mercoledì 24 maggio 2017

Arremba, che sorpresa


Difficile, sempre più difficile azzardare un’opinione sul medio blockbuster in uscita. E forse, in ultima analisi, inutile. A differenza che nel fumetto o nelle serie Tv, in cui scrittori, artisti e sceneggiatori tentano di infondere ai propri progetti un’impronta unica e distintiva, per larga parte delle produzioni hollywoodiane più recenti l’imperativo sembra l’omologazione. Perfettamente logico, nell’ottica di un sistema produttivo che tenta di offrire uno standard di prodotto godibile e fruibile a ogni latitudine. Tremendo, per chi deve scriverne: perché scrivere di questo cinema è un po’ come mettersi a disquisire sulla qualità degli hamburger delle grandi catene. È più un discorso alla dentro o fuori: stare al gioco oppure no.

Discorso valido anche per questo quinto Pirati dei Caraibi. Un film rimasto in development hell dal 2011, costato un badalucco di quattrini e ovviamente costruito per infondere nuova linfa a un serial che dopo l’abbandono del visionario Gore Verbinski sembrava pronto per la rottamazione, in parte anche per le alterne fortune di Johnny Depp, un mcguffin umano bello e dannato però apparentemente ormai pronto allo status di bello d’annata. Duecentotrenta milioni di dollari dopo, eccoci qui di nuovo. C’è un nuovo cattivo soprannaturale che ha qualche conto in sospeso con lo stralunato Jack Sparrow. C’ê la damsel per niente in distress che tenta di trovare un senso alla propria vita. C’ê il giovane belloccio in odore di bildungsroman. C”è il cast di contorno all’altezza. Ci sono due-tre saggi di funambolismo visivo più che discreti. Ci sono i mostri, i mostrilli e i mostriciattoli. C’è la pestifera scimmia cappuccino dei film precedenti. Ci sono i cetriolini, la maionese, le patatine e tutto il resto.

L’idea, insomma, non è quella di sorprendere lo spettatore, semmai quella di rassicurarlo con un nuovo soft reboot in stile Episodio VII, un film che è una sorta di best of dei primi tre che punta a convertire alla pirateria quei ragazzini che all’epoca dell’ultimo On Stranger Tides erano ancora nei sogni di Dio o chi per lui. Non un piano disprezzabile, né sgradevole per carità, perché questa Vendetta di Salazar galleggia sulla solida professionalità dello sceneggiatore Jeff Nathanson, sulla piacevole gigioneria dei cattivi Javier Bardèm e Geoffrey Rush, su un impianto produttivo da vero blockbuster e non da Tv Movie sotto steroidi tipico di troppe produzioni. Ma al prossimo giro, se capita, un po’ di sorprendenza in più non ci starebbe male: a conti fatti, è del pirata il fin la meraviglia.

domenica 7 maggio 2017

Prometheus mantenuta



Dopo sette film non tutti eccezionali e con il principale cervello della saga alla soglia degli ottant’anni, è perfettamente normale farsi qualche domanda sul senso di un’operazione come Alien – Covenant. Troppo cocente la delusione di Prometheus, troppo intenso il brivido connaturato al rischio di sorbirsi il nuovo, inutile capitolo di una serie che ormai il meglio di sé lo offre sulle console di gioco o fra le pagine dei comics. 
D’altro canto, non puoi fare una frittata senza rompere le uova. E nel caso delle uova per eccellenza, la sfida era duplice: dare un senso compiuto alla sublime idiozia del prequel e creare le premesse per una prosecuzione del discorso.

Missione compiuta? Ma sì, dai. Certo, la Weyland-Yutani non perde il vizio di fare recruiting nelle barzellette dei Carabinieri. Un principio di realtà, questo, che vanifica l'efficacia di tanti, troppi snodi narrativi. Covenant, però, trova una sua identità distintiva nella caratteristica che ha fatto la fortuna dei migliori episodi della serie: l'estetica del male. Nella visione dello scriptwriter John Logan (“Il Gladiatore”), la creazione degli Xenomorfi perde ogni caratteristica "fantascientifica" per assumere contorni da incubo alchemico. Se metafora dev’essere, sembra aver pensato Scott, che sia senza tempo: ed ecco un’avventura che usa linguaggi alla Mary Shelley per dare corpo e sostanza a tutti i caveat su quello che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale potrebbe combinare al cosiddetto capitale umano nei prossimi decenni, da Norbert Wiener a Jack Ma a Stephen Hawking. L'amorale della fava è sempre la stessa: inutile cercare cattiveria negli Xenomorfi, "homunculi" futuribili: come ribadito più volte dal 1979, il nemico è dentro di noi.

Il resto è un curioso miscuglio dei primi tre episodi della serie (soprattutto il terzo), con le sicurezze dei valori produttivi garantiti da una macchina all’altezza, ma anche con la novità di un armamentario narrativo junghiano di brutto. Fra discese agli inferi, doppi, antri umidi e maternità archetipiche, Covenant colpisce abilmente dove fa più male, un’eco che negli ultimi, stanchi episodi del franchise si era fatto ormai impercettibile, e che in questo film torna a riverberare in sincrono con il classico tema di Jerry Goldsmith. No, non è un film perfetto, questo. Ma è un ritorno che tenta un punto di vista originale, un tentativo di ibridazione mostruosa sufficientemente in palla da valere il prezzo del biglietto. 

sabato 4 marzo 2017

Voli Kingdarici



Fin troppo facile la metafora dell'elicottero, per il Kong di Jordan Voigt-Roberts. Un po' perché il film apre e chiude con un volo di elicotteri. È un po' perché è fatto proprio come un elicottero: niente ali per volare, zero portanza e quel senso di precarietà che solo il buon vecchio Bell UH-1 Iroquois alias Huey può regalarti. Effetti collaterali della sceneggiatura colabrodo scritta da Dan Gilroy e Max Borenstein, un patchwork scombiccherato dove trovano posto citazioni da Cuore di tenebra (Nome del male lead: Conrad...), Aliens, Jurassic Park, più i doverosi cliché del genere, più un tot di buchi di sceneggiatura, dallo scienziato visionario che ben conosce la pericolosità dei Kaiju ma per dar loro la sveglia pensa bene di usare gli esplosivi, ai piloti di elicottero che non battono in ritirata neanche di fronte al quarto zanzarone tirato giù a manate, all'equazione erbivoro = buono/carnivoro = cattivo. In termini di sottigliezza, si brancola dalle parti di un B-Movie Anni '60. Miracolosamente, però, il gioco funziona: il mix di ingenuità disarmante, testosterone e scene d'azione fuori scala punta dritto alla panza del medio fanciullino interiore ed esteriore, creando un'ottima bromance opportunity per padri e figli rigorosamente maschi. Il difetto capitale sta nell'impalpabilità dell'insieme: se il Kong di Peter Jackson colpiva al cuore per la sua aderenza all'originale e il compiacimento quasi disneyano nella descrizione dell'amorazzo contronatura fra la bella e la bestia, il suo metaforico erede è più up-to-date anche nella rozzezza della performance: botte da orbi e poco altro. divertente, sì, indimenticabile no. L'unica cosa che resta è Hiddleston, sempre più a suo agio nel ruolo di James Bond: quello, forse, un buon presagio di cose a venire.

venerdì 24 febbraio 2017

Canottiera e mutante


La terza volta è quella buona, in genere. Con il cinema, non sempre, visto che normalmente ai threequel ci si arriva in debito d'ossigeno, con attori e registi ormai schiavi della routine e del più bieco fan service. Non così con Logan - The Wolverine. Partito a un'incollatura dalla continuity Marvel, nel corso del tempo il mutante nato dalla felice intuizione di Len Wein e Herb Trimpe e assurto a star dell'Universo X durante la run di Chris Claremont ha cercato faticosamente una strada cinematografica tutta sua. Nel frattempo, dopo tre lustri ininterrotti nei panni dell'eroe, Hugh Jackman ha deciso di abbandonare. E finalmente libero di concludere la sua interpretazione del selvaggio canadese, ha scelto di andarsene in gloria. Logan è in assoluto il miglior film realizzato sul personaggio, e una delle migliori pellicole recenti ispirate al mondo dei fumetti muscolari. A fare la differenza, paradossalmente, è stata proprio la difficile decisione di Jackman di chiuderla lì. Il futuro appartiene a qualcun altro, è chiaro: ma qui e adesso, Jackman e i suoi sodali James Mangold e Scott Frank ci hanno apparecchiato un canto del cigno all'altezza di ogni più rosea aspettativa. Logan è un pochino Little Miss Sunshine, un po’ The Wrestler di Aronofsky, molto Gli spietati di Eastwood, moltissimo El Grinta. Un frullato di cinema che applica all’essenza rettiliana del fumetto i retaggi narrativi dei migliori road movie. Spettacolo puro, forte e asciutto come un bicchiere di bourbon, inframmezzato di agnizioni recapitate al pubblico in tono sommesso e dolente e scene d’azione che illustrano al meglio il carattere dannato del personaggio. Chi cerca leggerezza rimarrà spiazzato, perché qui l’ironia è cupa, l’azione brutale e minimal, la scrittura essenziale e spesso volutamente anti-climatica. Ma chi ai cinefumetti chiede gravitas, rispetto per l'essenza dei personaggi e amore per la narrazione, scoprirà che il mondo mutante è sempre uno dei miglirori posti dove mettere il naso quando si cercano super-eroi con super-problemi.

martedì 31 gennaio 2017

È facile se sai come farlo



Che poi, è impressionante il salto quantico compiuto dal cinema italiano negli ultimi 10 anni: si è passati dalla modalità binaria cinema scorreggione/mattonata pretenziosa a una generazione di cineasti che stanno lentamente ma inesorabilmente riscoprendo i generi. Merito, forse, di precursori come Gabriele Salvatores o Giuseppe Tornatore, che però hanno sempre dato l'impressione di esser tipi da quartieri alti. Merito, sicuro, di Stefano Sollima, che da Romanzo Criminale a Gomorra ha shakerato a dovere le certezze di tanti produttori. Ecco dunque ACAB, e Jeeg Robot e ancora Mine. E soprattutto, Smetto quando voglio di Sidney Scibila, una ideuzza ben riuscita di un paio di anni fa che è letteralmente esplosa in mano ai suoi creatori con la storia molto contemporanea di un gruppo di ricercatori che per tirare a campare in un'Italia affatto meritocratica si butta nella produzione e nello smercio di Smart Drugs. Molto I soliti ignoti, un po' Romanzo Criminale, la gang ha fatto il suo e adesso si ripresenta al pubblico con un secondo capitolo. Il limite maggiore di Masterclass sta nella struttura, ostica per chi non ha visto il primo film, semplicemente traditora per chi magari non prevedeva di vederne un terzo: perché a un certo punto la storia si interrompe e basta, ci vediamo al prossimo spettacolo per vedere come va a finire, manco fossimo la Trilogia dell'Hobbit. Una deriva da mercato estero, insomma. Che però, per osmosi, è percolata anche nello script, dando spessore, solidità e concretezza a gag, svolte drammatiche, invenzioni e scene d'azione, consegnandoci un film leggero ma maledettamente universale. Scibilia supera in scioltezza il confronto con un budget più ricco e una trama più articolata senza risparmiarsi qualche salutare colpo basso e dando il giusto spazio a tutti i membri dell'armata brancaleone contemporanea. Qualche sbavatura nella direzione degli attori, che qua e là dà una certa impressione di "buona la prima", e in una colonna sonora troppo paracula e invadente: ma in termini di spettacolo e pura confezione, un centro pieno e una nuova conferma della rinascita di un cinema italiano leggero ma non stupido, e in grado di raccontare storie. Roba che non si vedeva da molto, troppo tempo.

giovedì 12 gennaio 2017

Gli alieni al tempo del kaffeee

Gira e rigira, siam sempre lì
Arrival è due film in uno.
Quello convincente è praticamente Incontri ravvicinati aggiornato ai nostri tempi, un volo pindarico nella pancia del Pianeta. Metti che un giorno improvvisamente ai quattro angoli del mondo compaiano delle astronavi aliene alte centinaia di metri e totalmente indecifrabili, come reagiremmo noi terrestri?
La risposta è sostanzialmente Buongiornissimo kaffeee. E la metafora neanche troppo nascosta punta tutto sulla paura del diverso, sullo spirito becero dei tempi, sul terrore delle merdose realtà ineluttabili della vita che Denis Villeneuve di Sicario inquadra con una tavolozza desaturata degna del miglior cinema recente.
Poi c'è la parte più fragile della storia. Una sottotrama troppo esangue, che svela le sue carte troppo in fretta e allo stesso tempo troppo lentamente, traino di un discorso sulla relatività del tempo ormai nel DNA di tante pellicole di fantascienza da 2001: Odissea nello spazio a Interstellar. E che però il regista affronta con un senso di solennità assolutamente sproporzionato alla ciccia narrativa fornita dal racconto breve di Ted Chiang all'origine del film, mai all'altezza di un lungometraggio di due ore. Praticamente, la montagna con tutto il topolino.
Compresso fra questi estremi, Arrival si illumina a intermittenza. Uno spettacolo affascinante, ma diseguale, che trova il suo limite più macroscopico in un autocompiacimento degno del The Revenant di Inarritu, ma senza la stessa capacità di scavarsi la strada con le unghie e gli artigli fra gli istinti primordiali dell'animo umano e con un retrogusto consolatorio che ne limita le potenzialità. Alieni bellissimi, però, e un comparto visuale molto sopra il budget bassino. Accontentiamoci.