mercoledì 11 giugno 2008

Il bene e il male


Sul Blog di Rrobe infuria la polemica. In un misto core aperto più Bad Attitude il nostro ha confessato i suoi trascorsi da bulletto. Poi, per buon peso, ha messo on line la classifica dei suoi bulli preferiti. Apriti cielo: neanche il tempo di cliccare su "pubblica post" che il plotone d'esecuzione aveva già cominciato a sparare alzo zero. Ora. Mi sorprende che i tanti agenti della buoncostume che si scandalizzano non distinguano l'uomo dal personaggio, il serio dal faceto, la sincerità dall'arroganza. E soprattutto che dimentichino, o fingano di dimenticare, una elementare verità: cioè, che i ragazzini sono stupidi, insensibili e crudeli in generale.
Io, per dire, a otto anni ho ficcato un gattino dentro un sacchetto di plastica e l'ho sbattuto contro lo spigolo del mio lettino finché i miei non me l'hanno strappato dalle mani. A quattordici rubacchiavo cazzate per l'Europa. Da qualche parte devo avere ancora il caccia di Darth Fener che avevo zanzato in un negozio di Londra. A diciannove, dall'alto del mio metro e settanta scarso, sono finito in questura per aver fatto il guappo a una festa.
Poi, grazie a Dio, ho cambiato registro.
Ma prima di mettermi a dare lezioni di bon ton a chicchessia ci penserei bene. E se dovessi avere un figlio, cazzo, tremo al momento in cui dovrò tentare di spiegargli la differenza fra il bene e il male.
Ogni tanto penso al povero gatto di cui parlavo più su.
All'epoca, mio padre mi disse di averlo affidato a un bambino che stava in campagna. Un bambino che avrebbe saputo dargli tutto l'amore che io gli avevo negato eccetera eccetera.
Ovviamente non era vero. Come avrei saputo molti anni più tardi, non aveva potuto far altro che finirlo con le sue mani.

A volte dare il buon esempio è proprio dura.

4 commenti:

Fabrizio ha detto...

Evita le giungle come la peste.

Se il gattino si è reincarnato in una pantera e ti becca in giro, sei fatto...

:O

Fab

Andrea V. ha detto...

E ci avrebbe anche ragione, poraccio.

Capitan Picnic ha detto...

A proposito di bulli, nel blog di Rrobe dove tutto 'sta discussione è nata postai questo racconto di vita vissuta. Lo ripropongo qui.

- AGC

LULLA MACIULLA
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Quando ero piccolo (8 o 9 anni), il terrore di noi bambini del quartiere aveva un nome ben preciso: Lulla Maciulla.

Lulla Maciulla era un bullo con tutti i crismi.

Ovviamente Lulla Maciulla non era il suo vero nome.
Lulla stava per Gianluca.
E Maciulla per… maciulla.

Lulla aveva 5 o 6 anni più di noi ma a lui gli ormoni gli erano esplosi tutta in una botta, con il risultato che a 14 anni era già praticamente un uomo fatto, coi muscoli, il vocione, i peli della barba e tutto il resto.
Vorrei scrivere che aveva pure l'espressione un po' bovina e l'intelligenza non proprio brillantissima, ma poi penso che magari Lulla legge questa roba sul web e, a distanza di 30 anni, mi trova e mi da tutte quelle che non mi ha mai dato allora.

(Senza considerare che quando torno a casa dei miei, ogni tanto lo incontro e ci salutiamo. Con un cenno della mano soltanto, però: di più, per me è ancora troppo. Anche perchè effettivamente lui è cresciuto tutto di botto e poi è rimasto fermo lì, la stessa faccia e la stessa voce di 30 anni fa. E questo un po' mi inquieta).

Quindi limitiamoci agli ormoni esplosi e al fatto che faceva dei rutti che erano un misto di esplosioni di granata e bramiti di un alce in amore (ma meno potenti di quelli di Marco Battisti, fisico da lanciatore di coriandoli, allergico a tutto, costantemente alle prese con una congiuntivite congenita, ma capace di dire tutto di fila, con un solo potentissimo rutto, "Leonissimo Scacco Matto". Roba che Wyoming gli faceva una sega a Marco Battisti).

Bene, come dicevo, Lulla Maciulla era il terrore di tutti noi ragazzini.
Tipo che noi giocavamo a baseball (cioè, la nostra idea di baseball: invece della mazza una racchetta e per palla una palla da tennis) e all'improvviso vedevamo arrivare lui che ci diceva con voce baritonale "Posso giocare?" (e mi sa che il punto interrogativo ce l'ho voluto mettere io)
E chi osava dirgli di no?
Quindi, bambino (tremante) al lancio. Lulla Maciulla alla battuta. Bambino lancia. Lulla Maciulla batte. Palla vola lontanissima. Palla persa. Tutti a casa.
Oppure un classico: stavi camminando tranquillo per i fatti tuoi, incrociavi Lulla Maciulla che ti chiudeva in un angolo e ti beccavi una tempesta di sberle.

Insomma, la zona del mio quartiere in cui giravo io a 9 anni non era tanto grande e, in quella zona, tutti noi bambini sapevamo che, tipo mostro errante di D&D, ci girava anche Lulla Maciulla.
E, ogni mattina che uscivamo di casa, noi bambini lo sapevamo che potevamo incontrarlo e sperimentare sulla nostra pelle il perché del suo simpatico soprannome (che lui conosceva e che ogni tanto gridava anche a mo' di grido di guerra "LULLA MACIULLA!!!!". Sì, tipo "Hulk Spacca!").

Ma oltre a tutto quest c'era anche altro.
(Preparate i fazzoletti perché, come in ogni racconto che si rispetti, ora viene anche la parte triste).
Lulla Maciulla infatti era il tipico bullo che diventa bullo soprattutto perché, in fondo, era un ragazzino disadattato.
Un po' perché se gli ormoni ti esplodono dalla sera alla mattina fai un po' fatica a fartene una ragione e a relazionarti coi tuoi coetanei che ancora giocano coi Big Jim (mentre i tuoi pantaloncini già tirano altrove). E allora ti ci relazioni con le botte.
E un po' perché Lulla era il figlio più piccolo di una famiglia in cui, in quell'estate in cui si svolge questo episodio che vi sto per raccontare, la mamma stava morendo di cancro e, ovviamente, nessuno aveva molto tempo per il piccolo Lulla.

Ok, quindi avete il quadro completo.
Estate.
Un rettangolo di case popolari circondato da sprazzi di campagna.
Un gruppo di bambinbi che scorazzano.
E, a mo' di minotauro triste intrappolato nel labirinto, il vagante bullo Maciulla che si aggira alla ricerca di qualche bambino da incrociare e malmenare.

Ah, un'altra cosa.
C'era un altro particolare comportamentale di Lulla Maciulla che mi sono dimenticato di dirvi ma che è importante ai fini del racconto: Lulla Maciulla adorava distruggere le capanne che noi bambini costruivamo.
Noi edificavamo con legno, cartone, plastica e tanta buona volontà ma, nel profondo dell'animo lo sapevamo che presto sarebbe arrivato Lulla Maciulla e che, con due pugni e un calcio, avrebbe buttato giù tutto.

Bene, quel pomeriggio io e il mio amico Davide stavamo costruendo una capanna e tutti e due eravamo consci che questo ci rendeva simili a ombrelli aperti in mezzo a un temporale.
E il fulmine era ovviamente Lulla.

Apro una parentesi su me e Davide: io ero il bimbo ciccio che leggeva (e sono rimasto così), lui quello smilzo con gli occhiali (a cui, da grande, ha aggiunto il mullet). Io non sapevo fare a botte ma, visto che ero grosso, tutti si guardavano bene dal fare a botte con me. Così ero tranquillo. Anzi, tanto per essere più tranquillo, una volta avevo pestato Davide e gli avevo rotto gli occhiali, così tutti avevano capito che con me era meglio non fare a botte. E questo mi è bastato per attraversare tutta l'infanzia e l'adolescenza senza mai dovere fare a botte con nessuno.
Ora però il vero fulcro della storia non sono io, ma Davide che, avendo gli occhiali, aveva sviluppato un'attitudine alla vita e alla furbizia degna dell'Ulisse omerico.
Davide svicolava, sfuggiva, ti faceva un sorriso e ti aveva già fregato qualcosa.
C'è poco da fare: se a 9 anni sei magrino e porti gli occhiali, per sopravvivere devi diventare così. Ma, quel che è peggio è che questa attitudine al dare le "sole" al prossimo poi te la porti avanti per tutta la vita.

Chiusa parentesi su me e Davide che, nel frattempo, abbiamo finito di costruire la nostra capanna e ci siamo entrati.
Lì dentro stiamo giocando, ma il nostro è un gioco triste, perché siamo dentro una capanna (peggio: una bella capanna) che ogni secondo che passa rischia di essere notata (e abbattuta) dal vagante (e dolente) Lulla.

E infatti non ho fatto in tempo a scriverlo che, da un angolo, sbuca Lulla, che ha visto la capanna.

Io lo guardo come credo ognuno, in mare, immerso nella quiete del blu marino, guarderebbe uno squalo puntare dritto verso di lui.
Un po' con terrore, certo. Ma un po' anche con fascino, per quello sguardo antico e pieno di una furia senza rabbia. E un po' anche con la rassegnazione di chi sa che scappare non serve a nulla e che la vita è stata bella ma adesso è finita.

Ecco, immaginatevi me così, a 9 anni, dentro una capanna che improvvisamente è diventata piccola piccola in rapporto alla furia smodata di Lulla Maciulla, l'uber-bullo che avanza per abbatterla. Con me dentro.
E, dentro alla capanna con me, nascosto dietro le mie spalle, Davide.
Il furbo Davide.
L'essenziale Davide.
Il geniale Davide.

È un attimo, perfetto nella sua eleganza, fisso nella mia memoria come un chiodo piantato dritto dritto nel muro dei ricordi.
Davide sguscia da dietro di me e pronuncia queste semplici ma assai efficaci parole:

"Ciao Lulla, come va con la malattia di tua mamma?"

Perfette.

Lulla si ferma.
Guarda la scena. Si vede con un pugno alzato. Cambia espressione.
E se ne va.

Ok, io avevo 9 anni e ovviamente non avevo mai visto una lezione di psicologia applicata. Quella lo era.
Davide aveva capito che, con chi nel menare è fuori scala, non serve a niente provare a menare di più e, in questo, dall'alto dei suoi 9 anni, aveva già capito che qualsiasi struttura fortificata ha sempre il suo punto debole che la può sbriciolare.

Non solo Lulla Maciulla aveva risparmiato me, Davide e la nostra capanna ma, nei mesi a venire, non è più nemmeno passato da quelle parti.
Quella capanna e quel luogo, per lui, erano diventati la concretizzazione del suo disagio e, di conseguenza, del suo dolore di cui non riusciva a parlare con nessuno.
Lui girava altrove, continuava a malmenare i ragazzini, ma lì non c'è più venuto e la nostra, per lungo tempo, è stata l'unica capanna che non è stata mai abbattuta dalla sua rabbia di bullo.

E questo è tutto quello che ho da dire su Lulla Maciulla.

Andrea V. ha detto...

Un giorno o l'altro ricordami di raccontarti del temutissimo Vito Conte.