giovedì 14 dicembre 2017

Star Wars: il risveglio dello sforzo

L'uscita è di là
Per quanto sembri incredibile, la storia gloriosa di Star Wars è costellata di clamorosi strafalcioni. A commetterli, un'autentica Hall of Fame del cinema mondiale: da Francis Ford Coppola, che sconsigliò vivamente a George Lucas di investire in quella che considerava un'autentica follia; al leggendario Al Pacino, che rifiutò sdegnosamente il ruolo di Han Solo; fino ai tecnici della nascente ILM, incapaci di dare una forma minimamente accettabile alle visioni spericolate del regista di Modesto, California. Altre cappelle in ordine sparso, tutte clamorose: quella della 20th Century Fox, che accettò di cedere al demiurgo della saga i diritti sul merchandising temendo - quasi sperando - in un flop; quella della MEGO corp,, che rifiutò di inserire Luke & C. fra le fila della sua linea di Action Figures, passando il testimone alla Kenner, che di lì a poco l'avrebbe seppellita;  e forse, anche quella più recente di Lucas, arrivato a un passo dal fallimento per consegnare ai posteri Jar-Jar Binks e i Midichlorian.
Quattro miliardi di dollari dopo, il testimone delle cazzate è passato alla Casa del Topo, che dopo essersi svenata per portarsi a casa tutto il malloppo - diritti intellettuali, licenze, dirigenza e infrastrutture - giustamente pensa bene di spremere i fan della saga fino all'osso. Lucas consigliava di lasciar perdere i vecchi e affidare la lotta fra bene e male alle nuove leve. La Disney, invece, ha avuto fretta di capitalizzare. E quindi: un (orribile) remake sotto mentite spoglie del film del 1977, completo di cast originale, tanto per mettere d'accordo tre generazioni di spettatori; più un sacco di "invenzioni" a zero potenza d'impatto, ma perfette per tirarci fuori modellini e pupazzetti. Un'altra cazzatona, insomma. Però figlia del più puro cinismo.
È a partire da questa premessa che bisogna guardare al film firmato da Rian Johnson. Perché strillare alla lesa maestà va bene solo a prescindere da questo excursus. E chi rimpiange i bei vecchi tempi che forse non sono mai esistiti non ricorda o finge di non ricordare che il mitico Main Theme di John Williams altro non è che un plagio bello e buono dello score di Erich Korngold per King's Row (1942), il design di Ralph McQuarrie pescava a piene mani dal Druillet di Lone Sloane, e il primo commento di Harrison Ford al copione fu qualcosa del tipo "Tu avrai pure scritto tutta 'sta bullshit, George, ma non credere che io sia in grado di recitarla".
Chi è senza peccato etc. etc.
È totalmente inedito, Star Wars episodio VIII - Gli ultimi Jedi? No. È una specie di remake più articolato, quasi barocco, di L'Impero colpisce ancora, con in più una regia piatta - oggi diremmo serviceable - quasi quanto quella di Irving Kershner. Che però aveva alle spalle tanto cinema drammatico e sentimentale, quindi un occhio ideale per il suo Star Wars. È inattaccabile? Ma neanche per sogno: cast assemblato secondo Cencelli della multietnicità, a includere sinoamericani e latinos, e tanti pupazzetti; gag non sempre a modino; Un atto centrale davvero lungo e stiracchiato; e un cadavere eccellente davvero sprecato (no, non quello lì, siamo dalle parti di metà film). Ma a ben guardare, questi sono difetti tipici di tanto cinema recente, e anche di quella galassia lontana lontana. La buona notizia è che stavolta il catalogo delle agnizioni, dei cambi di casacca e dei disvelamenti recupera la gravitas da feuilleton post-pop dei momenti più coinvolgenti della serie, compiendo il miracolo di un paio di sequenze di guerra stellare discutibili sotto il punto di vista strategico ma godibilissime, di un finale tutto in crescendo e di una riscrittura molto junghiana del vero punto cardinale della nuova trilogia, il ti-vedo-non-ti-vedo fra l'aspirante Jedi Rey e il cosplayer di Darth Vader Kylo Ren. L'amorale della fava è che per costruire un mondo nuovo bisogna prima lasciarsi alle spalle quello vecchio, anche se si tratta di una mission lacrime e sangue per tutti, spettatori compresi. Metacinema puro, visto il pieno rispetto del "modello Marvel" in tema di budget e controllo produttivo. Ma al di là di quanto scritto qui sopra, si esce dal cinema con un senso di sazietà e aspettativa che al pur meglio diretto Il risveglio della Forza mancava totalmente. Bene così.
  

giovedì 12 ottobre 2017

Il richiamo della fogna



Un difetto c'è, nel nuovo IT di Andy Muschietti: troppo, davvero troppo Pennywise per un film di due ore e 10. Tutto il cinema Anni '80 che il film omaggia più o meno consapevolmente girava intorno a una struttura a salire, con il mostro in scena in dosi sempre più massicce fino allo showdown finale. Qui, il rispetto del romanzo originale mette il diabolico pagliaccio danzerino sempre al centro del palco, con l'effetto collaterale di un incedere un po' anticlimatico.
Ma, ehi! È il problema di far stare cinquecento pagine dentro due ore di pellicola.
La buona notizia è che l'assenza di una vera e propria escalation non azzoppa uno spettacolone riuscitissimo che con un po' di gore e allusioni in meno avrebbe trascinato al cinema legioni di ragazzini e che dopo frotte di aspiranti Freddie Kruger senza carattere, senza storia e senza palle restituisce il centro della scena a un signor Babau.
Bill Skarsgaard è il miglior erede in cui Tim Curry potesse sperare, con una performance altrettanto fisica e inquietante, tutta squittii, tic nervosi e facce di gomma. I "nuovi mostri" cuciti dal regista sulla ambientazione Eighties del film funzionano alla grande (e ce n'è uno talmente presente, caratterizzato e inquietante da rubare quasi la scena al pagliaccetto. Quasi). La messa in scena è talmente accurata che qua e là sembra quasi di sentire il tanfo delle fogne di Derry.
Ma la parte migliore è il cast tutto ragazzino: un'orchestra affiatata, che sfugge con destrezza alla trappola del birignao incarnando alla perfezione l'essenza del Club dei perdenti.
Il cuore del film è tutto lì, ed è quello che gli dà gusto. La morale è che in fondo in fondo siamo tutti un po' Pennywise, anche noi spettatori che stiamo lì a tifare per i Losers godendoci però il loro terrore. Una bella lezione di metacinema, in attesa di un secondo capitolo che visto da qui sembra lontanissimo.

mercoledì 5 luglio 2017

Niente rogne, siamo ragni


Non è assolutamente vero che un over 18 non possa divertirsi guardando Spider-Man Homecoming. Puoi giocare a Dov'è Waldo andando a caccia di caratteristi già visti fra cinema e Tv, ex killer e truffatori qui in veste di professori di liceo o supercriminali 6.0. Puoi metterti a contare le rughe sulla faccia di Michael Keaton, un Adrian Toomis divertito e in parte. Puoi soppesare le differenze fra questo reboot e il precedente  (o il precedente e la trilogia di Sam Raimi, ancora la meglio al netto dell'ignobile terzo episodio). Puoi ripensare con nostalgia a quando i film adolescenziali ti divertivano, perché ti identificavi nei protagonisti aspettando che la corteccia prefrontale trovasse una forma compiuta, che l'obiettivo irraggiungibile dei tuoi diciott’anni finalmente arrivasse a portata, che un pezzetto del futuro che sognavi diventasse tuo
Ed è precisamente questo l'atteggiamento giusto per andare a vedere il nuovo Uomo Ragno dei Marvel Studios: perché se non ci vai accompagnando il tuo fanciullino interiore, non puoi stare al gioco. E se non stai al gioco, be', sono meglio tornare a rileggerti i tuoi polverosi albi anni Marvel/Corno. 
Curioso ibrido fra The Avengers, un episodio a caso di Kim Possible con tanto di smanettone sovrappeso e Coming of Age à la John Hughes, però più superficiale di Breakfast Club o Bella in rosaHomecoming è la perfetta incarnazione dello Spider-Man più cazzaro e ridanciano, quello pronto a lanciare con la stessa velocità fulminea ragnatele e battutacce. Niente errori nella scrittura, nel casting del protagonista o nella regia di puro servizio, niente ombre in questo Peter Parker quindicenne con zia milf ed entourage multirazziale, se non quelle rappresentate dalla nemesi, un Avvoltoio che si ciba dei rifiuti del capitale (bella!) e ha il terrore di perdere le sicurezze che invece il nostro eroe cerca con testardaggine. Fin dalle prime sequenze, il film di Watts azzera ogni tentazione umbratile per schiacciare a tavoletta sul pedale dell'azione e del divertimento più innocuo e sfrenato, con il risultato di un film Sony che è il più Disney di tutti i film Marvel visti fin qui. Un High School Superhero Comedy che trova il suo maggior pregio nel disimpegno e il suo peggior difetto in un doppiaggio irritante appesantito da un'overdose di fico ficata da paura zio eccetera. Nessun problema, qui non si cerca il classico intramontabile: Il seguito, alla prossima, annunciatissima puntata.

venerdì 9 giugno 2017

La Boutella mezza piena



Nonostante le canoniche vessazioni fisiche, la cosa più imbalsamata de La Mummia è il povero Tom Cruise, sempre perfettamente a proprio agio negli stunt, sempre tragicamente a disagio con i copioni fantasy fin dai tempi di Legend. Per il resto, un po' spiace che questo nuovo rifacimento riveduto e corretto del classico del 1932 con Boris Karloff sembri destinato a schiantarsi contro il botteghino. Se non altro, per il carisma del titular character, una Sofia Boutella che ruba la scena a tutti sia nei panni del mostro che in quelli in stile fumetto nero Anni '70 della diabolica principessa Ahmanet. A scanso di equivoci, il film di Alex Kurtzman sfrutta le stesse leve citazioniste del precedente remake datato 1999 di Stephen Sommers. Ma se in quel caso il modello (irraggiungibile) era l'Indiana Jones di Lucas e Spielberg, in questo caso il regista e i suoi sodali hanno attinto a tutto il cinema horror degli Eighties. Quindi, ecco la spalla comica post mortem da Un lupo mannaro americano a Londra, gli zombie subacquei dello Zombi 2 di Fulci, e poi gli scheletri guerrieri de L'armata delle tenebre, i french kiss con risucchio di Space Vampires e così via... Più che una mummia, insomma, un Frankenstein. In cui però la creatura procede piuttosto spedita sulle ali dell'azione e di una confezione da 126 milioni di dollari. Meno riuscito, semmai, il tentativo di innesto con altre mitologie gotiche di Casa, in vista di quel Dark Universe con cui la major dei mostri classici vorrebbe dare l'assalto a un cielo affollato di super-eroi: in quella terra incognita, la sospensione dell'incredulità già messa a dura prova dal giocattolone evapora totalmente, e fra suggestioni steampunk e guest star fuori contesto si sfiora il cretinismo di Van Helsing e La leggenda degli uomini straordinari. Per il resto, molto action, poco horror, e un détournement in cui tutto si tiene: in fatto di popcorn movie si è visto di meglio, ma anche molto di peggio, dai.

mercoledì 31 maggio 2017

Ebbene sì, maledetta Carter



Seriamente: è un film che parla di una semidea nata sull’isola che non c'è, allevata da una schiatta di amazzoni e in grado di sollevare un tank come fosse un giocattolo. Il punto non sta nell’aderenza al mito o alla Storia, peraltro già piuttosto laschi di loro, data la necessità di condensare settantacinque anni di fumetti non sempre eccezionali in due ore di film. Semmai, ha a che fare con l'equilbrio fra i due estremi noia/divertimento, vista la dieta forzuta e forzata di pellicole super-eroistiche cui le major ci stanno abituando ultimamente. E a scanso di equivoci, Wonder Woman la sua parte pallosetta ce l'ha: il finalone fine di mondo a base di sganassoni con un cattivo che il casting avrebbe voluto sorprendente e invece suona sorprendentemente fuori contesto e carismatico quanto un boss di God of War. Ma questo è un destino comune al 90% dei cinefumetti, non un'esclusiva del nuovo film Warner. 

Per il resto, aurea mediocritas, con una pellicola che sembra un curioso mashup fra Capitan America – Il primo vendicatore, Animali Fantastici e un classico feuilleton amore e guerra tipo Vite sospese. Gal Gadot è davvero uno spettacolo e regala al personaggio bellezza, carisma e simpatia: non era scontato. Ma al lasso dorato e ad altre bubbole terribilmente agre disseminate lungo le due ore e venti del film paiono crederci poco sia la protagonista, sia il cast di contorno, sia la regista Patty Jenkins, che infatti qua e là offre al pubblico un certo non so che di “buona la prima”. Sprazzi di divertimento puro nel cast multietnico, nelle schermaglie con il bellimbusto Chris Pine, nei bassifondi di Londra. E qua e là, qualche stecca che le pennellate da commedia sentimentale sintoniche al personaggio e al film non bastano a nascondere.

Fosse capitato in mano a un regista di forte personalità, Wonder Woman sarebbe potuto diventare una chicca. Così com’è, resta un compitino beneducato, superficiale e non sempre perfettamente a fuoco. Che però ha il merito principale di aver dato un senso nuovo a un personaggio decrepito e fiaccato da decenni di brutta televisione. Di buono, portiamo a casa le premesse per una cosiddetta brand extension che con un po’ di coraggio e visionarietà in più potrebbe fruttare sviluppi narrativi interessanti, sempre che il pubblico segua. Chi si straccia le vesti potrebbe guardare a questo, piuttosto che ai difetti del film: rispetto ai telefilm con Lynda Carter o all’orribile Catwoman di Pitof, il bicchiere è mezzo pieno. Un brindisi ci sta.

mercoledì 24 maggio 2017

Arremba, che sorpresa


Difficile, sempre più difficile azzardare un’opinione sul medio blockbuster in uscita. E forse, in ultima analisi, inutile. A differenza che nel fumetto o nelle serie Tv, in cui scrittori, artisti e sceneggiatori tentano di infondere ai propri progetti un’impronta unica e distintiva, per larga parte delle produzioni hollywoodiane più recenti l’imperativo sembra l’omologazione. Perfettamente logico, nell’ottica di un sistema produttivo che tenta di offrire uno standard di prodotto godibile e fruibile a ogni latitudine. Tremendo, per chi deve scriverne: perché scrivere di questo cinema è un po’ come mettersi a disquisire sulla qualità degli hamburger delle grandi catene. È più un discorso alla dentro o fuori: stare al gioco oppure no.

Discorso valido anche per questo quinto Pirati dei Caraibi. Un film rimasto in development hell dal 2011, costato un badalucco di quattrini e ovviamente costruito per infondere nuova linfa a un serial che dopo l’abbandono del visionario Gore Verbinski sembrava pronto per la rottamazione, in parte anche per le alterne fortune di Johnny Depp, un mcguffin umano bello e dannato però apparentemente ormai pronto allo status di bello d’annata. Duecentotrenta milioni di dollari dopo, eccoci qui di nuovo. C’è un nuovo cattivo soprannaturale che ha qualche conto in sospeso con lo stralunato Jack Sparrow. C’ê la damsel per niente in distress che tenta di trovare un senso alla propria vita. C’ê il giovane belloccio in odore di bildungsroman. C”è il cast di contorno all’altezza. Ci sono due-tre saggi di funambolismo visivo più che discreti. Ci sono i mostri, i mostrilli e i mostriciattoli. C’è la pestifera scimmia cappuccino dei film precedenti. Ci sono i cetriolini, la maionese, le patatine e tutto il resto.

L’idea, insomma, non è quella di sorprendere lo spettatore, semmai quella di rassicurarlo con un nuovo soft reboot in stile Episodio VII, un film che è una sorta di best of dei primi tre che punta a convertire alla pirateria quei ragazzini che all’epoca dell’ultimo On Stranger Tides erano ancora nei sogni di Dio o chi per lui. Non un piano disprezzabile, né sgradevole per carità, perché questa Vendetta di Salazar galleggia sulla solida professionalità dello sceneggiatore Jeff Nathanson, sulla piacevole gigioneria dei cattivi Javier Bardèm e Geoffrey Rush, su un impianto produttivo da vero blockbuster e non da Tv Movie sotto steroidi tipico di troppe produzioni. Ma al prossimo giro, se capita, un po’ di sorprendenza in più non ci starebbe male: a conti fatti, è del pirata il fin la meraviglia.

domenica 7 maggio 2017

Prometheus mantenuta



Dopo sette film non tutti eccezionali e con il principale cervello della saga alla soglia degli ottant’anni, è perfettamente normale farsi qualche domanda sul senso di un’operazione come Alien – Covenant. Troppo cocente la delusione di Prometheus, troppo intenso il brivido connaturato al rischio di sorbirsi il nuovo, inutile capitolo di una serie che ormai il meglio di sé lo offre sulle console di gioco o fra le pagine dei comics. 
D’altro canto, non puoi fare una frittata senza rompere le uova. E nel caso delle uova per eccellenza, la sfida era duplice: dare un senso compiuto alla sublime idiozia del prequel e creare le premesse per una prosecuzione del discorso.

Missione compiuta? Ma sì, dai. Certo, la Weyland-Yutani non perde il vizio di fare recruiting nelle barzellette dei Carabinieri. Un principio di realtà, questo, che vanifica l'efficacia di tanti, troppi snodi narrativi. Covenant, però, trova una sua identità distintiva nella caratteristica che ha fatto la fortuna dei migliori episodi della serie: l'estetica del male. Nella visione dello scriptwriter John Logan (“Il Gladiatore”), la creazione degli Xenomorfi perde ogni caratteristica "fantascientifica" per assumere contorni da incubo alchemico. Se metafora dev’essere, sembra aver pensato Scott, che sia senza tempo: ed ecco un’avventura che usa linguaggi alla Mary Shelley per dare corpo e sostanza a tutti i caveat su quello che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale potrebbe combinare al cosiddetto capitale umano nei prossimi decenni, da Norbert Wiener a Jack Ma a Stephen Hawking. L'amorale della fava è sempre la stessa: inutile cercare cattiveria negli Xenomorfi, "homunculi" futuribili: come ribadito più volte dal 1979, il nemico è dentro di noi.

Il resto è un curioso miscuglio dei primi tre episodi della serie (soprattutto il terzo), con le sicurezze dei valori produttivi garantiti da una macchina all’altezza, ma anche con la novità di un armamentario narrativo junghiano di brutto. Fra discese agli inferi, doppi, antri umidi e maternità archetipiche, Covenant colpisce abilmente dove fa più male, un’eco che negli ultimi, stanchi episodi del franchise si era fatto ormai impercettibile, e che in questo film torna a riverberare in sincrono con il classico tema di Jerry Goldsmith. No, non è un film perfetto, questo. Ma è un ritorno che tenta un punto di vista originale, un tentativo di ibridazione mostruosa sufficientemente in palla da valere il prezzo del biglietto. 

sabato 4 marzo 2017

Voli Kingdarici



Fin troppo facile la metafora dell'elicottero, per il Kong di Jordan Voigt-Roberts. Un po' perché il film apre e chiude con un volo di elicotteri. È un po' perché è fatto proprio come un elicottero: niente ali per volare, zero portanza e quel senso di precarietà che solo il buon vecchio Bell UH-1 Iroquois alias Huey può regalarti. Effetti collaterali della sceneggiatura colabrodo scritta da Dan Gilroy e Max Borenstein, un patchwork scombiccherato dove trovano posto citazioni da Cuore di tenebra (Nome del male lead: Conrad...), Aliens, Jurassic Park, più i doverosi cliché del genere, più un tot di buchi di sceneggiatura, dallo scienziato visionario che ben conosce la pericolosità dei Kaiju ma per dar loro la sveglia pensa bene di usare gli esplosivi, ai piloti di elicottero che non battono in ritirata neanche di fronte al quarto zanzarone tirato giù a manate, all'equazione erbivoro = buono/carnivoro = cattivo. In termini di sottigliezza, si brancola dalle parti di un B-Movie Anni '60. Miracolosamente, però, il gioco funziona: il mix di ingenuità disarmante, testosterone e scene d'azione fuori scala punta dritto alla panza del medio fanciullino interiore ed esteriore, creando un'ottima bromance opportunity per padri e figli rigorosamente maschi. Il difetto capitale sta nell'impalpabilità dell'insieme: se il Kong di Peter Jackson colpiva al cuore per la sua aderenza all'originale e il compiacimento quasi disneyano nella descrizione dell'amorazzo contronatura fra la bella e la bestia, il suo metaforico erede è più up-to-date anche nella rozzezza della performance: botte da orbi e poco altro. divertente, sì, indimenticabile no. L'unica cosa che resta è Hiddleston, sempre più a suo agio nel ruolo di James Bond: quello, forse, un buon presagio di cose a venire.

venerdì 24 febbraio 2017

Canottiera e mutante


La terza volta è quella buona, in genere. Con il cinema, non sempre, visto che normalmente ai threequel ci si arriva in debito d'ossigeno, con attori e registi ormai schiavi della routine e del più bieco fan service. Non così con Logan - The Wolverine. Partito a un'incollatura dalla continuity Marvel, nel corso del tempo il mutante nato dalla felice intuizione di Len Wein e Herb Trimpe e assurto a star dell'Universo X durante la run di Chris Claremont ha cercato faticosamente una strada cinematografica tutta sua. Nel frattempo, dopo tre lustri ininterrotti nei panni dell'eroe, Hugh Jackman ha deciso di abbandonare. E finalmente libero di concludere la sua interpretazione del selvaggio canadese, ha scelto di andarsene in gloria. Logan è in assoluto il miglior film realizzato sul personaggio, e una delle migliori pellicole recenti ispirate al mondo dei fumetti muscolari. A fare la differenza, paradossalmente, è stata proprio la difficile decisione di Jackman di chiuderla lì. Il futuro appartiene a qualcun altro, è chiaro: ma qui e adesso, Jackman e i suoi sodali James Mangold e Scott Frank ci hanno apparecchiato un canto del cigno all'altezza di ogni più rosea aspettativa. Logan è un pochino Little Miss Sunshine, un po’ The Wrestler di Aronofsky, molto Gli spietati di Eastwood, moltissimo El Grinta. Un frullato di cinema che applica all’essenza rettiliana del fumetto i retaggi narrativi dei migliori road movie. Spettacolo puro, forte e asciutto come un bicchiere di bourbon, inframmezzato di agnizioni recapitate al pubblico in tono sommesso e dolente e scene d’azione che illustrano al meglio il carattere dannato del personaggio. Chi cerca leggerezza rimarrà spiazzato, perché qui l’ironia è cupa, l’azione brutale e minimal, la scrittura essenziale e spesso volutamente anti-climatica. Ma chi ai cinefumetti chiede gravitas, rispetto per l'essenza dei personaggi e amore per la narrazione, scoprirà che il mondo mutante è sempre uno dei miglirori posti dove mettere il naso quando si cercano super-eroi con super-problemi.

martedì 31 gennaio 2017

È facile se sai come farlo



Che poi, è impressionante il salto quantico compiuto dal cinema italiano negli ultimi 10 anni: si è passati dalla modalità binaria cinema scorreggione/mattonata pretenziosa a una generazione di cineasti che stanno lentamente ma inesorabilmente riscoprendo i generi. Merito, forse, di precursori come Gabriele Salvatores o Giuseppe Tornatore, che però hanno sempre dato l'impressione di esser tipi da quartieri alti. Merito, sicuro, di Stefano Sollima, che da Romanzo Criminale a Gomorra ha shakerato a dovere le certezze di tanti produttori. Ecco dunque ACAB, e Jeeg Robot e ancora Mine. E soprattutto, Smetto quando voglio di Sidney Scibila, una ideuzza ben riuscita di un paio di anni fa che è letteralmente esplosa in mano ai suoi creatori con la storia molto contemporanea di un gruppo di ricercatori che per tirare a campare in un'Italia affatto meritocratica si butta nella produzione e nello smercio di Smart Drugs. Molto I soliti ignoti, un po' Romanzo Criminale, la gang ha fatto il suo e adesso si ripresenta al pubblico con un secondo capitolo. Il limite maggiore di Masterclass sta nella struttura, ostica per chi non ha visto il primo film, semplicemente traditora per chi magari non prevedeva di vederne un terzo: perché a un certo punto la storia si interrompe e basta, ci vediamo al prossimo spettacolo per vedere come va a finire, manco fossimo la Trilogia dell'Hobbit. Una deriva da mercato estero, insomma. Che però, per osmosi, è percolata anche nello script, dando spessore, solidità e concretezza a gag, svolte drammatiche, invenzioni e scene d'azione, consegnandoci un film leggero ma maledettamente universale. Scibilia supera in scioltezza il confronto con un budget più ricco e una trama più articolata senza risparmiarsi qualche salutare colpo basso e dando il giusto spazio a tutti i membri dell'armata brancaleone contemporanea. Qualche sbavatura nella direzione degli attori, che qua e là dà una certa impressione di "buona la prima", e in una colonna sonora troppo paracula e invadente: ma in termini di spettacolo e pura confezione, un centro pieno e una nuova conferma della rinascita di un cinema italiano leggero ma non stupido, e in grado di raccontare storie. Roba che non si vedeva da molto, troppo tempo.

giovedì 12 gennaio 2017

Gli alieni al tempo del kaffeee

Gira e rigira, siam sempre lì
Arrival è due film in uno.
Quello convincente è praticamente Incontri ravvicinati aggiornato ai nostri tempi, un volo pindarico nella pancia del Pianeta. Metti che un giorno improvvisamente ai quattro angoli del mondo compaiano delle astronavi aliene alte centinaia di metri e totalmente indecifrabili, come reagiremmo noi terrestri?
La risposta è sostanzialmente Buongiornissimo kaffeee. E la metafora neanche troppo nascosta punta tutto sulla paura del diverso, sullo spirito becero dei tempi, sul terrore delle merdose realtà ineluttabili della vita che Denis Villeneuve di Sicario inquadra con una tavolozza desaturata degna del miglior cinema recente.
Poi c'è la parte più fragile della storia. Una sottotrama troppo esangue, che svela le sue carte troppo in fretta e allo stesso tempo troppo lentamente, traino di un discorso sulla relatività del tempo ormai nel DNA di tante pellicole di fantascienza da 2001: Odissea nello spazio a Interstellar. E che però il regista affronta con un senso di solennità assolutamente sproporzionato alla ciccia narrativa fornita dal racconto breve di Ted Chiang all'origine del film, mai all'altezza di un lungometraggio di due ore. Praticamente, la montagna con tutto il topolino.
Compresso fra questi estremi, Arrival si illumina a intermittenza. Uno spettacolo affascinante, ma diseguale, che trova il suo limite più macroscopico in un autocompiacimento degno del The Revenant di Inarritu, ma senza la stessa capacità di scavarsi la strada con le unghie e gli artigli fra gli istinti primordiali dell'animo umano e con un retrogusto consolatorio che ne limita le potenzialità. Alieni bellissimi, però, e un comparto visuale molto sopra il budget bassino. Accontentiamoci.