domenica 14 febbraio 2010

Scratch My Back: recensione


Una volta si diceva: la fuffa di Peter Gabriel è comunque meglio del meglio di tanti altri.
Una volta.

Ora non più.

Mamma mia, signori miei, che sontuoso scassamento di palle.

8 commenti:

CREPASCOLO ha detto...

Da quando nella mia bocciofila sono servite le brioches salate - rare a Milano, conosco un tizio che dona il sangue all'AVIS sotto vari eteronimi perchè ne è ghiotto - si incontra gente interessante: un ex farmacista virtuoso del bilancino ed ex cover agent della controinformazione sotto uno dei governi Andreotti mi ha detto che Peter Gabriel è stato ucciso da uno dei due giudici di Giochi Senza Frontiere ( massone militante e M.I.B. ) che non aveva gradito la nota considerazione if looks could kill/they probably will in games without frontiers /war without tears.
Da allora l'ex Genesis è impersonato, a turno, da Giorgio Faletti e da Paulo Coelho - fratelli muratori devoti e sosia dell'autore di Shock the monkey. Questo spiega il calo di alcune performance - l'autore di Io Uccido è un singer, tra le altre cose, ma lo scrittore new age canta solo sotto doccia.
Una curiosità : Phil Collins si era accorto che il suo vecchio amico era cambiato - ha indagato, è stato eliminato e sostituito da Bob Hoskins, ma nessuno se ne è accorto, sebbene qualche fans rumoreggi quando Phil non vuole intonare Mama nei concerti - Bob la trova troppo tiroidea per un macho del suo tonnellaggio. Peccato.

Anonimo ha detto...

...effettivamente è un disco che traccia un solco profondo...
tra chi capisce e comprende la musica (e le parole) e chi no..

Andrea V. ha detto...

Data la mia venerazione per Gabriel, avrei fatto carte false per comprendere e apprezzare.
Ma il risultato finale mi ha lasciato molto, molto perplesso.
D'accordo, i modelli originali erano forse inarrivabili: ma a mio modesto parere, gli arrangiamenti destutturati hanno tolto fiato a molti brani -in primis, quelli di Simon e dei Radiohead.
Occasione persa o capolavoro ostico?
Ci penserò quando lo rimettero su.
Fra due o tremila anni.
Nel genere, comunque, molto più cuore e più ottani in "Less=More" dei Marillion.

Alessandro Menabue ha detto...

Facile sparare. Più difficile centrare il bersaglio, soprattutto se privi di argomentazioni.

ottanta/cento ha detto...

Vabbe', vengo a giocare fuori casa: il disco è sì un po' ripetitivo, ed è una sensazione che nasce da quel tipo lì di arrangiamenti, però non mi pare un disco sbagliato. The Book of Love è decisamente sopra tutte le altre canzoni.

Andrea V. ha detto...

@ Alessandro: dopo aver sentito "SMB", per tirarmi su, sono andato a recuperarmi "Peter Gabriel III" e "Peter Gabriel IV". A vent'anni dall'uscita, i vecchi dischi di Pietruzzo nostro suonano ancora benissimo: belle idee, begli arrangiamenti, produzione scintillante, e un progetto sonoro impeccabile per rigore e coerenza.
Da lì in poi, pur mantenendo una padronanza del mezzo fenomenale, Gabriel ha alternato derive pop un po' di maniera e pure e semplici masturbazioni mentali. Due esempi: "The Barry Williams Show", ennesima riproposizione di sapori e odori già sperimentati a metà Anni 80 con "Sledgehammer", e "Ovo".
SMB, secondo me, rientra nel campo delle masturbazioni mentali.
Che trovo assolutamente legittime, per un artista che non ha più nulla da dimostrare da un punto di vista artistico e commerciale.
Come trovo legittimo dire che il disco è pallosetto anzichenò: visti i tempi di realizzazione e le forze in campo, la sensaz. è che la montagna abbia partorito il topolino.
Poi ci sarebbe la teoria secondo cui io non capisco un cazzo di musica.
Ma dal momento che ne so a pacchi, mi rifiuto di crederci.

GG ha detto...

Personalmente lo trovo un ottimo album, ma probabilmente perche' ho un orecchio molto abituato alle sonorita' classiche e sinfoniche, logico che non e' il Peter Gabriel delle ultime uscite o quello delle sonorita' delle world music...

Bello e ostico.

GG

Andrea V. ha detto...

Ostico, sì.

Ma secondo me, anche abbastanza opinabile sul piano della validità, se paragonato ad analoghi esperimenti di, che so, Pat Metheny, David Sylvian o Mark Hollis, molto a loro agio in ambiti di sintesi estrema.

Qui, l'ansia decostruttivista di Gabriel, Ezrin e Metcalfe ha scardinato completamente le melodie originali, svuotandole di ogni forma e colore. Il risultato è un esercizio di stile un po' fine a se stesso, e molto meno compatto e coerente dei vari Missouri Sky, Secrets of the Beehive e compagnia bella.

Un disco molto curato e piuttosto estenuante.
O, come dicevo scherzando, una sontuosa rottura di palle.