lunedì 15 giugno 2015

Videoburrito RGB





"Lagrimas, Sal y Limon": più colori primari che in un porno tedesco del 1975, più durango sopra i pantaloni che in tutta la collezione di Tex Willer.

giovedì 11 giugno 2015

Jurassic World: uomini che corrono con i Raptors

Meeemmm meeemmm meeemmm
Firmato il contratto per Jurassic World, Colin Trevorrow e i suoi si sono chiusi in casa col Dvd di Aliens e se lo sono riguardato fino al vomito, prendendo diligentemente nota di tutto quello che funzionava alla grande e del niente che no.
Poi sono andati sul set, e l'hanno rigirato paro paro. Con i dinosauri al posto degli xenomorfi. E mettendoci tutte, ma proprio tutte le furbate muscolari Anni 80 di James Cameron: la grettezza smithiana della Kompagnia fondata ma non più gestita dal filantropico Hammond, la sicumera del maschiaccio pesantemente armato di fronte alla potenza soverchiante dell'istinto, gli executive fighetti che state sereni tanto è tutto sotto controllo e poi la regina, i fuchi, le scaramucce in remoto con le bestemmie gracchianti e i segnali vitali dei fantaccini che saltano uno via l'altro, le bocche irte di denti che sbucano dall'angolino a cinque mm dalle smorfie di terrore dei nostri, fino all'inquadratura della saracinesca che si solleva lenta nel finale a disvelare il contraltare sano e giallo del boss di fine livello. Mancava giusto che Bryce Dallas Howard sparasse un bel Get away from them you bitch e, bingo!
La cosa figa è che il gioco è talmente smaccato e onesto da funzionare.
Certo, come direzione degli attori Trevorrow è una pippa e lo si vede nelle scene in cui i suddetti dovrebbero esprimere qualcosa che vada al di là dell'ussignùr de la madona: lì, va detto, Jurassic World perde qualcosina e lascia intuire che a questo giro Spielberg ha girato al largo dal set.
Ma finché si tratta di correre sopra e sotto e in mezzo e di fronte e didietro ai raptors, gli pterodattili e i minchiasauri il reboot di Jurassic Park sta lì lì con Il mondo perduto.
Una bella pensata per i (troppi) tweens che non hanno mai visto Aliens al cinema, ma anche per quei papà che con l'ultimo, stanco episodio della serie si erano emozionati quanto osservando il perlage delle bollicine in un bicchiere di minerale gassata. Al cinema tranquilli, insomma: in queste copie di copie di dinosauri c'è ancora un po' di sana ferocia, e almeno un paio di sequenze ottimamente orchestrate e imbevute di funambolica suspense.
Difetti, pochissimi e veniali: il soundtrack invasivo di Michael Giacchino, che scimmiotta John Williams come Wagner con Beethoven, cioè alzando il volume della fanfara oltre ogni ragionevole limite. Il solito finale-teaser a promettere l'immancabile sequel, e chissà che cacchio s'inventano alla prossima. E il 3D, mai tanto gratuito come a questo giro. Piuttosto, tenere da parte i soldini per lo schermo IMAX. Quello, sì, dovrebbe valere la pena.

giovedì 4 giugno 2015

Il cavallo di ferro del west

Su Fury si sta anche in tre
Più Band of Brothers o The Pacific che non Salvate il soldato Ryan questo Fury di David Ayer. Una variazione sulla guerra brutta sporca e desaturata portata al cinema da Fuller nei 70' e rilanciata da Steven Spielberg vent'anni dopo. E un remake sotto mentite spoglie del bellissimo e claustrofobico U-Boot 96 di Wolfgang Petersen, con l'abitacolo di uno Sherman a fare le veci del ventre umido di un sommergibile. Luoghi comuni in abbondanza nella scrittura dei personaggi, con la soldataglia indurita dalla guerra alle prese con la burba appena arrivata al fronte. E una sorprendente, cieca determinazione nel cancellare dall'orizzonte il nemico, che come in Black Hawk Down (o nelle scene di massa degli ultimi episodi di Il Trono di Spade…) diventa magma ostile, pura malvagità, carne da cannone nell'accezione più letterale del termine. Così, le parti migliori del film sono quelle di pura filosofia visiva, come la fulminante, brutale apertura dove la guerra è ridotta alla sua forma più astratta, o i momenti dove è sublimata in pura attesa, nel mostro incombente come un lupo alla porta. Virtuosismi umani, che sfruttano al meglio una sporca quasi mezza dozzina perfettamente in parte e fanno ben sperare per l'imminente Suicide Squad. Ecco, se proprio proprio di papà Steven mancano il seme del dubbio, la vigliaccheria, il terrore della morte che pervade allo stesso tempo vittime e carnefici. Ma Fury è un film a tesi, e la tesi è che à la guerre come à la guerre.

martedì 19 maggio 2015

Attrazione fatale

Futuro, anteriore

In Tomorrowland - il mondo di domani c'è un bel po' di roba che funziona.
Per esempio, la regia a centottanta all'ora di Brad Bird. Che per Tomorrowland, va detto, ha rimbalzato la regia di Star Wars VII.
Il Production Design retrofuturista di Scott Chambliss.
Il montaggio spaccaculi di Walter Murch.
L'idea di un film di fantascienza young adults originale. Almeno nella misura in cui può esserlo una pellicola ispirata a un'attrazione di Disneyland (la più popolare di sempre, secondo le cronache).
E poi c'è Damon Lindelof.
Che in mancanza del potenziale narrativo già presente in attrazioni già tradotte in cinema come Pirati Dei Caraibi o La Casa dei fantasmi ha arruolato come co-sceneggiatore Jeff Jensen, già su Lost. E si è inventato una specie di Interstellar per bambini però infrociato con Terminator più una spruzzatina di Elysium e suggestioni giappo stile Chobits più un sacco di altre cazzatielle messe lì giusto per riempire una trama già bella articolata e densa di suo.
Il risultato è un blockbuster diesel che prende quota lentamente prima di esplodere letteralmente come un fuoco d'artificio digitale. Un film piuttosto diseguale, perennemente in bilico fra commedia e dramma, aperture tipicamente disneyane e provocazioni mutanti à la Cronenberg, ebbrezze visive e seduzioni impossibili, uno spettacolone glassato di zuccherosa spensieratezza ma con un cuore freddo e venato di malinconia: troppo adulto per i ragazzini, troppo ragazzino per i grandi. Il perfetto aperitivo live action all'altra pellicola Disney della stagione, quell'Inside Out che già si profila all'orizzonte come un nuovo capolavoro Pixar. 

venerdì 15 maggio 2015

Una vita al Max

Vroom Vroom

E all'improvviso, tutto il cinema action degli ultimi cinque anni s'impolvera tutto d'un colpo, con tutti i suoi sbrilluccichi gli effetti digitali i cieli corruschi i nuvoloni i six-packs a tutto il resto. A rimettere a posto le cose ci pensa George Miller. Un senior, con le sue settanta primavere e i suoi acciacchi anche cinematografici, che non tutto il suo CV è al di sopra di ogni sospetto. Però, un cineasta curioso, che quando occorre riesce a prendersi i suoi rischi, vedi Babe-Maialino coraggioso e i pinguini danzerini di Happy Feet. Anche tirar fuori dalla naftalina Mad Max, a dirla tutta, era una bella scommessa: un personaggio esploso alla grande a fine Anni Settanta con Interceptor e poi diluito in dosi sempre più omeopatiche durante la decade successiva fino alla deriva glam di Mad Max - Oltre la sfera del tuono. Un protagonista iconico come Mel Gibson da sostituire per sopraggiunti limiti d'età. E una concorrenza spietata in termini di ottani, muscolarità e impatto visivo. A uscire triturata da questo Mad Max: Fury Road, però, è proprio quella certa idea di cinema che a suon di giochi di prestigio generati dal computer ha tolto al cinema de suore e de mena' tutto il suo senso del meraviglioso. Perché nel nuovo episodio della serie (è un prequel? È un sequel? È un reboot? Chi se ne fotte) gli effetti ottici sono ridotti al 20% contro un 80% di effetti meccanici, shunt, coreografie e fabulae. E quindi: macchine da presa e da battaglia sempre piazzate nei punti giusti, a tradurre in un impatto visuale mozzafiato i panorami gialli e rossi della Namibia in cui è girato il film. Un'estetica grafica e narrativa sempre coesa e funzionale alla trama, con infinite allusioni a un universo espanso punteggiato di rituali, tic, vezzi, slogan, routine, maschere, tatuaggi, eccetera, tutta roba che aggiunge spessore e senso epico al racconto (d'evasione). Un cast perfetto, con tanto di cameo della ex Wonder Woman Megan Gale. e last but not least, azione. Tanta. Adrenalinica. Brutale (nei limiti del PG-13). A ben guardare, anzi, il film in sé è una ininterrotta sequenza d'azione di un'ora e cinquantatré minuti, con meno battute che un blocchetto di Post-It ma più ciccia e solidità del novanta per cento dei blockbusters in circolazione. L'unico neo, a ben guardare, sta nel finale aperto, chiaro annuncio di prossimi episodi. Perché un giocattolo di questa fatta dà tanta soddisfazione che viene difficile pensare a un seguito sullo stesso livello. L'augurio è che George Miller non perda la voglia di sperimentare: di turisti dei popcorn movie in giro ce n'è già più che a sufficienza.