martedì 30 dicembre 2014

Mi ricordo "Moscow Discow"





Quella del 1979, però, non questo remix Anni 80 un tantino industrialotto brianza.

martedì 23 dicembre 2014

Bau bau bebi



Pomeriggio di un giorno da cani, oggi: ci siamo giocati anche Joe Cocker.

venerdì 19 dicembre 2014

La grande bellezza

Hanf


Quella luce abbagliante di cui parlano tutti, da oggi brilla ancora più intensa. Ciao Virna.


giovedì 18 dicembre 2014

Il ragazzo è visibile

A, E, I, O, U
Tema: il candidato spieghi come realizzare un cinefumetto originale di ambientazione nostrana senza spendere uno strafottio di danée e portando a casa un risultato decente.
Allo svolgimento ci ha pensato forse l'unico regista italiano che I/abbia le basi, come si dice, II/vanti in repertorio almeno un film fantastico e III/coltivi un minimo sindacale di ambizioni action. Gabriele Salvatores ne esce con una pellicola non sempre smagliante, che sarebbe stato davvero troppo, ma non priva di suggestioni.
La via casereccia al superhero movie passa attraverso una rilettura minimale ed esistenziale del canone dei super-eroi con super-problemi di Stan Lee. Fantascienza pura (ragazzini che leggono, e addirittura fumetti!). Location di confine già intraviste fra Come Dio Comanda ed Educazione siberiana. Cattivi a metà fra la morfologia della fiaba di Karl Propp e la subletteratura (non solo) americana degli Anni 50 e 60. E i super-poteri come metafora scopertissima del passaggio dall'infanzia all'adolescenza, con i primi turbamenti cardio-inguinali, madri da sfanculare, padri da uccidere, orchi da sconfiggere e principesse da conquistare ça va sans dire in tutina fetish.
La sceneggiatura for dummies degli autori italiani di In Treatment è un po' vecchia scuola ma prodiga di colpi di scena e strizzate d'occhio da distribuire fra padri e figli, con qualche buco nel bilanciamento dei toni fra dramma commedia e appunto azione ma va be'. Aurea mediocritas nel cast e negli effetti, a volte un pelo fuori registro ma tutto sommato funzionali alla trama. Per i miracoli tocca attrezzarsi, ma nel frattempo ci portiamo a casa un film di genere sui generis 100% italiano, addirittura da abbinare al fumetto e al romanzo ora in uscita. Secondo episodio scaramanticamente già in preproduzione. Sarà vera gloria transmediale? Chissà. Un po' c'è da sperarci.

sabato 13 dicembre 2014

Addio alle armi

E dopo l'anulare, ecco il medio
Niente celebrazioni, alla fine di La battaglia dei cinque eserciti: il prezzo della gloria di cui Peter Jackson aveva sparso il profumo nei primi due film della saga qui stinge in un gusto dolciastro ferroso di sangue e morte. Due ore e mezza di guerra totale orchestrata con maestria da virtuoso ma con una gravitas anche visiva senza precedenti, per arrivare a un (un)happy end curiosamente fedele al romanzo originale quindi lontanissimo dalle aperture epiche ed elegiache di The Lord of the Rings. Tanti saluti all'azione slapstick e alle divagazioni ironiche e sentimentali dei due film precedenti: per l'epico finale del gran varietà tolkieniano mister Jackson ha guardato al fantasy fascio e corrusco di Milius o Boorman, a un'estetica da cupio dissolvi, alla pornografia della bella morte. Il risultato è uno spettacolo grandioso ma crudele che emoziona ma non diverte, seduce ma non appaga, esalta ma non consola. Uno sberleffo cattivo che trova le sue migliori frecce nelle ossessioni di rivalsa, amore o vittoria, e i suoi migliori interpreti nei villain - su tutti, l'ignobile Alfric Leccasputo. Una fuga in minore, insomma, con cui Jackson sembra sfanculare tutti coloro che per quasi vent'anni lo hanno tenuto incatenato alla terra di mezzo, e che non a caso si chiude metanarrativamente sullo sgombero forzato di casa Baggins. Non è più il tempo delle fiabe. Gli spettatori adulti e consapevoli prendano buona nota. E i bambini, a casa: di un film di Natale all'insegna dei maltrattamenti, giustamente non saprebbero che farsene.

martedì 9 dicembre 2014

Mango morto




La sua strada tutta mediterranea alla New Wave ci mangherà. Ciao Pino.

venerdì 21 novembre 2014

Jet Pack





Pinguini scatenati. Carini e coccolosi, ma solo a occhio, perché - come da canone stabilito nella trilogia di Madagascar - il team formato da Skipper, Kowalski, Rico e Soldato è una squadra di elite ricalcata sulle iperboli di James Bond & Co.
Come in Gli IncredibiliCars 2 e Megamind, anche qui la storia scritta a sei mani da Michael Colton, John Aboud, Tom McGrath, Eric Darnell e Brandon Sawyer è una summa ad altezza bambini dei più triti clichè action con doppio livello di lettura incorporato: sederini famosi, gadget e 3D spinto per gli under, più qualche sottinteso appena più Mel Brooks per mamme e papà. Trama e secondary characters si dimenticano in fretta, eccezion fatta per il gustoso e tentacolare comparto cattivi. La sufficienza abbondante è garantita da una scrittura che accumula colpi di scena e sprazzi di nonsense non privi di un certo potenziale eversivo - valga, su tutte, la danza in costume tirolese che prelude al sottofinale. Senza dimenticare un comparto visivo di tutto rispetto. E un cast di doppiatori originali che comprende Chris Miller (Sì, il co-regista di The Lego Movie), Benedict Cumberbatch e John Malkovich.
Certo, le cose migliori del nuovo cinema animato restano ad anni luce di distanza. Ma il bestiario di Madagascar resta comunque una scusa credibile per portare i pupi al cinema e farsi due risate. Può andar bene anche così.

mercoledì 5 novembre 2014

Un, due, tre , stellar





Ora tutti diranno che il nuovo Nolan è scombiccherato, sovrabbondante come un maritozzo troppo farcito, derivativo, prevedibile. Che si prende un sacco di tempo per costruire una trama sommessa e intrigante e poi la spreca in un sottofinale action della peggior specie. Che coltiva ambizioni alte e crudeli, e poi svacca nel volemosebbene. Che il cast è troppo fighetto e i colpi di scena troppo telefonati. Sia come sia, "Interstellar" i soldi del biglietto li vale tutti. Perché con tutti i eccessi e tutti i suoi difetti resta comunque un film visivamente magnifico, il proseguimento naturale dei discorsi sul tempo, la memoria e la soggettività  già esplorati in "Memento" e "Inception". Un film esteticamente impeccabile, con un design mozzafiato in quanto ad ambienti e intelligenze artificiali. Un film di cui non si è intravisto già tutto on line. Un film che non si vergogna di citare classici della fantascienza utopistica come "2001", "Solaris" o "Silent Running" riscrivendole per la nuova generazione. E cosa ancor più rara, un film miliardario che parla anche agli spettatori sopra i quindici anni. Magari, senza la pulizia formale delle sue opere precedenti, ma con più sentimento. Da vedere al più presto, possibilmente sullo schermo più grosso del circondario. Per i ragionamenti e il replay value, meglio aspettare la seconda visione: la prima lascia un tantinello sbomballati.

martedì 28 ottobre 2014

El drito

Old School

Se ne va anche Antonio Terenghi. Più Drito di così si muore, appunto.

venerdì 24 ottobre 2014

guarda che rock

Fra Rockwell e Tamburini
È uscito.
Il libro che racconta la storia di Hypgnosis, la fucina di idee che fra gli Anni 70 e gli Anni 80 ha convinto tanti piselli ad ascoltare i dischi in uscita già in vetrina, a berseli prima con gli occhi che con le orecchie. Storm Thorgerson, Aubrey Powell e Peter Christopherson. Un grafico, un fotografo e un factotum con tante idee che la metà sarebbero bastate, e i budget per realizzarle, perché ai tempi una Cover poteva arrivare a costare decine di migliaia di euro, a patto di portarne a casa milioni. E così sono nati il prisma di The Dark Side of the Moon, i mondi alieni degli Zep di Houses of the Holy, i bianchi e neri stranianti di The Lamb Lies Down on Broadway dei Genesis e decine di altre cover ironiche, rarefatte, assolutamente magiche. Un moderno vaudeville nato a partire dalle tele di Magritte, dagli eccessi spesso molto consapevoli della Londra di Syd Barrett e da un incontestabile talento per un ready made tutto fatto a mano, ma già capace di anticipare le raffinatezze delle odierne Creative Suites.
Un libro di quelli che non ci son santi, bisogna proprio averli in casa. Tutte le info, qui.

mercoledì 22 ottobre 2014

Eroina



Adieu, Lilli. Unica, irripetibile varesotta sexy della storia naturale.

venerdì 17 ottobre 2014

Pugaciuff

Se n'è andato anche l'altro papà di Tiramolla, Cucciolo e il mitico luposki della steppa Pugacioff: formidabili quegli albi.

giovedì 16 ottobre 2014

Sentinelle, in piedi

Ostia!
Nel 1926, Il presidente messicano Plutarco Elias Calles emana la riforma del codice penale.
Sembra un colpo di spugna volto a raffreddare la crosta di un Paese uscito dalla Revoluciòn con le ossa a pezzi. Ma Calles è anche ferocemente anticlericale, tanto da essersi guadagnato il soprannome di "El Turco" per le proprie posizioni. Così, fra le pieghe del nuovo codice, nasconde una serie di divieti su misura per le tonache: vietate le messe, vietati i sacramenti, vietate le immagini sacre come quella, iconica, della "Virgencita".

In alcuni stati, la legge passa senza intoppi. In altri, no. È il caso dello stato di Jalisco, stato agricolo per eccellenza e una delle culle del cattolicesimo messicano. Qui, la Chiesa si fa carboneria, con battesimi e funerali celebrati di nascosto, nelle case o nei ranchos fuori città. E quando la reazione esplode, trasformando sacerdoti e fedeli in bersagli, i buoni cristiani prendono le armi e scatenano una guerriglia destinata a protrarsi per quattro anni. 

Per inciso - e qui sta il busillis - l'unica crociata mai condotta al di fuori della Terra santa.
Storie epiche, quelle della rebeldia cristera (ma a Tepatitlan de Morelos, epicentro dello scontro, mai definirla rebeldia: si incazzano di brutto). 

Storie epiche, si diceva. C'è quella di Victoriano Ramirez detto "El Catorce", brigante, piatolero, dongiovanni, tradito per aver fatto ombra a un leader della rebeldia e fucilato senza troppi complimenti; quella del generale Gorostieta, raro caso di cristero ateo morto in un'ultima, epica battaglia a pochi giorni dalla fine delle ostilità; c'è quella di Tepatitlan De Morelos, dove un platano seccato per motivi misteriosi ricorda che proprio lì fu impiccato un sacerdote con una bella faccia india; e in mezzo, ci sono storie più sordide, da quelle dei gringos, decisi a raffreddare gli animi perché la guerra fa male al business, a quella del Vaticano di Pio XII, ça va sans dire inorridito dall'ossimoro dei preti combattenti.
Materiali difficili da approcciare e gestire filmicamente. Che però, nelle mani di uno sceneggiatore e un regista di vaglia avrebbero potuto brillare di luce propria: per dire, Mission di Roland Joffe, tormenti ed estasi, avventura e realpolitik, la sublimazione della carne, la bella morte… Niente di tutto questo in Cristiada di Dean Wright, ex responsabile degli effetti speciali di un tot di blockbuster recenti. 
Piuttosto, una prosecuzione di La passione di Cristo di Gibson con altri mezzi, con begli attori come Oscar Isaac e Andy Garcia convertiti presto e bene, cristeros tutti in odor di santità e dorados tutti cattivissimi. 

Un western da sentinelle in piedi con vista sul martirio, ineccepibile nella forma ma manicheo fino al grottesco nella sostanza, e spesso piuttosto disinvolto nel piegare la realtà storica alle esigenze della buona novella. Un curioso oggetto filmico distribuito ben sua anni dopo la "prima" in Vaticano per mancanza di candidati, da osservare a debita distanza, come tutti i bei brutti film che si rispettino.

mercoledì 15 ottobre 2014

martedì 7 ottobre 2014

Primizie di stagione


Ivo Milazzo, Enrique Breccia, Peppe De Nardo e Daniele Bigliardo. E poi il regista Alessandro Rak, autore del lungometraggio MAD Entertainment L'arte della felicità, e l’animatrice giapponese Fusako Yusaki, firma dei leggendari spot Fernet Branca con la plastilina. E ancora il giornalista Vito Foderà, l'ex Bluvertigo Andy e un numero speciale di Dylan Dog ambientato a Cosenza… È davvero ricco il menu di Le strade del paesaggio, appuntamento autunnale dedicato al fumetto e all'animazione in programma dal 10 al 26 ottobre nel capoluogo calabro. Una buona scusa per passare da quelle parti, prima di andare a Lucca. Tutti i dettagli qui.

lunedì 6 ottobre 2014

Senza avvisare


La società dei poeti estinti ha riaperto i battenti. 

Senza avvisare. 

Grazie di aver partecipato, Lorenzo.

venerdì 3 ottobre 2014

In bambola

L'orrore, l'orrore

La vera storia della bambola Annabelle.
Quella sì, era genuinamente disturbante.
Il problema è che il film del carneade John R. Leonetti, già DP di un tot di film di paura serie tv e altre pinzillacchere, quella storia lì la risolve nel giro di un'inquadratura. E di storia ne racconta un'altra, che frulla insieme roba già vista e stravista da L'Esorcista a Poltergeist a Rosemary's Baby a The Ring fino al recente The Conjuring - L'evocazione, di cui questo Annabelle è uno spin-off. E on top of that, ci sono tutti, ma proprio tutti i luoghi comuni di ogni fumettaccio brutto che si rispetti: gente che si mette in casa bambole orrende dicendo va' che bello, gente che va in cantina nottetempo mentre fuori son tuoni e lampi, gente che affronta il Male con la emme maiuscola in rigorosa solitudine.
Ne esce un horror da sei politico, telefonato con mezz'ora di anticipo nella trama e nei momenti bù, decente sul piano della messa in scena e delle interpretazioni, raffazzonassimo nella scrittura, con personaggi presi e spostati qua e là ad minchiam come bambole di pezza, appunto, e spunti potenzialmente interessanti assolutamente sprecati. La sufficienza passa attraverso l'approccio tutto suspense (e niente gore) e all'idea di trattare l'orrida bambola come un incolpevole strumento del male, senza derive alla Chucky. Una trappola evitata con rozza eleganza.
In ogni caso, un film importante: non tanto per la qualità intrinseca, ma per il brivido involontario offerto dallo stato dell'arte del cinema horror Made in Usa. Un tempo, autentica fucina di terrori dal formidabile potenziale eversivo e oggi stanca masturbazione di organi sensoriali ormai irrimediabilmente ammosciati. Cercasi luccicanza disperatamente.

mercoledì 24 settembre 2014

Vecchia scuola

Questi fantasmi

Ci aveva provato nel 2006 la Eura Editoriale, a riportare in edicola The Phantom, per gli amici L'Uomo Mascherato: e all'epoca, era stato un bagno di sangue, con una rivista molto pop malauguratamente schiattata nel giro di sei numeri per manifesta impraticabilità di campo. Gran peccato, perché la scommessa di rilanciare il primo eroe in calzamaglia dell'urbe terracqueo nonché il modello di praticamente tutti i vigilanti a venire avrebbe meritato miglior fortuna, non foss'altro che per la qualità delle storie (relativamente) recenti realizzate per il mercato scandinavo, dove il nostro alle soglie delle ottanta primavere resta un autentico best seller.
Otto anni dopo, a spezzare una lancia per l'ombra che cammina è Mondadori Comics. Si riparte dai bei tempi che furono, con le prime otto storie dell'eroe di Lee Falk & Ray Moore in formato pocket più una ricca introduzione vergata per l'occasione da Luciano Secchi. Il rapporto prezzo-qualità è ottimo e abbondante, con oltre 600 pagine di strisce vintage rimontate e stampate più che dignitosamente in verticale a quattordici euro e novantanove. Pochissimi i vizi di forma, uno su tutti la mancata citazione per traduttore e letterista: se, come pare, queste strip sono le stesse pubblicate a suo tempo da Comic Art, spendere qualche parola per Luciano Guidobaldi & C. sarebbe stato doveroso. Prossimi volumi in uscita: Mandrake, l'ipnotista in marsina, e Agente Segreto X-9 di Alex Raymond. E se oltre ai boh e i bah dei puristi del formato orizzontale dovesse cascare giù dal cielo qualche uuuh di meraviglia per il grande ritorno del fumetto vintage, chissà che non ci sia spazio per un prosieguo dell'avventura. Tenere presente: L'Uomo Mascherato avverte una sola volta.

giovedì 11 settembre 2014

Due metri e venti nell'alto dei cieli

Gnam


Richard Kiel, indimenticabile cattivo di Zerozerosette, morde la polvere. Disperazione.

mercoledì 10 settembre 2014

Mi ricordo Mike Oldfield





Quanto talento, il buon Michele Vecchiocampo (A parte Moonlight Shadow, che ci aveva già rotto i coglioni all'epoca).

lunedì 8 settembre 2014

Principessima

Palpatine (sostantivo femminile plurale)
Che se un fumetto così l'avesse scritto un uomo, con la storia della prostituta che se ci fai quattro salti in allegria muori malamente, ci avrebbero dato subito del misogino duro.
O del sessuofobo.
O del... be', va be'.
E invece: l'ha scritto la Barbato. Alla sua quarta LaStoria dopo Il boia di Parigi (bello e basta). e La pazienza del destino (un po' sovraccarico, ma insomma grande mestiere). E dopo La Gabbia (divertissement, ma sempre bello). Insomma, quando scrive la Barbato, normalmente, tanta roba.
Qui, tantissima. Un po' per i disegni di un Nicola Mari molto, molto, molto in palla, e un po' per la storia in sé. Il gusto per il feuilleton è quello già intravisto in altri frangenti. Le ossessioni, pure: la marginalità, la malattia, la famiglia come innesco molto edipico di ogni respiro narrativo, a comprendere singhiozzi e rantoli, lo status quo come gabbia. Ci fosse spazio per un filo di humour, saremmo al nirvana. Ma anche nella sua dead seriousness, la signora le corde del cuore le strimpella con le unghie e con i denti. E con una padronanza di tonalità minori da fare invidia al Puccini lacrimogeno e perturbante di Tosca, un'opera che sta a questo numero della collana come un bicchiere di porto a una fettina di blue cheese. crinoline, tuguri dickensiani, grand guignol, amori irrealizzabili, mostri e per chiudere in bellezza il sesso come una roba che semplicemente non si fa. Presente il Verhoeven di Black Book? Presente Il labirinto del fauno di Del Toro? Presente Crash di Cronemberg? Ecco, ci siamo capiti.
E no, non si fosse capito quella roba con Jake Gyllenhaal non c'entra niente.

lunedì 25 agosto 2014

La storia infinita (dieci anni senza Enzo Baldoni)



Dieci anni senza tabacco.
E senza un orologio al polso.
Senza patate arrosto, fritte o tradotte in puré.
Senza avventure sentimentali.
Rinunce fatte per scelta, per puntiglio, per vanità, per convenienza. Rinunce compiute magari a fatica, perché senza risico niente rosico, ma comunque a cuor leggero, con la spossatezza buona di una lunga passeggiata. Rinunce che ti restituiscono tutto quello che perdi in una forma diversa, più compiuta, più incisiva, più rotonda.
Dieci anni senza Enzo Baldoni. Ucciso, secondo le cronache, il 26 agosto del 2004.
Una rinuncia imposta dal caso? Forse. O forse, lo scontro impari fra il pensiero rettiliano di un fanatico jihadista e l'apertura mentale di un grande curioso. Un reporter per hobby armato solo di portatile e fotocamera, oltre che di quel vago senso di invulnerabilità che nasce dalla fede nella propria fondamentale onestà, dalla capacità collaudata di farsi concavi o convessi a seconda delle situazioni, dal fiuto, dall'apertura mentale, dalla pura e semplice fortuna. Che poi, per Enzo andava costruita con l'impegno, il lavoro, i chilometri, perché il caso va aiutato. Sempre.
Una formula non facile da sintetizzare, ma capace di portare a risultati insperati: la chiacchierata con il subcomandante Marcos fra le fresche frasche della Selva lacandona, il tête-a-tête con una soldatessa delle FARC, le vacanze a Timor Est (bevuta gratis a chi riesce a localizzarlo sulla cartina senza passare per Wikipedia, il Timor Est).
Una formula contagiosa, anche. Forse, per quel vago sentore di adrenalina che va a braccetto con ogni autentica avventura. Non che ogni volta debba scapparci un pezzo giornalistico, intendiamoci. Ma il gusto per la scoperta, la testimonianza di prima mano, l'idea di un repertorio di bei ricordi da condividere, la consapevole ebbrezza di aver alzato la propria personale asticella di qualche centimetro fanno sempre un sacco di differenza. Che uno faccia il giornalista, l'operatore di call center, il fumettaro, il barman acrobatico o il militante.
Ecco, chi in questi dieci anni non ha mai smesso di chiedersi perché e per come Enzo sia arrivato al suo appuntamento con gli assassini che ce l'hanno portato via può provare a cercare qualche traccia infinitesimale della sua ratio nei suoi diari. Lo stesso fuoco scoppiettante che anima le storie dei suoi eredi più genuini: altri grandi curiosi che grufolano per il mondo alla ricerca di storie da vivere e condividere ben oltre i social. Persone speciali che spesso la pagano cara, come dimostra il caso recentissimo e orripilante di James Foley. E che morendo malamente, in un deserto, nell'ingannevole cielo azzurro di fine agosto, riscrivono la stessa storia senza riuscire a cambiare il finale. 
Noi figli di un Salgari minore, viaggiatori da scrivania, diversamente coraggiosi che abbiamo avuto il privilegio di fare un pezzo di strada insieme a Enzo, noi che siamo ancora qui a raccontarla, aspettiamo proprio questo: un finale che dia senso alla rinuncia. Fino ad allora, non resta che continuare a seguire il filo della memoria. Anno dopo anno.

martedì 12 agosto 2014

Robin Uuuhhh


Anche un grande attore può cadere come una pera Williams. Depressione.

giovedì 31 luglio 2014

Maschera mortuaria

Aaahhh

La prossima sessione di make-up di Dick Smith si terrà presso la più vicina funeral house. Sfiga.

Maledetto ti amerò

...Ma anche no

Dura, sfuggire al fascino di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Troppo bello il personaggio, troppo feuilleton la sua vita dissoluta, troppo misteriose le circostanze della sua tormentosa scomparsa. In Bonelli, avevano già provveduto a ricamarci su Alfredo Castelli e Daniele Caluri in uno speciale Martin Mystère particolarmente brillante di qualche anno fa, Il codice Caravaggio: non sorprende, quindi, che a inaugurare la serie degli speciali estivi di LeStorie sia proprio lui, il ricercatissimo (in tutti i sensi) pittore di santini seicentesco protagonista occulto di Uccidete Caravaggio!.
A ricamare sui se i ma e i forse del pasticciaccio barocco Peppe De Nardo e Giampiero Casertano, qui in massimo spolvero anche grazie alla scelta del colore. In altri Paesi canterebbero tu chiamala se vuoi grefic nòuvel inneggiando al mestiere degli autori: qui, ci limitiamo ad applaudire convintamente un piccolo saggio di docufiction che è anche e soprattutto una perfetta macchina da spettacolo, una LaStoria universale che ha tutte le carte in regola per figurare fra le migliori letture disimpegnate di questa stagione. Casomai un domani o un dopodomani a qualcuno saltasse l'uzzolo di una edizione di prestigio king size à la Orfani, una copia è già prenotata: hai visto mai.

mercoledì 30 luglio 2014

mercoledì 23 luglio 2014

Alla rivoluzione con l'Ape

Apesritivo
Un maschio adulto di scimpanzé pesa circa ottanta chili. E rispetto a un uomo normale, ha una forza pari al triplo. Se ci aggiungiamo la dentatura, oltre a un sistema operativo più affine a quello di King Kong che ai pagliaccetti pelosi dei vecchi film con Johnny Weissmuller, capire i potenziali production values del nuovo Il pianeta delle scimmie - Apes Revolution di Matt Reeves viene piuttosto facile. E infatti, al di là di una trama tanto lineare e shakespeariana da sembrare profilata su tutti i box office del pianeta, Revolution funziona a livello di puro stomaco, di conflitto fra dionisiaco e apollineo, di opposti estremismi post-moderni, di scene di lotta di classe alla City Hall. È subito intrattenimento familiare old school, insomma: roba più sporca e viscerale dei vecchi film di Franklin J. Schaffner e dal brutto remake di Tim Burton e un bel po' più manichea del reboot di Rupert Wyatt. Un Balla coi lupi con le scimmie nude nel ruolo delle giacche blu e i primati nel ruolo dei pellirosse, dove l'effetto speciale distopico e straniante sta tutto in una condizione umana ormai irrimediabilmente minoritaria e loser.  Nel gran varietà cavernicolo e cavernoso della Frisco futuribile, tutto si tiene: la famigliola nucleare che sembra scappata dal set di Falling Skies, la suddivisione tranchant fra belli/buoni e brutti/cattivi, la comune tensione verso l'obiettivo borghese di una vita fatta di commodities - cibo, energia, armi, utensili, un tetto sulla testa, magari gli antibiotici…roba che in altri tempi avremmo considerato stucchevole, ma che in un mondo massacrato dal turbocapitalismo fa ancora la sua porca figura. E sì, al finale non troppo happy ci si consola pensando che da questa parte dello schermo le cose non vanno ancora così male. Poi apri i giornali, e la scimmia sale, sale, sale.

martedì 15 luglio 2014

Cane da caccia (leggi: "da cacciare")


Per chi coltiva il sogno di fare fumetti, o di leggerne di belli davvero, ci sono storie che non c'è verso di lasciarsi scappare. Opere paradigmatiche per l'inventiva o l'efficacia dei testi o dei disegni. Avventure che non invecchiano, perché nella narrativa come nella vita le macchine perfette non si scassano mai.
In questo senso, i primi 59 numeri del Ken Parker di Berardi e Milazzo sono un'autentica miniera d'oro. Qualità media alta, spesso sopra le media del periodo, almeno per una collana popolare. E una decina di numeri indimenticabili, da leggere e rileggere e ancora e ancora e ancora perché ogni volta è come la prima volta.
Così, questa settimana, vale la pena di correre in edicola a procurarsi il numero 13 della serie. Come tutte le storie migliori di Ken, Lily e il cacciatore è una storia che frulla insieme tanti generi, dal fantasy alla commedia al western revisionista, al romance. E riesce a farlo attraverso gli occhi di una cagnetta, che fin dalle prime vignette ruba la scena al protagonista (putativo) della serie. Citazioni da Battaglia, flashback "a matrioska" e un racconto in due atti che sarebbe piaciuto a Jack London o Fenimore Cooper e che riesce nel miracolo di far convivere respiro epico e intimismo, panza e cervello, coraggio e terrore: tutti gli estremi della condizione umana, scritti e disegnati benissimo. Godimento doppio per chi ha un quattrozampe in casa. Ma non è un requisito minimo di sistema, sempre che il cuore batta al ritmo giusto.

venerdì 11 luglio 2014

L'allenatore nel pallore

Farlo sbagliato

Al cuore narrativo di Dragon Trainer c'era l'ossessione del geniale Chris Sanders per le love story marginali. In Lilo & Stitch, quella fra la piccola protagonista e l'alieno a forma di Koala, e nel Bolt originale quella fra il titular character e un intero bestiario di animaletti schizzati e radioattivi (poi, va detto, debitamente sedati dalla Disney nella versione finale del film).
Ovviamente, sviscerato il tema della bromance fra il vichingo e il drago la Dreamworks avrebbe potuto e dovuto spostare la storia un po' più in là, magari tirando in ballo Cressida Cowell, autrice del romanzo How to Train Your Dragon che ha ispirato il film, o lo stesso Sanders. Invece, Sanders figura solo come produttore. E il Dragon Trainer 2 di Dean DeBlois consegna al pubblico uno spettacolone action tanto ricco di salse e spezie dal punto di vista visivo quanto precotto dal punto di vista dello storytelling. Con in più il problema di un rating che obbliga a continue dissonanze fra le aspirazioni "adulte" della trama e il look and feel caricaturale dei personaggi e delle soluzioni narrative.
Intendiamoci, anche così siamo sopra la media di tante recenti pellicole animate, da Frozen a Planes a Kung Fu Panda 2, non fosse altro per il character design, la spettacolarità (fotografia di Roger Deakins, mica cotiche) e una manciata di virtuosismi di regia che denotano grande mestiere e capacità di tocco. Ma la magia del primo episodio, be', quella resta irripetibile.

sabato 5 luglio 2014

Drive Out

Porco il mondo che ci ha sotto i piedi


Peter Gabriel ha perso un sosia, noi un tipo strano ma simpatico. Tristezza.

mercoledì 2 luglio 2014

Videoburrito povero ma onesto





Altro che Renzo e Lucia: con Y te quede claro La Arrolladora Banda El Limon prova senza ombra di dubbio che dove lo Stato sociale latita, la solidarietà compie milagros.

Però il dutùr quei soldi lì non li doveva aceptàr: Brega Massone docet.

venerdì 27 giugno 2014

Aprire le orecchie

AAAHHH, la nostalgia
Io, a pensarci, vado subito in confusione: difficile scegliere fra Selling England e The Lamb dei Genesis, In the Court e Red dei Crimson o, per dire Acquiring the Taste dei Gentle Giant. E le chicche Anni '80 fra Marillion IQ e Twelfth Night, le vogliamo buttare? E dischi della madonna come Kid A dei Radiohead o Deadwing dei Porcupine Tree non contano?
Com'è, come non è, qui è possibile votare i 100 dischi progressivi più importanti di sempre. La musica, intendo, perché per la cover più bella non ci sono cazzi: è questa qua sopra. E se ci riuscite, dimostratemi che sbaglio.

giovedì 26 giugno 2014

Quando si spira, si spira. Non si parla





Una delle migliori battute del miglior cinema di sempre varrà pure uno strapuntino nel fantastico regno dove ci si lava nella tinozza, pardon ci si lavazza? Noi, lapalissiani, si pensa che sì. Grazie di cuore, Eli Wallach, e che la tostatura ti sia lieve.

martedì 24 giugno 2014

Videoburrito black & white





La poderosa Banda San Juan dimostra come restare color Tony Manero anche in un deposito di gomme usate: el antes y el despues.

giovedì 19 giugno 2014

Videoburrito non bello, ma piacente





Ma cosa ci combina quel pacioso uèstern di Julion Alvarez al gentil sesso? Saperlo. Però la fisarmonica norteña di questa Terrenal acchiappa eccome.

venerdì 13 giugno 2014

C'era una volta in America La vita è bella





Kitschissimo, disuguale, sgangherato, ma anche scorrevole e accattivante. Instructions Not Included è il maggior incasso messicano dai tempi de Il labirinto del fauno. E come il film di Del Toro, è una pellicola che gioca tutto sul campo (sassoso) dell'infanzia violata. Nello specifico, quello di una bimba di sette anni che si ritrova contesa fra una madre assente e un padre per caso puttaniere e infantile. La star della Tv messicana Eugenio Derbez si rifà alla lezione clownesca del nostro Benigni alternando disinvoltamente risate e lacrime, humour fracassone alla Blake Edwards e derive da telenovela, spunti social e animazione stop motion. Ne esce un curioso oggetto cinematografico che nonostante i limiti lascia addosso il retrogusto contrastante ma gradevole dei migliori piatti etnici. Certo, Jodorowsky e Inarritu sono un'altra roba: Ma dopotutto, ogni buon mariachi deve saper variare un po' il repertorio, no?

giovedì 29 maggio 2014

Fresh Gordon

Sul pianeta Mongo! Mica cotiche!

Quaranta euro, per una roba che neanche mio nonno: questo il severo commento dell'uomo della strada di fronte al libro strenna della Editoriale Cosmo con tutte le tavole domenicali di Flash Gordon dal 1934 al 1937.
Però, però. Se 'sto Alex Raymond ha inventato pure Jim Della Giungla, Agente Segreto X-9 e Rip Kirby, hai visto mai che qualcosa capiva, di fumetti. Se il sopraddetto Flash piaceva a George Lucas, Magnus e Freddy Mercury - Freddy Mercury, Oh! - proprio male male non doveva essere. E poi, a pensarci bene, l'uomo della strada non ha mai capito un cazzo di niente, altrimenti l'Itaglia non sarebbe messa come è messa. Quindi, cacciar fuori 'sti quaranta euro per le domenicali di Flash-Oh-Oh-Seiverovdeiunivers è senz'altro più divertente e formativo che sputtanarseli in qualunque altro modo.
Adesso, magari, può sembrare roba che neanche mio nonno: ma con gli anni, la dimensione siderale delle vecchie strip di Moore e Raymond dissolve ogni resistenza con la potenza di un raggio fottonico elettrogalvanizzantevole: e allora capisci.
E stai contento veramente, zio.

giovedì 15 maggio 2014

Per me è sì

Look at me, i'm awesome

Dopo il mezzo passo falso di X-Men 3-Conflitto finale e il canonico, necessario reboot di Matthew Vaughn, la Fox ha restituito gli Uomini X al loro padre cinematografico, un Bryan Singer con il box-office un po' acciaccato dai relativi fiaschi di Superman Returns e ll cacciatore di giganti.
Apparentemente, una mossa arrischiata, anche considerando che il materiale di partenza era una delle saghe più complesse e acclamate della gestione Claremont/Byrne.
Ma l'affetto e la passione di Singer nei confronti dei "suoi" eroi hanno fatto la differenza. Giorni di un futuro passato si colloca fra gli episodi migliori di un franchise che dimostra di avere in corpo ancora parecchia benzina, confermando gli elementi migliori degli X-Men di vecchia e nuova generazione, e innestando su un meccanismo narrativo già rodato e convincente qualche piacevole sorpresa - il Bolivar Trask di Peter Dinklage, o il Quicksilver giovane e cool di Evan Peters, in realtà più simile ai baby-velocisti della Distinta Concorrenza che non all'originale, ma comunque protagonista di una sequenza che da sola vale il prezzo del biglietto.
In un mercato che ormai somiglia molto (troppo?) a quello delle edicole, con una offerta di comic-book movie che ormai toglie respiro e appetito, ritrovarsi appagati all'uscita dalla sala comincia a diventare una gradevole eccezione. Ma l'X-Factor, quando c'è, non tradisce mai. Consigliatissimo.

martedì 13 maggio 2014

All'inferno è ritorno



H. R. Giger torna a casetta sua. Siamo contenti, anche se un po' tristi.

Godzilla: la recensiooone

Un brutto caso di alitosi

Non si pretende realismo da un film che narra di gigantosauri alti 100 metri che si menano nella giungla urbana.
Realismo, no. Ma tensione drammatica, sì.
Ed è per questo che il Godzilla di Gareth Edwards mi ha convinto infinitamente meno di Pacific Rim, molto meno del King Kong di Peter Jackson, qualcosa meno del Transformers qualunque. Qui, siamo dalle parti del nuovo Superman di Snyder: un comparto visivo a misura di schermo Imax, danni alla proprietà privata come se non ci fosse un domani e la canonica sceneggiatura post-pop e post-it buona per tutte le latitudini, con la famigliola divisa dagli eventi a inseguirsi fra i botti sperando di dare un minimo di urgenza a un plot che altrimenti, boh.
Ci sono anche gli omaggi obbligati e debitamente contrattualizzati all'originale di Ishiro Honda e un po' pure al brutto Godzilla di  Emmerich (1998): le bombe atomiche, gli scienziati che hanno capito tutto dal minuto zero però non li caga nessuno, le cavallette giganti che vengono a fare le uova in città, i militari babbi che o restano lì come babbi facendo le facce da babbi o fanno cose da babbi tipo sparare col fuciletto contro i godzilli. Fra le macerie, neanche un'ombra di humour, perché questo è il serissimo reboot della serissima saga iniziata nel 1954 da Ishiro Honda, e con i miti non si scherza.
E hai voglia ad aspettare gli Jaeger: questo è il prequel.
Consigliato solo agli amanti del personaggio. Quelli del genere, che attendano tempi migliori: per fortuna, a Hollywood le idee riciclate non mancano. 

giovedì 8 maggio 2014

Vedi Napoli e poi muori

Genny 'O Sfaccimm'
Gomorra - La serie. Sparapanzarsi sul legittimo sospetto di un sequel apocrifo a Romanzo Criminale, e chiudere la serata con la consapevolezza che Sky è diventata una signora casa di produzione e Stefano Sollima un signor regista di genere (in attesa delle puntate firmate da Cristina Comencini e dall'emergente Claudio Cupellini). Mood da poliziottesco Anni 70 asciugato al sole della Terronia, pochi addentellati di metodo e di merito con il libro francamente brutto ma necessario di Saviano e il film necessariamente schematico di Garrone. Ma quello che va perso in termini di puro dato di cronaca sublima in un racconto impressionante per potenza visiva, lucidità, efficacia. Un bel passo avanti rispetto all'approccio consapevolmente piacione di cui alla Bbanda Nostra, e uno spaccato di estetica camorrista che esalta ogni dettaglio - dal décor kitsch delle location e delle props, alla ferocia nonchalant delle scene di guapparia, alla scelta programmatica di confinare "'e guardie" ai margini del racconto, al napulitàno spinto. Un serial che fa un mazzo tanto alle fonti d'ispirazione, alza l'asticella di quello che si può fare in Tv quando hai buoni mezzi e idee chiare e ci mette a pari di tutte le migliori americanate di Sky Atlantic. L'Italia peggiore, nella sua forma migliore: chapeau.

domenica 4 maggio 2014

Videoburrito magutto





La classe operaia va in paradiso con La Original Banda el Limòn. Tie'.

giovedì 1 maggio 2014

Il giudice e il suo Bob

Ha visto la luce

Una bella faccia da Cerbero che se ne va all'inferno. Per la compagnia, s'intende.

lunedì 28 aprile 2014

San Pdoria


Rigore mortis è quando grande arbitro celestiale fischia: Vujadin forever.

giovedì 24 aprile 2014

Leonardo di carpio

Noi siamo figli delle stelle

Da Vinci's Demens, seconda stagione.
Stesse cazzatone della prima, della quale non si poteva non dire tutto il male possibile, e infatti modestamente lo dissimo. Ma a questo giro, meno, ehm, aderenza storica e più cazzeggio: invece di una versione più camp de I Borgia - ma si può essere più camp de I Borgia? - ne esce un feuilleton cappa e spada assolutamente maccosa ma di discreta sapidità, con sentori di Zagor, Cimino/Scarpa e Matteo Renzi. Finalmente affrancato dal confronto con il Mito, Tom Riley/Leonardo accumula mossette e travestimenti à la Johnny Depp, surfandosi in souplesse gli why e i because di una trama che frulla un 10% di fatti storici, un 10% di cospirazionismo esoterico e un 80% di stilemi fifties, coi rinascimentesi che inciuciano con i Conti di Monteminchia, le spade bilama i sommergibili a pedali gli aztechi e tutto il cocuzzaro. Ascolti in calo, almeno negli Usa, almeno per ora. Volendo, si potrebbe rimediare con una theme song postuma di Ivan Graziani: Nel Dementoverso, egli è vivo e lotta insieme a noi. Sapevatelo.

mercoledì 23 aprile 2014

Fava


Cinebrivido

Fava, ma ora non fa più. Grazie di tutti i bei films.

venerdì 18 aprile 2014

Aereosòla

Aggiungi didascalia

È soprannominato "Lightning", "Fulmine", e infatti è vulnerabile ai fulmini. Ha un HUD che va in tilt come i vecchi coin-op a 8 bit. È più lento dei caccia russi e cinesi, ma anche di quegli scassoni di Eurofighter. Viene assemblato negli States, ma costruito un po' qua un po' là su ben 8 linee di montaggio sparse in tutto il mondo. Last but not least, viene 155 milioni al pezzo, più o meno come tre spending review. E indovina un po': il ministero dell'artiglieria del Paese che tutti noi amiamo ne aveva ordinati 125, ora scesi a 90, per una spesa totale di 13.950.000.000 euro (esclusa manutenzione, sui 10 miliardi di euro l'anno). Un grande affare, ma solo per la Lockheed-Martin, che questo bidone volante è riuscita a piazzarlo in tutto il mondo, e giustamente al business ci tiene. "F35 - L'aereo più pazzo del mondo", il libro scritto da Francesco Vignarca per Round Robin, racconta una storia sordida nel metodo (la truffa) e nel merito (l'irresistibile bisnìss degli armamenti). Da leggere e far leggere il più possibile, si sa mai che a giochi quasi fatti un po' di sana indignazione popolare instilli in chi di dovere un minimo di senso della vergogna.

martedì 15 aprile 2014

The Doctor Is In



Dunque: i cattivi sono una mandria di furbantoni che se ne vanno in giro con le loro motorhomes sulle highways degli Stati Uniti. Ogni tanto trovano uno con la luccicanza, e se lo ciucciano come una lattina di Bud Light, ma solo dopo averlo torturato a dovere, perché è più buono.
Tu leggi leggi e proprio non ce la fai a non pensare a Nicholson che se ne va in giro in camper in A proposito di Schmidt. Il che fa strano, visto che il libro è il sequel di Shining, dove Nicholson faceva quello che faceva e insomma, ci siamo capiti. L'avrà fatto apposta, King? Io dico di sì.
Chi dice che il Dottor Sonno fa paurissima, boh. Cioè: se ti fa paura, tipo, Twilight, allora il Dottor Sonno fa cacare sotto. Al contrario di Twilight, però, Doctor Sleep è scritto con i controcazzi, ci ha dentro tutte le minchiatine alla Stephen King tipo i soprannomi buffi, le cose normalissime che viste sotto un'altra luce sembrano di gran lunga più pese e un po' di ragazzini/e a rischio finaccia. Un difetto strutturale grosso c'è, perché buoni > cattivi fin da pag. 168, quando King comincia a scaldarsi, quindi il divertimento non sta tanto nel cosa, ma nel come.
Però, se qualcuno trova un altro libro spesso quanto le pagine gialle da farsi fuori in tre/quattro giorni sfruttando ogni momento utile per leggere, me lo faccia sapere che corro a comprarlo.
Dovessero farci un film, spero in Christopher Nolan: dopo Inception, i sogni son desideri.

TAS, il nemico ti ascolta

A me mi ha fottuto "Chronicle"


Una spolveratina di polvere magica Marc Webb la concede sul finale, in una scena vagamente Richard Donner che evoca in un'unica soluzione il potenziale iconico di Spider-Man e il suo valore in termini di commodity. Una lacrimuccia, isolata. Per il resto, il secondo ragno-film di Marc Webb ha i pregi e i difetti di tanti cinefumetti recenti: un plot telefonato con giorni di anticipo, un diluvio di effetti digitali 3D efficaci ma discontinui, un par di sequenze d'azione ben congegnate e un comparto narrativo a misura di tredicenne non troppo esigente. Aurea mediocritas, insomma, del genere che una mezzoretta di girato in meno e un minimo di limature alla sceneggiatura in più avrebbero sicuramente giovato. E invece: trovatine interessanti à la Wikileaks accennate e poi mollate lì. Pagine epocali della ragno-story accumulate e sciorinate sullo schermo con indubbia grandeur visiva ma senza alcuna gravitas, un po' come come nel Man of Steel di Zack Snyder. Personaggi pronti a passare al lato oscuro just like that. Troppi, troppissimi registri narrativi tutti insieme. E la netta sensazione che la distanza della Sony dalla continuity cinematografica stabilita dai Marvel Studios, più che una fonte di libertà creativa, stia cominciando a diventare un limite. Per qualche spunto più intrigante e perturbante, arrivederci al futuro passato di Bryian Singer. Nel frattempo, linea a regazzini-ini-ini e hardcore fan del personaggio: il film è dedicato a loro, non a noi. Menzione speciale per Hans Zimmer, Johnny Marr e Pharrell Williams: musiche tremende, da Paraolimpiadi anni 80.

giovedì 10 aprile 2014

Noah: la recensione

Profondità


Aderenza


Ecumenismo


Dramma


Azione


Conclusione


DISCLAIMER per quelli che Ma in fondo, The Wrestler era una figata e pure Il Cigno nero aveva i suoi momenti: questo post è da considerarsi alla stregua del segnale captato dal computer della "Nostromo" all'inizio del primo Alien. You've been warned.

mercoledì 9 aprile 2014

Pesce lesso

Non comprate questo fumetto

Mi frizzo e Mi lazzo

Comprare questo fumetto significa condannarsi a ridimensionare un buon 50% dei fumetti italiani, americani, francesi o giapponesi mai usciti in edicola a quello che sono realmente: roba che si dimentica in fretta. Autolesionismo allo stato puro.
Comprare questo fumetto implica la conversione al western. E ad altri generi poco up-to-date - dalla commedia, al political drama, al romanzo rosa. Che qui di horror o di splatter ghe n'è minga.
Comprare questo fumetto comporta il serio rischio di buttarsi a sinistra. Tendenza Berlinguer.
Comprare questo fumetto obbliga a ripensare l'arredamento di casa. E a recuperare almeno almeno un metro di solidi scaffali. Roba in grado di regger il dolce peso delle cose che restano.
Comprare questo fumetto vuol dire riscoprire il piacere del riso. Della commozione. Dell'amore platonico. Cose molto private, che portano fatalmente a prendersi del tempo per sé, togliendolo a tutto il resto.
Comprare questo fumetto fa venir voglia di fare i fumettisti. Oggi come oggi, è più rischioso che fare i cowboy.
Comprare questo fumetto ricorda a ogni pagina quant'era grande Sergio Bonelli, spacciatore di giornaletti che a metà anni settanta portava in edicola roba come questo fumetto, appunto, e Mister No.
Comprare questo fumetto è un investimento rischioso: son trant'anni che noi bischeri si aspetta il finale della storia, e a questo giro speriamo che ci si arrivi.

giovedì 3 aprile 2014

Mi ricordo i Thompson Twins





Gente che negli anni 80 stava ai piani bassi della catena alimentare insieme con commessi dei negozi di animali da compagnia, leghe umane, paradisiaci diciassette e compagnia cantante. A risentirli, neanche malissimo, tenuti in piedi dal mix trucco/parrucco/riff assassini di Nile Rodgers. Finale tristissimo, con divorzio artistico e sentimentale a concluder il gemellaggio. Sigh.

martedì 1 aprile 2014

Videoburrito fuori porta





I vantaggi delle gite fuori porta secondo Sergio Lizarraga e la sua Banda MS.

Orrore humanum est

Mettiamoci una pietra tombale sopra
Dice che i giornalisti di fumetti non è gente. Che il girone della critica è in mano a troll, stronzacchioni assortiti e franchi tiratori sempre pronti a spalar merda a gratis contro tizio o caio per il puro gusto di farlo. Vero o falso? Ah, saperlo. Nel dubbio, meglio sempre girare con la manopola dell'onestà professionale sul massimo, che tanto prima o poi errori e omissioni vengono a galla.
Per esempio, sul paperback numero diciassette di The Walking Dead, Michele Foschini scriveva di aver malauguratamente rimbalzato la pubblicazione dell'opera di Kirkman & Co. Io annoto, e sull'annuario del fumetto FdC appena uscito nelle edicole accenno a un "no di Bao Publishing" alla pubblicazione della saga. Giusto? Sì, anzi, no. A ben guardare, il gap fra il debutto italiano della saga zombie e l'outing di Michele Foschini fa tanta differenza: all'epoca del fattaccio, Bao era ancora di là da venire, e il gran rifiuto batte le bandiere più lontane e stinte della Indy Press. Obiezione accolta, annali del fumetto raddrizzati e titoli di coda. Però la quarta serie del serial Tv resta sempre una merdaccia, e su questo non si accettano precisazioni, sia ben chiaro.

giovedì 27 marzo 2014

Maledetti, vi amerò


Primavera progressiva. All'orizzonte si intravedono gli IQ di Peter Nicholls, con l'imminente The Road of Bones. Nel frattempo, out of the blue, ecco Demon dei norvegesi Gazpacho. Chi pensava che Jan Henrik Ohme e i suoi biondi vichinghi avessero in tasca l'ennesima manciata di caramelle sonore alle erbe dal gusto fruttato e dalla consistenza gommosa può mettersi il cuore in pace: tolto il singolo The Wizard of Altai Mountains - che però compensa la saccarina con un video found footage dalle insospettabili venature strizzaculo - Demon è un disco piuttosto dark. Riff piacioni pochi, e assai diluiti. Voci e chitarre distorte. Suoni scarni, essenziali, dissonanti, con sentori di gospel e musica Yiddish. E per chiudere in bellezza, una bella spalmata di mellotron, che quando ci vuole ci vuole. Il tutto, per ripercorrere in quattro movimenti il diario dell'inquilino di un appartamento di Praga infestato da - be', da qualcosa di brutto. Da un soggetto del genere, una band di metallari ci avrebbe tirato fuori uno di quei dischi che ti prendono a pizze in faccia. Chi conosce i Gazpacho, sa che con loro non si corre questo rischio. Il problema è quella sensazione che ti prende ascoltando e riascoltando il disco in solitudine: la sensazione di avere fra le scapole gli occhi di - be', di qualcosa di brutto. Ma son brividi d'amorrr, come cantava quel tale. Su iTunes e in Cd Kscope.