sabato 9 gennaio 2010

Avatar Blues


In un mondo di ciechi, l'orbo è re.
Il secondo incasso mondiale della storia sta tutto in questa massima.
Con una scena hollywoodiana ormai schiava di sequel, super-eroi, videogame e property giocattolo, è normale che un film originale spicchi. E spacchi. Anche se poi tanto originale non è.
Cameron vince la partita solo in zona cesarini, e solo grazie a un climax in cui finalmente tira fuori le grinfie da purosangue del cinema d'azione giocandosi tutto sulla lacrimuccia, sulla suspense e su un impatto visivo garantito da un cast tecnico infarcito di griffe come Weta Digital, ILM e Stan Winston Studio.
Tutto il resto, nonostante le centinaia di milioni, gli anni e le strabilianti competenze spese sul progetto, si dimentica in fretta.
Il vero punto debole è la sceneggiatura: sciatta, debole, terribilmente derivativa, telefonata con vent'anni di anticipo.
Cattivi troppo cattivi, buoni troppo buoni, citazioni e autocitazioni troppo scoperte, deus ex machina troppo ex machina.
E troppe, troppissime incongruenze.
Tanto per citarne una presa di pacca dall'Incipit: se un avatar costa fantastilioni di fantastiliardi, e il suo teatro di operazioni sembra la casa di campagna di King Kong, ha un senso rischiare di bruciarselo spedendolo in pista con un fucile a tappi quando gli si potrebbe mettere sotto al culo un esoscheletro corazzato?
Secondo me, mica tanto.
In definitiva: annoiarsi, a vedere Avatar, non ci si annoia. Questo è certo.
Ma a definirlo un film rivoluzionario si rischia una bella figura da pirla.

2 commenti:

Filippo ha detto...

Rivoluzionario nel senso di Che Guevara? No.
Ma tu hai mai visto la 3d utilizzata in quel modo, non come semplice accessorio o abbellimento ?

Andrea V. ha detto...

No.
Ma detto fra noi, il 3D non sposta una virgola: la sceneggiatura di questo film può piacere solo a un dodicenne al suo primo film di fantascienza.
L'avesse girato Emmerich, sarebbero tutti lì a ridergli dietro.