mercoledì 19 giugno 2013

Gionni di un grande passato

Vi sgarganerà le pirlènchiacchiere

Jac, Jac, fortissimamente Jac: dopo un periodo di relativo e immeritato e immeritato oscurantismo, il mai abbastanza rimpianto umorista di Termoli sta tornando a imporsi sugli scaffali con le sue storie più mature, quelle realizzate fra gli Anni 60 e gli anni 70. Fra le figate, anche i due romanzetti criminali realizzati dal nostro nel corso della sua breve e tormentata militanza sulle pagine di Linus. Come scrive Luca Boschi nell'intro a Gionni Peppe e Gionni Lupara, lo spettacolare hardcover Nicola Pesce Editore che riunisce sotto la stessa copertina le tonde parentesi sinistre dell'estremista di centro Jacovitti, era perfettamente logico che prima o poi il papà di Cocco Bill si ritrovasse gomito a gomito con Altan, Lunari, Chiappori & C. E chissà come sarebbe andata se i lettori della Rivista di fumetti e altro fossero stati al gioco. Ma le cose sono andate diversamente, con una brutta storia di censure e vignette pecettate che qualche annetto fa sarebbe sembrata anacronistica, e oggi purtroppo mica più tanto.
Diciannove e novanta euri spesi benissimo, stampati benissimo, curati come solo il Boschi sa fare: un bel pezzo di storia del fumetto da portarsi a casa senza pensarci due volte.

martedì 18 giugno 2013

sabato 15 giugno 2013

L'Uomo d'Acciaio, la recensione: mani ostili

Ah, i vecchi tempi

Doverosa premessa: personalmente, sono fra i tre pirla che hanno apprezzato anche Superman Returns. Sì, va be', la Bosworth era inguardabile, il grande piano di Lex Luthor sapeva di stantio e la sottotrama del super-figlio portava davvero troppo lontano dal canone. Però il carneade Brandon Routh indossava la calzamaglia con una certa cafona dignità. E il tema di Superman di John Williams, nonostante gli anni (luce), restava un bel sentire. Per stringere i bulloni di un possibile secondo episodio sarebbe bastato tagliare un po' di rami secchi e irrobustire un po' l'azione con qualche villain come Brainiac o Doomsday. Invece, si sa com'è andata: incassi non male ma inferiori alle attese. Qualche critica malevola nei confronti del taglio sentimentale di Bryan Singer. Scarso potenziale "toyetic". E quell'annosa questioncella della paternità del personaggio, scippato a Siegel & Shuster per un piatto di lenticchie, e rivendicato dagli eredi con veemenza degna di ogni icona planetaria. Per non parlare del Dark Knight di Nolan, quella sì una killer application in grado di imporsi al cinema, nei videogame o sulle scatole di cereali, alla faccia di qualunque altro eroe, fosse pure il capostipite della specie.
Insomma, non c'è da sorprendersi se fra quel Superman e questo sia trascorso quasi un decennio.
E tanto per chiarirlo subito: al contrario di Returns, L'Uomo d'Acciaio è perfettamente in linea con lo spirito dei tempi, l'ennesima metafora di un'epoca perennemente in bilico fra disincanto e repressione. Un Superman disposto a rompere con il suo passato di boy scout suggellando due ore e venti di romanzo di formazione muscolare con un bello schiaffone a tutti gli hardcore fan. Chi ha ancora impressi nelle retine i tirabaci lucidi di brillantina di Curt Swan, le atmosfere consolatorie dei vecchi albi Cenisio e lo sguardo da bravo ragazzo di Chris Reeve lasci ogni speranza alla cassa del multiplex: questo Superman è quello desaturato del nuovo corso DC, non solo il Man of Steel di John Byrne, ma anche e soprattutto quello di saghe come Nuovo Krypton e Grounded.
Al sodo: funziona, il Superman grim and gritty del nuovo millennio?
Nonostante i 170 milioni di dollari di budget, sì e no. Per chi ha la tendenza a vedere sempre il bicchiere mezzo vuoto, più no che sì.
Intendiamoci. Come macchina da spettacolo, il film fa il suo dovere. Un plot efficace, con i flashback a cucire insieme la mappazza necessaria ma irrimediabilmente dejà vu della origin story più raccontata dopo quella di Gesù Cristo. Una caratterizzazione dei personaggi esile ma accettabile, vista l'ampiezza del cast. Cgi a tonnellate, ma usata con razionalità, almeno fino allo showdown finale fra kryptoniani buoni e cattivi. E last but not least, un arco narrativo dignitoso - anche se poi, chissà perché, i guai di Metropolis sono sempre una questione immobiliare.
Da un punto di vista visuale, libero dall'obbligo della messa in scena pedissequa dei panel di Frank Miller o Dave Gibbons, Zack Snyder compensa la propria mancanza di personalità con un esercizio di taglia e cuci pop: scorci oleografici stile Terrence Malick, citazioni da Alex Raymond e Jack Kirby, un battesimo dell'aria molto Richard Donner, panoramiche epiche prese di pacca da Ridley Scott e Peter Jackson, orifizi biomeccanici già esplorati da Hans Rudi Giger, la tensione esasperata di Chris Nolan, il catastrofismo finto amatoriale di Matt Reeves... Molta tecnica, un certo humour (volontario?) nella giustapposizione di generi e suggestioni alte e basse e il mestiere affinato in un decennio di cinema ad alto budget. Ma anche quello che è il vero buco nero del film: il più totale disinteresse nei confronti del valore aggiunto del personaggio. La sua umanità.
Come tutti i precedenti superuomini di Snyder, questo Superman è un barbaro digitale fatto solo per menare le mani. Un character piatto, sbrigativo, troppo irrequieto e frenetico per offrire al pubblico respiro epico o autentici slanci emotivi, privo dei tormenti ingenui in cui il "vecchio" Superman tendeva a smarrirsi, e che il nuovo Superman liquida con la fine dell'infanzia per votarsi alla filosofia burina e molto attuale del chi mena per primo, mena du' vorte.
Probabilmente, visti i valori produttivi e il physique du role di Henry Cavill, Man of Steel farà palate di quattrini, rilancerà il franchise, aprirà a una nuova, luminosa (oscura) era di pellicole ispirate ai fumetti DC.
Ma se quando si riaccendono le luci in sala i ragazzini presenti hanno lo sguardo smarrito e se ne stanno abbarbicati alle braccia di mammà, forse un problema c'è: perché stringi stringi, Superman dovrebbe piacere a loro. Non agli scribacchini che a tarda sera sciamano fuori dall'Odeon con lo sguardo a mezz'asta di chi ormai le ha viste tutte, e ai propri sogni ha rinunciato da un pezzo.

venerdì 14 giugno 2013

Da Paperopoli a Melville

Mari amari


Sembra il nome di una città, Melville. E invece, è (stato) l'autore di quel capolavoro della letteratura d'evasione che risponde al nome di Moby Dick. Questa settimana, la storia della balena bianca rivive sulle pagine del Topolicchio nazionale: sotto questa copertina della madonna, un giovane papero coraggioso e un po' ingenuo si imbarca sulla baleniera di un vecchio papero tirchio e arcigno. Il resto è grande avventura, servita da un team creativo in grande spolvero formato da Francesco Artibani e Paolo Mottura. Continua e finisce sul prossimo Topolino, in edicola mercoledì 19: anche se il numero 3.000 è bello che perso, è il caso di precipitarsi in edicola.

giovedì 13 giugno 2013

Dormammu preoccupati

Mioddìo, è pieno di stelle!

È in edicola che aspetta, il Dottor Strano. Quello vero, Ditkoso, fitto fitto e pieno di parole arcane che però non puntano ar cane, ma al cuoricione rosso fuego di Enne Enne, the Nostalgic Nerd. Robba psichedelica di brutto, soprattutto considerando che il buon Stevie era strafattissimo di suo, apparentemente senza additivi psicotropi di sorta ma ripieno solo della sua strabordante creatività, e Stan Lee era ancora capace di qualche bella intuizione, es. lasciare ampio spazio agli autori salvo poi prendersi buona parte del merito, d'altronde così fan tutti, anche i fan. Chi non compra questo albo, il precedente e i successivi due ha seri problemi di buon gusto, chiami Enzo Miccio e se la risolva così. Noi veri intenditori i Panini ci piacciono di più imbottiti di ciccia artigianale ben stagionata, che salvo poche eccezioni quella fresca sa di plasticaccia. A buon intenditor, poche parole.

Cro Cro Crossover!


Mi ricordo Portobello perché se ne vanno sempre i migliori. Come Giancarlo Nicotra, regista di televisioni più borghesi e democriste, ma anche molto meno cialtrone di quelle degli Amici di Maria e/o affini. Piange commosso tutto il passo del Turchino.

lunedì 10 giugno 2013

Ci ha scritto Giocondo


Zoroastro, passami le cartine

Stasera ore ventuno e cinquanta su Fox, ultimo giro di canne con Da Vinci's Demons, la serie che in confronto Spartacus sembra una roba di Ermanno Olmi. Preoccupati? Caaalma. Il Da Vinci zoolanderato col giubbottino da Fonzie rinascimentale, il broncetto frocetto e il tremito creativo nella manina morta illuminerà il nostro 2014 con altre nuove sconvolgenti rivelazioni tipo l'invenzione del cinema, il famoso tenax rinascimentale o Lorenzo De Medici ciapponato in una roggia a tot km di distanza dalla realtà storica. Chi se ne frega: Tom Riley e David S. Goyer fanno ridere. E lo humour involontario fa un sacco di differenza. Prossima stagione, in arrivo fra un annetto, con due new entry di tutto rispetto alla sceneggiatura: Johnathan Hickman (The Avengers) e Matt Fraction (Casanova). Divertimento assicurato. Finché regge l'ambiguo sorriso giocondo di cui sopra.