri­vere film e mi sono messo a scri­vere per i gior­nali. Per chi scri­ve­rei? Non ci sono i regi­sti, non ci sono i pro­dut­tori, non c’è più nes­suno.


(Da ieri non c'è più nemmeno Vincenzoni, purtroppo).