Quando uno pensa ai sapori dell'infanzia, è roba di languori e madeleinette proustiane e ratatouille alla Antoine Ego.
Io, quando penso ai sapori dell'infanzia, mi vengono in mente i Pain Croûte.
Quei biscotti Lazzaroni che spiegano benissimo perché in inglese Pain voglia dire dolore. E che per disgrazia, quand'ero piccolo, piacevano un casino alla mia mamma, perché più sani e più belli dei Gran Turchese i Bucaneve gli Oro Saiwa i Pavesini e insomma di tutti gli altri biscotti in circolaz. durante gli Anni del boom.
All'epoca, le cene a caffelatte e gallette erano un rito irrinunciabile. E l'eucarestia prevedeva perlomeno una formella di questi schifi marroncini durissimi, sabbiosi, che con burro & marmellata offrivano la stessa piacevole consistenza di mattonelle in grès porcellanato, ma appena pucciati nel latte si sfrappolavano tempo zero in una orrenda fanghiglia che ti pareva di berti il Gange con tutti i suoi affluenti più influenti.
Appena giunto all'età della ragione, ho svoltato verso altro. Però, nel frattempo, ne avevo mangiati di Pain Croûte!
Oggi che sono finelmente un uomo di mondo pasteggio a Galbusera. Il che mi ricorda anche Magogì, simpatico testiomonial Anni 80 della ditta omonima: un terzo Zerofolle, un terzo Joker, un terzo Ronald McDonald, più scorzetta di purissima coglioneria. Se qualcuno avesse assassinato la coppia creativa che gli ha dato vita, godrebbe di tutto il mio plauso. Bon appetit.
mercoledì 29 febbraio 2012
Mi ricordo i biscotti
martedì 28 febbraio 2012
Tutti da Frida il sabato sera
La convocazione per la proposta di adozione era per venerdì. Io ed Elena ci presentiamo puntuali, lo stomaco grande e pesante come un bullone d'acciaio e la testa come dopo un paio di canne. Il bambino che l'ente ci propone sta nello stato di Jalisco. Ha dieci anni. Aveva un fratello più piccolo, che è stato adottato da una famiglia messicana.
Lui no.
È che ha bisogno di un piccolo intervento. Una ciste aracnoidea sulla regione temporale del cranio. Un problema fastidioso, ma relativamente poco importante, a quanto pare dalla cartella clinica. Completano il quadro un deficit d'attenzione e di coordinazione dei movimenti cui però non diamo troppo peso, perché sono sintomi tipici di tutti i bambini istituzionalizzati. Io e la Ele ci concediamo una carezza furtiva. Dài, che forse è fatta. La responsabile dell'ente ci chiede di rifletterci durante il week-end.
Il tragitto verso casa se ne va fra telefonate ad amici e parenti e pensieri sconnessi. Siamo esausti. Dopo tanta attesa, possibile che tutto succeda tanto in fretta? Non riusciamo a crederci.
Sabato mattina, dopo una notte passata a rigirarci nel letto, di fronte a una delle rare colazioni rilassate che ci concediamo quando ne abbiamo l'opportunità, proviamo a disegnare nell'aria la vita insieme con un bambino di dieci anni.
È un quadro incasinato, indecifrabile, con una cornice bella pesante. Un quadro che per certi versi fa paura e con tutte quelle ferite e quegli strappi e quelle lacrime e quei colori violenti e quei pezzi di vita difficile sembra uscito dal pennello di Frida Kahlo.
Però quel quadro lì ci sembra proprio il nostro.
A cambiare tutto è la telefonata fatta per precauzione a una amica neurologa per capire come intervenire in un caso di ciste aracnoidea.
Ci dice che si chiama ciste, ma in realtà è altro che una ciste.
è una specie di ernia cerebrale. Liquido che si è concentrato in un punto della scatola cranica, e preme sul cervello. Sulla carta, è operabile, ma presenta grossi rischi di complicanze. E il rischio, se accettiamo, è quello di ritrovarci a dover correre da un'ospedale all'altro, accompagnando questo bambino nel suo piccolo calvario fin quando potremo.
Non abbiamo le risorse per reggere una situazione del genere. Non abbiamo i soldi e nemmeno il tempo, perché siamo costretti a lavorare entrambi per vivere. E non abbiamo neanche le palle, perché pensiamo egoisticamente di volere un bambino, non una via crucis. E non abbiamo coraggio, perché abbiamo paura.
Stamattina ho affidato la mia risposta all'ente. Pensavo di telefonare, ma oppresso dalla vergogna ho optato per una mail breve ma molto chiara esauriente e circostanziata spiegando che io e mia moglie non ci sentiamo all'altezza di un caso tanto difficile e che però siamo disponibili a procedere nel percorso e bla bla bla.
È la prima volta in vita mia che rifiuto un bambino che ha bisogno di una famiglia, e mi sento di merda. Ma di merda davvero.
E Frida, da un angolo del mio cervello, mi scruta con quei suoi occhi belli e terribili e sorride appena. Vai a capire perché.
Lui no.
È che ha bisogno di un piccolo intervento. Una ciste aracnoidea sulla regione temporale del cranio. Un problema fastidioso, ma relativamente poco importante, a quanto pare dalla cartella clinica. Completano il quadro un deficit d'attenzione e di coordinazione dei movimenti cui però non diamo troppo peso, perché sono sintomi tipici di tutti i bambini istituzionalizzati. Io e la Ele ci concediamo una carezza furtiva. Dài, che forse è fatta. La responsabile dell'ente ci chiede di rifletterci durante il week-end.
Il tragitto verso casa se ne va fra telefonate ad amici e parenti e pensieri sconnessi. Siamo esausti. Dopo tanta attesa, possibile che tutto succeda tanto in fretta? Non riusciamo a crederci.
Sabato mattina, dopo una notte passata a rigirarci nel letto, di fronte a una delle rare colazioni rilassate che ci concediamo quando ne abbiamo l'opportunità, proviamo a disegnare nell'aria la vita insieme con un bambino di dieci anni.
È un quadro incasinato, indecifrabile, con una cornice bella pesante. Un quadro che per certi versi fa paura e con tutte quelle ferite e quegli strappi e quelle lacrime e quei colori violenti e quei pezzi di vita difficile sembra uscito dal pennello di Frida Kahlo.
Però quel quadro lì ci sembra proprio il nostro.
A cambiare tutto è la telefonata fatta per precauzione a una amica neurologa per capire come intervenire in un caso di ciste aracnoidea.
Ci dice che si chiama ciste, ma in realtà è altro che una ciste.
è una specie di ernia cerebrale. Liquido che si è concentrato in un punto della scatola cranica, e preme sul cervello. Sulla carta, è operabile, ma presenta grossi rischi di complicanze. E il rischio, se accettiamo, è quello di ritrovarci a dover correre da un'ospedale all'altro, accompagnando questo bambino nel suo piccolo calvario fin quando potremo.
Non abbiamo le risorse per reggere una situazione del genere. Non abbiamo i soldi e nemmeno il tempo, perché siamo costretti a lavorare entrambi per vivere. E non abbiamo neanche le palle, perché pensiamo egoisticamente di volere un bambino, non una via crucis. E non abbiamo coraggio, perché abbiamo paura.
Stamattina ho affidato la mia risposta all'ente. Pensavo di telefonare, ma oppresso dalla vergogna ho optato per una mail breve ma molto chiara esauriente e circostanziata spiegando che io e mia moglie non ci sentiamo all'altezza di un caso tanto difficile e che però siamo disponibili a procedere nel percorso e bla bla bla.
È la prima volta in vita mia che rifiuto un bambino che ha bisogno di una famiglia, e mi sento di merda. Ma di merda davvero.
E Frida, da un angolo del mio cervello, mi scruta con quei suoi occhi belli e terribili e sorride appena. Vai a capire perché.
sabato 25 febbraio 2012
Sieg High
Questo è come avrebbe dovuto essere Captain America (mica come quella boiata dell'ex conceptual artist di Star Wars). E Udo Kier nazi è fighissimo.
E sì, in questi giorni sono incasinato almeno come questa linea temporale. Sieg High. E senza sostanze, addirittura.
giovedì 23 febbraio 2012
Celere sequel apocrifo
E insomma va a finire che Daniele Vicari sta a Sergio Sollima come il Lucio Fulci di Zombi 2 sta al George A. Romero di Dawn of the Dead.
Il teaser trailer è telefonello, e la tag "La più grande sospensione della democrazia eccetera eccetera" sembra un po' una roba di vendita vagamente Anni sessanta, tipo "La più grande produzione cinematografica eccetera eccetera".
To add insult to injury, il trailer del Fructis di Gargnè che precede il trailer della Diaz: da guardare sperando che poi arrivino i celerini a curargli la forfora a manganellate.
Però dice che il film è bello. Ha vinto pure l'ex aequo a Berlino.
Aspettiamo.
Un tranquillo website di paura
Lo sapevate? Lee Unkrich della Pixar è un grande Fan di Shining. Un fan tento sfegatato da costruirci su un simpatico blog fitto di dietro le quinte, foto rubate, fan art, esegesi colte eccetera eccetera. Sapevatelo, e tremate.
mercoledì 22 febbraio 2012
Opposti estremismi
Due libri, due bandiere, due visioni del mondo da tener presenti per capire com'è come non è che l'Italia è l'unico Paese al mondo in cui il passato proprio non vuol saperne di passare. oltre il titolo à la Tex Willer, La legge dell'odio di Alberto Garlini (Einaudi, 22 euro) racconta una storia di eversione nera fra Anni 60 e 70, fra eccessi stilistici e dietrologie prêt-à-porter. Diverso il discorso di Storia di una foto di Sergio Bianchi, Raffaele Ventura e Ovaldo Verri (DeriveApprodi, 20 euro), indagine sul cittadino al di sotto di ogni sospetto diventato malgrè soi icona del Settantasette. Storie recenti, ferite mal suturate che tornano a far male tutte le volte che senti dire che "Pinelli era fascista" o che "La bomba in Piazza Fontana l'hanno messa le bierre". La storia siamo noi? E chi lo sa.
martedì 21 febbraio 2012
Il consigliere letterario
Il consigliere letterario arriva e risolve. Tu non sai cosa leggere, lui te lo dice con parole sue. Cioè piuttosto bene, perché il consigliere letterario scrive di mestiere. Il consigliere letterario, se non segui i suoi consigli, ti nasconde sotto le lenzuola Morte a credito di Céline, che una testa di cavallo insanguinata è troppo poco. Il consigliere letterario scrive solo di libri-libri, mica di best-seller tipo Le Carrè Faletti o fuffa del genere. Il consigliere letterario legge i fumetti, ma normalmente non ne parla. Dico normalmente, perché chissà mai che un domani o un dopodomani, se capita. Il consigliere letterario ha appena cominciato, ma si dà un gran daffare. Il consigliere letterario è on line. Se hai bisogno, puoi trovarlo qui.
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