martedì 29 maggio 2012

Il Battopardo

Bisogna che tutto cambi, perché tutto resti uguale. E infatti, sotto il cielo della DC Comics, tutto cambia e tutto resta uguale. C'è molto di buono, nelle nuove testate Lion con lo sciagurato logo a scatoletta di tonno che ha soppiantato il DC Bullet. Soprattutto, ci senti crepitare la passione di tutti quelli che lavorano sulla nuova line-up, Da Lorenzo Corti a Elena Pizzi Marco Rastrelli in giù. Sfortunatamente, l'elemento di continuità più appariscente fra la vecchia e la nuova gestione è la direzione editoriale graniticamente esile di Dan DiDio & C. Che, al netto di Geoff Johns, e nonostante l'ormai decennale militanza fra le file della DC, non hanno mai neanche lontanamente sfiorato i fasti della gestione Jenette Kahn. Nemmeno con questo ennesimo reboot. Passi il restyling dei costumi, pienamente comprensibile nell'ottica multiplatform della DC Entertainment e tutto sommato rispettoso dell'essenza dei personaggi. Come al solito, a non convincere fino in fondo è la filosofia della rifondazione: si parte dall'ennesimo evento fine di mondo, per ricominciare a pestare stancamente nel mortaio la stessa acqua stagnante, cucinata da autori fiacchi, disinfettati, privi del furore iconoclasta di Giffen o Grant, della lucidità di Dennis O' Neil o Cary Bates, dello humour di Dixon o del sentimentalismo efficacemente demodé di Karl Kesel o Louise Simonson. Nel frattempo, ai margini del discorso, il fumetto Usa va avanti fra i salti quantici di The Umbrella Academy o Casanova, i passi felpati di Ex Machina o l'andatura caracollante di The Walking Dead: tutte opere seriali, che però mostrano più fegato e più cervello di tutte le testate in calzamaglia. E se la distinta concorrenza non offre di meglio, chi se ne frega. Questo torpore creativo, quest'insistenza sulla forma a scapito dei contenuti, questo parlare per titoloni tutti ultimativi, tutti fondamentali, tutti nulla-sarà-mai-più-come-prima, questa rinuncia alla forma racconto compiuta, autosufficiente, pesano eccome. E sì, tutto cambia per restare uguale. Ma come con le fotocopie fatte su fotocopie di altre fotocopie: l'ultima a uscire dalla rotativa non è che un'eco sbiadita dell'originale. Roba per palati molto, molto facili. A dimostrare che questi non sono proprio gli anni giusti per sognare in grande.

3 commenti:

CREPASCOLO ha detto...

The Umbrella Academy o Casanova non sono "sognare in grande ". E' il vecchio spettro del postmodernismo o avantpop che salta fuori con il sorrisino a fior di labbra di chi gira per la festa, scambiando facezie e maneggiando il finger food con grazia innaturale di Nižinskij , come direbbe il mio buon amico Bat-tiato. Io ho fiducia nel Bats di Snyder e Capullo. Conto di vedere Wayne, entro un anno, chiuso nel Batcave a studiare un modo di fermare Dick, Damian e Tim, le tre Giovani Marmotte stufe di giocare al gioco del giorno della Marmotta e veicoli di un meme che è un demone che è anche una vecchia idea morrisoniana che sarà rifritta in un modo che ci piacerà. Olè. Vedo che, invee, Tony Daniel è già partito nella autocitaz delle atmo di Batman RIP. Vedremo.

andrea voglino ha detto...

Sì, un po' di fighetteria post-modern indubbiamente c'è. Ma il Batman di Snyder e Capullo è passato direttamente dalla modalità "nuovo" alla modalità "dejà vu" senza nemmeno fermarsi a far benzina. E gli omaggi all'estetica di "SAW" e del Batman di Nolan sono stucchevoli almeno quanto l'estetica tardo-sixty evocata da Fraction, Way & Bà (peraltro in maniera ben più efficace e distintiva, penso io).

CREPASCOLO ha detto...

La mission è non allontanare chi apprezza il Bats degli ultimi anni, chi lo conosce per i film di Nolan e, nel contempo, catturare un pubblico nuovo.
Il reboot - almeno per ora - è meno eversivo di quello di Morrison e Morales su Supes che si veste come un fan di Spreengsteen ( o Kit Willer che imita il giovane Morrison che si mette una coperta sulle spalle per fare Nembo Kid ) e che nella vita di tutti i giorni è il primo Peter Parker incontra il primo Rich Ryder, ma è quello che occorreva in questa fase.
Io non trovo tanto azzeccato il faccino liscio ed i capelli ondulati di Wayne ed avrei preferito un muso leggermente + vissuto ed un po' di gel, una cosa come il fratello figo di Don Zauker. Il tizio è un musone che si atteggia a viveur come Scott senza Zelda, ma non agita o mescola bibite mentre si accompagna a signorine timide come uno tsunami. Muscoli non cesellati da body builder, ma piagati da camallo. Sguardo perso dentro i fatti suoi, quando è solo con i suoi topi alati. Mecha-design sospeso tra Nolan ed il Dune di Lynch. Nuovi freaks marci dentro e meno fuori, grinte combo di Perini e Pinter. Vedremo. Forse.